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martedì 18 aprile 2017

Di cittadinanze onorarie, lauree honoris causa, incarichi universitari a gogo ecc... Nessuno si scandalizza, mentre ci si scandalizza per la Fedeli e la Madia .

Non sembri inutile tornare sugli ultimi due casi ( Fedeli e Madia) di mala 'formazione ed informazione' di cui si sono occupati, indistintamente, tutti i giornali, quasi con lo stesso fervore con cui ai tempi della laurea al Trota, figlio del leader leghista Bossi (conseguita in Albania, attraverso corsi per corrispondenza, pagati con  soldi  pubblici,  o attinti dalle casse della Lega, o dagli emolumenti del Trota, consigliere regionale in Lombardia, in coppia con la Minetti, lei sì meritevole di laurea honoris causa, che però non ha ricevuto).

Nel caso della Fedeli, indipendentemente dalle sue capacità di guidare il Ministero dell'Istruzione ( dove potrebbe fare meglio perfino di professoroni e rettori di Università che l'hanno preceduta - sulla gestione Gelmini meglio calare un velo di silenzio!), la si è DOVEROSAMENTE accusata di aver scritto nel suo curriculum di una laurea in qualche cosa, mentre si trattava di un diploma, diplomino nelle stessa materia ; dunque bugiarda oltre che non laureata. In quello della Madia, sulla cui originalità della sua tesi di dottorato presentata a Pisa ( in un istituto di recente istituzione, dove forse,  essendo all'inizio,  erano di manica larga: accade dappertutto, non c'è da meravigliarsi) molti dubbi sono stati avanzati nonostante le rassicurazione dell'attuale rettore, il punctum dolens è la sua incapacità a reggere un ministero delicato, per via delle riforme che  si sta dando da fare per condurre in porto. Comunque nell'uno come nell'altro caso, giusto quantomeno rilevare le anomalie. Poi il giudizio sul loro operato politico seguirà. Per la Madia sembra già con il segno meno, mentre per la Fedeli prevarrebbe il segno più.

Ora nello stesso paese in cui accade che ci si indigni , e giustamente, per i casi appena citati, nessuno dice nulla sulle eccessive cittadinanze onorarie concesse a personaggi che fa comodo tenersi buoni o stretti ad una città - naturalmente vi sono anche  cittadinanza attribuite a personalità del mondo della cultura, dell'arte e delle professioni che le meritano davvero, come nel caso ad esempio di Bob Wilson o di Salvatore Accardo, due personalità del nostro mondo che hanno meritato la cittadinanza fiorentina (non si capisce perciò perché un giornale se la sia presa anche per loro, come fosse gente qualunque!) come anche del Principe Carlo d'Inghilterra.

Semmai bisognava  indignarsi quando Dario Nardella aveva nominato  assessore per le 'pubbliche relazioni internazionali, la vedova Pavarotti, Nicoletta Mantovani, la quale senza aver mai brillato, poche settimane fa s'è dimessa perché 'doveva occuparsi della ricorrenza della morte del celebre tenore'.

E poi le lauree honoris causa che in Italia non si negano a nessuno, perfino Valentino Rossi l'Università di Bologna ha laureato. Che bisogno c'era? per fare chiasso attorno all'Università. Ma era l'unico modo? Non sarebbe stato opportuno ed assai meglio puntare di più sulla qualità degli studi?
Evidentemente il rettore di quella storica università, come tanti altri suoi colleghi, la pensano diversamente. Tanto che, appena uno ha un incarico in un ente pubblico o in istituzioni di un certo tipo ( che ce l'ha messo, perchè,  come amministra ai rettori non importa) subito lo si coopta fra i docenti. Come se, oltre che una laurea, un incarico universitario in Italia non si debba negare a nessuno.
 Abbiamo presenti tanti casi, nel settore che conosciamo meglio, di gente di nessuno o pochissimo valore, messa in cattedra a far danni, avendo i rettori di varie università concesso di insegnare la buona amministrazione - stiamo pensando a tanti sovrintendenti di fondazioni liriche - che negli enti che amministrano non hanno saputo conseguire, al punto che sono stati commissariati.
 Va bene perciò indignarsi per la Fedeli e la Madia, però non consentiamo a troppi incapaci di insegnare nelle università... perchè le conseguenze  di quelle nefaste presenze che inquinano l'intera università, si vedono.

venerdì 13 marzo 2015

Premio Paganini a Genova. Italia alla deriva. Che giuria ha radunato Fabio Luisi?

