giovedì 13 agosto 2020

Di ENNIO MORRICONE, come lo abbiamo conosciuto, qualche vizio pubblico e privata virtù

C'era una volta a Bari - che naturalmente non è come l'America di cui Sergio Leone.Teatro Piccinni, anni Ottanta, forse, al principio,  o addirittura alla fine dei Settanta - perdonate l'inesattezza,  ma promettiamo che sarà l'unica.

 L'Associazione musicale 'Il Coretto', guidata dal m. Sasso,  ci invitò per una serata con Ennio Morricone. L'avremmo dovuto intervistare, nello storico teatro barese, in pubblico;  prima di far ascoltare alcune sue musiche 'assolute', presentate da uno studioso suo amico, Sergio Miceli (che alla musica da film ha dedicato poderosi e valenti studi) ed alla fine Morricone, al pianoforte, avrebbe fatto ascoltare, a grande richiesta, come non immaginarlo, alcune sue musiche per il cinema.

L'intervista filò liscia, per quel che ricordiamo; Morricone parlò della sua vita e del suo lavoro, e dopo aver ascoltato prima Miceli e poi le musiche assolute per ensemble cameristico, si sedette al pianoforte, accolto da un applauso interminabile e fragoroso, dopo il quale diede inizio ad una 'rassegna' delle sua musiche 'da film' più conosciute, che già allora erano tante. 

La sua musica 'assoluta',   per giunta sperimentale (Morricone teneva molto alla sua partecipazione a 'Nuova Consonanza' ed ai suoi studi con Petrassi che non voleva 'tradire') aveva avuto nessun riscontro nel pubblico. 

Quell'applauso ce ne fece ricordare un altro, precedente, al Teatro La Fenice, durante una Biennale Musica. Bruno Maderna sul podio aveva appena diretto una nuova composizione di Luigi Nono, alla fine della quale, per rompere il  silenzio generale, aveva subito attaccato l'Italiana di Mendelssohn. A quel punto tutto il pubblico, quasi un gesto liberatorio, si alzò in piedi e applaudì a lungo.


Morricone non fu contento di quell'applauso che avrebbe voluto destinato alla sua musica 'assoluta' alla quale ha sempre tenuto più che a tutto il resto della sua musica, nonostante che proprio e solo quel resto lo avesse fatto diventare famoso ed anche ricco. E che, se negli ultimi tempi della sua vita aveva scritto musica non destinata al cinema ( in qualcheduna Sergio Miceli era stato suo poeta e librettista), lo doveva solo al fatto che poteva, in molti casi imporla, sempre  in virtù di quel resto che lui in certo modo  quasi non voleva riconoscere. Davanti a terzi non l'avrebbe mai ammesso. E' un vizio? sì, e spieghiamo perchè. 

Nella nostra vita abbiamo conosciuto un altro musicista, Nino Rota - di statura superiore a Morricone senza ombra di dubbio - al quale era stato sempre rimproverato di essersi venduto al cinema. Ma Rota aveva un ricchissimo catalogo 'assoluto' ( Rota ha scritto davvero molto fra sinfonica, cameristica, oratorio, opera), di altrettanto successo (a differenza di Morricone). Ma quando gli veniva rimproverato da certa critica di non aver seguito le scuole di pensiero allora in voga, la cosiddetta avanguardia damrstadtiana, lui letteralmente se ne fotteva. Troppo intelligente e sicuramente molto più colto di Morricone, per vergognarsi di lavorare anche per il cinema!

In verità anche Morricone col tempo aveva capito che anche la musica per  il cinema può avere una sua dignità, un suo valore, una sua qualità, come qualunque altra musica che l'abbia,  indipendentemente dalla sua destinazione, ed ha cominciato a dire che scrivere per il cinema gli aveva insegnato molto, e forse non se ne vergognava più. Se aveva avuto successo e ricchezza era perché fra tanti che svolgevano il suo stesso lavoro lui era uno dei migliori, dunque poteva essere contento e soddisfatto. E poi, sputare nel piatto in cui si mangia e si beve bene, non è opportuno.