Si sono appena concluse al Teatro Nuovo Carlo Felice di Genova tutte le prove del Premio Paganini che da nove anni non laureava un vincitore. L'ultimo, nel 2006, era stato un giovane violinista cinese. Poi niente più. Ora la direzione artistica del premio è stata affidata a Fabio Luisi, dopo Cesare Mazzonis, che l'ha tenuta negli anni senza vincitore.
I numeri: 101 i candidati al premio - giapponesi, coreani, cinesi statunitensi soprattutto; 8 appena gli italiani - in 30  alle preliminari, 16 alle semifinali - nessun italiano -, 6 alle finali. Ha vinto il sudcoreano, diciannovenne, In Mo Yang.  I sei partecipanti alle finali provenivano da Germania,Giappone, Lettonia, Russia, Usa, Corea del Sud. Provenienti da nazioni che hanno grandi tradizioni nelle scuole violinistiche: USA, Estremo Oriente (anche e poi studiano negli USA), Russia, Germania. E l'Italia?
 La giuria, presieduta - come abbiamo detto - da Fabio Luisi era prevalentemente composta da direttori artistici ed agenti, un critico, e solo un paio di violinisti, se non andiamo errati. E già questa è un'anomalia. Un concorso, così prestigioso, dalla storia gloriosa, non va considerata come un'audizione per agenti e per direttori artistici, qual è sembrata questa messa insieme da Luisi. Anche perché non è affatto detto che  la gran parte dei componenti sapesse qualcosa del violino e del violinismo, in senso tecnico oltre che musicale, critico compreso. Si potrebbe obiettare che questo non vuol dire nulla o quasi,  e che la storia ed il futuro di un concorso li fanno i vincitori. Se il giovane coreano avrà una carriera fulgida, tale fulgore immancabilmente si riverserà anche sul Premio Paganini per gli anni a venire, anche quando della giuria ci si sarà del tutto dimenticati.
 In Italia il Paganini l'hanno vinto solo due illustri violinisti: Salvatore Accardo e, dopo molti anni, il suo allievo Massimo Quarta.
 Ciò che comunque colpisce  esaminando questa edizione del Paganini, è la latitanza dei  giovani italiani. La nazione che ospita il Concorso può presentarsi con soli 8 concorrenti su 101,  tutti assenti già alle preliminari, alle quali partecipavano 30 concorrenti? Anche se non si può dire che la carriera di un musicista dipenda in maniera determinante dalla vittoria ad un concorso, la situazione violinistica italiana, cosi come si è presentata alla giuria del Paganini, desta qualche preoccupazione. Possibile che nessun italiano sia tanto bravo da essere preso in considerazione dal Paganini? Vero è che ora sono in circolazione alcune bravissime violiniste, dalla Tifu alla Marzadori alla Dego che non sono passate dalla forche caudine del Paganini, e che comunque in Italia potrebbero ancora esserci negli anni a venire ottimi violinisti, come ha detto più d'una volta Salvatore Accardo, quando gli hanno chiesto un parere sul panorama violinistico internazionale, lui che insegna a Cremona e che ha visto passare nella sua aula quasi tutti i violinisti oggi in carriera.
Ma forse quando si vede che i cartelloni delle maggiori istituzioni musicali italiane sono infarciti quasi esclusivamente di artisti stranieri, e poco o nessun spazio hanno gli ottimi strumentisti italiani che quindi lavorano in prevalenza all'estero, forse un pò di sconforto viene. Perchè lavorare tanto, sacrificarsi  per anni ed anni, se poi non  si viene presi in considerazione nella stessa  nazione in cui si è nati e ci si è formati? Sacrificarsi solo per la musica? E' poco.
 Se non si cambia passo, l'Italia potrebbe a breve essere del tutto marginale al grande giro internazionale della musica. Se Franceschini e Nastasi, invece che lavorare per accentrare il potere e per fini diversi da quelli istituzionali e cioè per la difesa della cultura italiana innanzitutto in Italia, e , di conseguenza, prendessero in seria considerazione come risolvere tale problema, forse gli verrebbero perdonate le già numerose imperdonabili cantonate delle quali ha brillato la loro presenza al Collegio romano.

giovedì 14 novembre 2013

La musica italiana sta sparendo

 La musica italiana sta sparendo  per colpa dei manager italiani che la gestiscono.
 La morte o la  distruzione della musica in Italia, con sentenza inappellabile, l’hanno decretata alcuni fra coloro che, due anni fa, si stracciavano le vesti e si dichiaravano pronti a bruciarsi vivi  in Piazza del Parlamento - l’avessero fatto, la musica italiana sarebbe salva! - qualora il governo Berlusconi avesse drasticamente tagliato i finanziamenti statali a questo settore, di  antiche gloria e tradizione. Al loro fianco scesero noti esponenti politici, non parlamentari ( leggi: Gianni Letta per l’Accademia di Santa Cecilia); li convinsero a non mettere in atto azioni dimostrative plateali e definitive, come le dimissioni (salutari!) dopo decenni di ininterrotta gestione di istituzioni musicali di prestigio. Le vesti subito se le ricomposero a copertura delle vergogne fisiche, il fuoco rigeneratore in Piazza del Parlamento non fu neanche acceso e le dimissioni, ventilate a mò di minaccia, praticamente negate. E, passata la tempesta, tutti si tornò a far festa, compatibilmente con i tempi di vacche magre in cui viviamo.
Quelle azioni dimostrative erano, ipocritamente, dettate dall’imperativo di difendere la nostra grande tradizione musicale. Quale? Quella dei nostri grandi compositori richiesti ed apprezzati nel mondo, quella dei nostri bravissimi interpreti, vanto un tempo della nostra scuola musicale, oggi un po’ meno, ma pur sempre capace di accudire talenti che non mancano, esattamente come non mancano in tante altre categorie – come l’affermazione internazionale di molti di loro, riuniti sotto l’etichetta di ‘cervelli ‘in fuga’, sta a dimostrare.
Ma, intanto, che fine hanno fatto tutti i nostri ottimi compositori, i nostri bravi interpreti?  Un paio di esempi  lo  chiariranno.
 Risparmiamo al lettore i nomi di direttori e solisti (vocali e strumentali) impegnati nelle due stagioni sinfoniche più prestigiose del nostro paese: l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, con sede a Torino, della quale ultima, nel numero precedente di Music@, abbiamo fornito l’inimmaginabile elenco:  italiani, solo un paio di direttori e neanche un solista. Santa Cecilia per la stagione appena iniziata non è da meno. Diranno che gli italiani sono presenti; sì, le prime parti solistiche dell’orchestra - tutti bravissimi, senza dubbio!- ma ad essi si ricorre solo perché non si hanno i soldi per pagare solisti esterni. Perché non  l’hanno fatto anche negli anni passati? E’ dal 2002 che quei bravissimi solisti siedono stabilmente  nell’orchestra ceciliana.  Vanno a suonare altrove ma nella loro orchestra  mai. O quasi.
Negli stessi giorni in cui venivano presentate le stagioni - con giusto anticipo! -  sui giornali italiani imperversava la polemica attizzata dagli architetti francesi i quali lamentavano la loro bocciatura nei concorsi per le grandi opere in patria. E una archistar italiana, Fuksass, riportando il discorso in casa nostra, attribuiva al ‘provincialismo’ italiano -  ed ora si scopre essere anche francese - una situazione analoga in campo architettonico. E, noi aggiungiamo, anche musicale.
 Quale può essere la ragione profonda di tale evidente ed inammissibile assenza? La  superiore bravura degli artisti stranieri, sempre più bravi degli italiani? Tesi difficile, comunque, da difendere, ed ancor meno dopo che un giudice super partes, come Salvatore Accardo, ha difeso i giovani violinisti italiani, ritenendoli  più bravi e più colti di tantissimi stranieri. E lui di violinisti nelle sue classi di perfezionamento ne ha visti passare tanti, forse tutti!
Gli stranieri costituiscono, forse, un vantaggio per le casse delle nostre istituzioni musicali? Assolutamente no; anzi, è vero il contrario; con gli italiani si può forse trattare meglio, specie agitando il capestro della crisi terribile di questi anni. Ma allora, perché? C’entrano le agenzie internazionali, quelle più potenti che hanno artisti per ogni esigenza?