 Un'altra cosa non ci piaceva di Morricone. Era sempre dimesso nell'abbigliamento, quando invece avrebbe potuto vestire cashemire e abiti su misura. Una sola volta notammo, con sorpresa, qualcosa di diverso dal solito. Quando, ad Ostia, prima di un concerto che avrebbe diretto suo figlio, Morricone aveva al polso un orologio che faceva chic: il 'Bulgari- Bulgari' d'acciaio, con il marchio impresso sulla corona. Pensammo che non se lo era comprato, ma che glielo avevano regalato. 

Sui giornali nei giorni seguenti la sua scomparsa ( a proposito quel suo curioso testamento-necrologio, come ha rivelato poi l'avv. suo amico Giorgio Assumma, Morricone lo aveva scritto cinque anni prima e consegnato in busta chiusa a sua moglie con la raccomandazione di  aprirla solo dopo la sua morte) al di là degli immancabili panegirici, meritati, e santificazioni tempestive, con auditorium dedicatigli  se non anche piazze e  vie, si è letto  di altri suoi vizi  pubblici - quale noi consideriamo quella fissa per la sua musica 'assoluta' - che non serve ora riprendere.

Mentre, invece, ci piace ricordare alcune sue private virtù che abbiamo conosciuto, una delle quali assai particolare: la sua fedeltà verso amici e collaboratori di cui aveva stima. 

L'episodio che ce lo rivelò fedele, riguardò anche quello Sergio Miceli, al quale noi avevano chiesto una articolo per Piano Time riguardante la musica 'assoluta' di Morricone, solo per farlo contento ed assecondare quel suo tic, da allegare ad una intervista al compositore. Miceli ci inviò l'articolo che a noi sembrò  eccessivamente lungo e troppo 'tecnico', benché dovesse apparire su una rivista di musica. Ci mettemmo alla scrivania e con pazienza,  e crediamo anche con un pò di intelligenza, limammo qua e là l'articolo di Miceli. Quando uscì la rivista, nonostante l'articolo non fosse stato falcidiato insensatamente, ricevemmo una telefonata di fuoco da Morricone che ci disse testualmente: come ti sei permesso di toccare l'articolo di Miceli? Non volle sentir ragione, benché l'articolo non aveva perso né chiarezza né completezza. Niente da fare. 

 Un episodio, infine. Morricone, che abbiamo incontrato infinite volte in occasione di concerti, l'ultima volta, per noi la prima a casa sua all'Aracoeli,  fu per una intervista. Fu molto gentile, come del resto era sempre, ma dopo un po' andò a sedersi sedette al pianoforte e accennò una melodia scritta per Tornatore ( per il film 'La sconosciuta') della quale noi avevamo scritto su Il Giornale, anni prima, esser simile ad una di Piovani per Benigni ( ritornello: 'quanto t'ho amato e quanto t'amo' ...), che lui avrebbe 'copiato' - scrivemmo proprio così. Il maestro che copia l'allievo! 

Non ci aveva detto nulla dopo aver letto il nostro articolo, avrebbe quantomeno potuto telefonarci e contestate quella nostra valutazione. A casa sua, nonostante fossero passati anni, volle farci capire - come ci dimostrò poi mostrandoci anche una sorta di 'bibbia' per compositori (un librone che citava gli incipit della musica mondiale più nota) - che se ci si ferma a quattro o cinque note, come noi avevamo fatto, colpiti dalla evidente somiglianza  dei due brani, allora tutti i compositori hanno copiato da tutti. Morricone aveva la memoria di  un elefante, e  per le cose che non gli erano andate giù,  quella di un branco di elefanti: non le dimenticava mai, anche dopo anni e anni, per nessuna ragione e le tirava fuori al momento opportuno. Come con garbo  fece anche  con noi quella volta.


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