 Una delle ragioni andrebbe ricercata proprio nello strapotere delle agenzie, che in Italia - paese nel quale i cachets sono più alti che in tutto il resto del mondo - fanno il bello e cattivo tempo, vantando la rappresentanza di molti direttori d’orchestra che sono a capo di importanti istituzioni e che perciò possono contare sulle scritture anche di molti solisti; e nel teatro d’opera l’influenza è ancora più evidente. I casi di alcuni agenti del passato e presenti che in Italia hanno trovato l’America, o il ‘Nuovo mondo nel Vecchio continente’ sono ben noti a tutti coloro che si occupano di organizzazione musicale, il che ci esime dal fare i loro nomi, tante altre volte fatti. Che ci siano interessi economici o di altro genere - musicisti di poco valore che hanno responsabilità artistiche potrebbero giovarsene, nella logica di scambi, lontani dagli occhi attenti del proprio teatro d’azione - sì è spesso parlato, oggi come ieri; e qualche volta si è anche ipotizzato, a carico di  grandi personalità dell’organizzazione musicale italiana, il  loro cointeressamento nelle grandi agenzie internazionali, a livello societario, magari attraverso prestanomi di comodo. Certo se anche non è vero e non si può dimostrare, il sospetto viene.
C’è anche qualche altra ragione? Sicuramente, e forse più d’una. Ma prima di qualunque altra l’incapacità di  molti (troppi!) direttori artistici di giudicare un solista o un direttore attraverso audizioni. Non è un’ accusa, è semplice constatazione. Chi  non sa discernere una voce da un’altra, e la sua idoneità a sostenere un ruolo, come può fare di mestiere il direttore artistico? Per questo ricorre all’agenzia, la quale è ben felice della situazione in cui versano molte istituzioni musicali che hanno a capo persone incapaci, ai quali prestare soccorso con le loro proposte che fanno gli interessi degli artisti ed anche quelli propri, ossia delle agenzie. Queste non sono farneticazioni. Quante volte leggiamo, perfino nei resoconti giornalistici di colleghi che hanno anche rapporti di lavoro con le stesse istituzioni, che il cast di questa o quell’opera non era all’altezza, che non era stato scelto come si doveva. E per dirlo loro, che poi sono ‘ a libro paga’ delle istituzioni, vuol dire che non potevano farne a meno, ed anche per evitare di essere lapidati nella pubblica piazza. Con questo si spiega come mai alcuni direttori artistici gestiscano contemporaneamente più istituzioni: queste possono fregiarsi di un nome altisonante al loro vertice, ed i direttori artistici, facenti funzione, offrire un ventaglio ancora più ampio alle agenzie che sono i veri gestori, a tutti gli effetti, di tali istituzioni.
 Chi qualche volta ha tentato di porre all’attenzione tale problema ed avanzato la necessità di risolverlo, anche a livello ministeriale, è stato accusato di voler incatenare la libertà del direttore artistico. No, quella proposta voleva solo liberare numerosi direttori artistici dalle catene della loro incapacità e della inevitabile schiavitù nei confronti delle agenzie.
 Ancora oggi la musica in Italia esiste, perché ci sono i finanziamenti pubblici, senza i quali - assenti quasi del tutto quelli privati - il sistema collasserebbe. Allora il Ministero, le cui commissioni centrali ‘consultive’  offrono pareri al  Ministro sulla distribuzione dei finanziamenti, potrebbero introdurre il parametro‘artisti italiani’, come elemento incentivante per la determinazione dei finanziamenti medesimi. Non per favorire gli inetti, semplicemente per non assistere più all’indecente spettacolo di vedere intere stagioni costruite esclusivamente con artisti stranieri, mentre i nostri bussano invano alle porte o emigrano. Gli esempi dai quale ci siamo mossi, dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, non traggano in inganno, facendo concludere che si tratta di casi isolati e casuali che variano da stagione a stagione. Sono  esempi eclatanti, certamente i più eclatanti; ma basta dare un’occhiata anche a istituzioni meno blasonate ma ugualmente importanti per rendersi conto  della  esistenza di fatto di piccoli potentati, province dell’impero raggruppate a due o a tre, a capo delle quali esistono ufficialetti con l’ordine perentorio del generale che gli ha affidato tale missione, di smistare sul territorio, quanto  proposto dalle agenzie. Sempre loro, in assenza di direttori artistici capaci e dediti al loro lavoro.
   (Da Music@ n. 35 novembre–dicembre 2013)                       Francolina del Gelso               











lunedì 14 ottobre 2013

Roma. E' tempo di ricominciare

 Il calendario musicale di ottobre segnala quattro dei cinque debutti delle più importanti stagioni romane. Comincia , il 19, l’ Istituzione Universitaria dei Concerti (Aula magna della Minerva) con Salvatore Accardo ( serie di concerti Minerva) e ‘I Turchini’ di Antonio Florio ( serie Calliope).   All’indomani, il 20, prende il via la stagione vera e propria dell’Orchestra Sinfonica di Roma (Auditorium della Conciliazione) diretta dal suo fondatore e direttore Francesco La Vecchia ( qualche giorno dopo che l’Orchestra stabile ha eseguito a Roma, Palermo e Firenze il ‘Requiem’ di Verdi, e la  China National Opera House   ha messo in scena ‘Il Trovatore’ )  con ‘Petruska’ di Strawinsky e ‘Romeo e Giulietta’ di Prokofiev . La Vecchia  può vantarsi  di  aver fatto emergere dal dimenticatoio molti musicisti italiani del Primo Novecento, e  di cedere il podio, in questa stagione, anche ad altri direttori - era ora!  -  benchè tutti stranieri, di nazioni sperdute e pressochè sconosciuti.
 A seguire, il 21,  Santa Cecilia ( Auditorium Parco della Musica) inaugura con  Maurizio Pollini la stagione da camera; e, il 26, la stagione sinfonica, con i complessi al gran completo,  noti solisti, e la direzione di Tony   Pappano. In programma  l’opera ‘Peter Grimes’ di Benjamin Britten, che quasi sicuramente finirà in CD, per onorare il centenario della nascita del musicista, il più noto del Novecento inglese. C’è poi, il 31, il concerto inaugurale, al Teatro Olimpico,  della stagione della Accademia Filarmonica Romana che, quest’anno,  registra anche un cambio di direzione artistica – fuori Sandro Cappelletto, dentro Cesare Mazzonis,  che ha lo stesso incarico all’Orchestra Nazionale della Rai di Torino – con la pianista Angela Hewitt, in un programma interamente dedicato a Bach,  accompagnata dall’Orchestra da camera della Rai di Torino - quella di Mazzonis, per intenderci, perché Mazzonis, venendo a Roma  intende  procurare altro lavoro alla sua orchestra.
Buon ultima, la ‘sorellastra pigra’ Teatro  dell’ Opera che avvierà la  nuova stagione a fine novembre  con ‘Ernani’ di Giuseppe Verdi ; Muti sul podio. La stagione è stata  annunciata in ottobre, come, del resto, fanno tutti i grandi teatri internazionali che non l’annunciano mai con mesi e mesi di anticipo.  
Seppur diverse fra loro, le stagioni romane si somigliano tutte  per la preoccupante e dissennata assenza di interpreti italiani dai rispettivi cartelloni.


giovedì 22 agosto 2013

La musica italiana sta finendo per colpa di chi la che gestisce

  
La morte o la distruzione della musica in Italia, con sentenza inappellabile, l’hanno decretata alcuni fra coloro che, due anni fa, si stracciavano le vesti e si dichiaravano pronti a bruciarsi vivi in Piazza del Parlamento - l’avessero fatto, la musica italiana forse sarebbe salva! - qualora il governo Berlusconi avesse drasticamente tagliato i finanziamenti statali a questo settore, di gloria e tradizione antiche. Al loro fianco scesero noti esponenti politici, non parlamentari; li convinsero a non mettere in atto azioni dimostrative plateali e definitive, come le dimissioni (salutari!) dopo decenni di ininterrotta gestione di istituzioni musicali di prestigio. Le vesti subito se le ricomposero a copertura delle vergogna fisiche, il fuoco rigeneratore in Piazza del Parlamento non fu neanche acceso e le dimissioni, ventilate a mò di minaccia, praticamente negate. E, passata la tempesta, tutti si tornò a far festa, compatibilmente con i tempi di vacche magre in cui viviamo.
Quelle azioni dimostrative erano, apparentemente, dettate dall’imperativo di difendere la nostra grande tradizione musicale. Quale? Quella dei nostri grandi compositori richiesti ed apprezzati nel mondo, quella dei nostri bravissimi interpreti, vanto un tempo della nostra scuola musicale, oggi un po’ meno, ma pur sempre capace di accudire talenti che non mancano, esattamente come non mancano in tante altre categorie – l’affermazione internazionale di molti di loro, riuniti sotto l’etichetta di ‘cervelli ‘in fuga’, sta a dimostrarlo.
Ma, intanto, che fine hanno fatto tutti i nostri ottimi compositori, i nostri bravi interpreti? Un paio di esempi lo chiariranno.
Risparmiamo al lettore i nomi di direttori e solisti (vocali e strumentali) impegnati nelle due stagioni sinfoniche più prestigiose del nostro paese: l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, con sede a Torino, della quale ultima, nel numero precedente di Music@, abbiamo fornito l’inimmaginabile elenco: italiani, solo un paio di direttori e neanche un solista. Santa Cecilia per la stagione appena iniziata non è da meno. Diranno che gli italiani sono presenti; sì, le prime parti solistiche dell’orchestra - tutti bravissimi, senza dubbio!- ma ad essi si ricorre solo perché non si hanno i soldi per pagare solisti esterni. Perché non l’hanno fatto anche negli anni passati? E’ dal 2002 che quei bravissimi solisti siedono stabilmente nell’Orchestra ceciliana. Vanno a suonare altrove ma nella loro orchestra mai. O quasi.
Negli stessi giorni in cui venivano presentate le stagioni - con giusto anticipo! - sui giornali italiani imperversava la polemica attizzata dagli architetti francesi i quali lamentavano la loro bocciatura nei concorsi per le grandi opere in patria. E una archistar italiana, Fuksass, riportando il discorso in casa nostra, attribuiva al ‘provincialismo’ italiano - ora anche francese - una situazione analoga in campo architettonico. E, noi aggiungiamo, anche musicale.
Quale può essere la ragione profonda di tale evidente ed inammissibile assenza? La superiore bravura degli artisti stranieri; cioè a dire che gli stranieri sono sempre più bravi degli italiani? Tesi difficile, comunque, da difendere, ed ancor meno dopo che un giudice super partes, come Salvatore Accardo, ha difeso i giovani violinisti italiani, ritenendoli più bravi, più colti di tantissimi stranieri. E lui di violinisti nelle sue classi di perfezionamento ne ha visti passare tanti, forse tutti! Gli stranieri costituiscono, forse, un vantaggio per le casse delle nostre istituzioni musicali? Assolutamente no; anzi, è vero il contrario; con gli italiani si può forse trattare meglio, specie agitando il capestro della crisi terribile di questi anni. Ma allora, perché? C’entrano le agenzie internazionali, quelle più potenti che hanno artisti per ogni esigenza? Forse sì. Una delle ragioni andrebbe ricercata proprio nello strapotere delle agenzie, che in Italia - paese nel quale i cachets sono più alti che in tutto il resto del mondo - fanno il bello e cattivo tempo, vantando la rappresentanza di molti direttori d’orchestra che sono a capo di importanti istituzioni e che perciò possono contare sulle scritture anche di molti solisti - e nel campo del teatro d’opera l’influenza è ancora più evidente. I casi di alcuni agenti del passato e presenti che in Italia hanno trovato l’America, o il ‘Nuovo mondo nel Vecchio continente’, sono ben noti a tutti coloro che si occupano di organizzazione musicale, il che ci esime dal fare i loro nomi, tante altre volte fatti. Che ci siano interessi economici o di altro genere - musicisti di poco valore che hanno responsabilità artistiche potrebbero giovarsene, nella logica di scambi lontani dagli occhi attenti del proprio teatro d’azione - sì è spesso parlato, oggi come ieri; e qualche volta si è anche ipotizzato, a carico di grandi personalità dell’organizzazione musicale italiana, il loro cointeressamento nelle grandi agenzie internazionali, a livello societario, magari attraverso prestanomi di comodo. Certo se anche non è vero e non si può dimostrare, il sospetto viene.
C’è anche qualche altra ragione? Sicuramente, e forse più d’una. Ma prima di qualunque altra l’incapacità di molti (troppi!) direttori artistici di giudicare un solista o un direttore attraverso audizioni. Non è un accusa, è semplice constatazione. Chi non sa discernere una voce da un’altra, e la sua idoneità a sostenere un ruolo, come può fare il mestiere di direttore artistico? Per questo ricorre all’agenzia, la quale è ben felice della situazione in cui versano molte istituzioni musicali che hanno a capo persone incapaci, ai quali prestare soccorso con le loro proposte che fanno gli interessi degli artisti ed anche quelli propri, ossia delle agenzie. Queste non sono farneticazioni. Quante volte leggiamo, perfino nei resoconti giornalistici di colleghi che hanno anche rapporti di lavoro con le stesse istituzioni, che il cast di questa o quell’opera non era all’altezza, che non era stato scelto come si doveva. E per dirlo loro, che poi sono stipendiati dalle istituzioni, vuol dire che non potevano farne a meno, per non essere lapidati nella pubblica piazza. Con questo si spiega come mai alcuni direttori artistici gestiscano contemporaneamente più istituzioni: queste possono fregiarsi di un nome altisonante al loro vertice, ed i direttori artistici, facenti funzione, offrire un ventaglio ancora più ampio alle agenzie che gestiscono a tutti gli effetti tali istituzioni.
Chi qualche volta ha tentato di porre tale problema ed avanzato la necessità di risolverlo, a livello ministeriale, è stato accusato di voler incatenare la libertà del direttore artistico. Vero? No, quella proposta voleva solo liberare numerosi direttori artistici dalle catene della loro incapacità e della inevitabile schiavitù nei confronti delle agenzie.
Ancora oggi la musica in Italia esiste, perché ci sono i finanziamenti pubblici, senza i quali - assenti quasi del tutto quelli privati - il sistema collasserebbe. Allora il Ministero, le cui commissioni centrali ‘consultive’ offrono pareri al Ministro sulla distribuzione dei finanziamenti, potrebbero introdurre il parametro ‘artisti italiani’, come elemento incentivante per la determinazione dei finanziamenti medesimi. Non per favorire gli inetti, semplicemente per non assistere più all’indecente spettacolo di vedere intere stagioni costruite esclusivamente con artisti stranieri, mentre i nostri bussano invano alla porta o emigrano. Gli esempi dai quale ci siamo mossi, dell’Accademia di Santa Cecilia e dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, non traggano in inganno, facendo concludere che si tratta di casi isolati e casuali che variano da stagione a stagione. Sono esempi eclatanti, certamente i più eclatanti; ma basta dare un’occhiata anche a istituzioni meno blasonate ma ugualmente importanti per rendersi conto della esistenza di fatto di piccoli potentati, province dell’impero raggruppate a due o a tre, a capo delle quali esistono ufficialetti con l’ordine perentorio del generale che gli ha affidato tale missione, di smistare sul territorio, quanto proposto dalle agenzie. Sempre loro, in assenza di direttori artistici capaci e dediti al loro lavoro.