Il candidato sindaco del Pd a Roma, in attesa del tragico ballottaggio di domenica prossima - quando viene data per vincitrice la Raggi, con tutta la sua inesperienza, nell'intento di dare una lezione al Pd ed ai suoi esponenti che si sono mangiati Roma in anni e anni di malgoverno, sedendo a tavola, insieme con Alemanno e tutti i suoi boys, i corrotti e i ladri - ha deciso dove tenere l'ultimo comizio, ed ha scelto, per naturale masochismo e volontà di autodistruzione, un luogo che potrebbe portargli davvero jella, trattandosi di un monumento allo spreco ed all'inutilità, il cosiddetto 'Ponte della Musica'. Voluto da quell'incosciente di Veltroni che voleva collegare ' americanamente' sport e cultura, inaugurato dal suo successore Alemanno almeno quattro o cinque volte, senza mai riuscire ad attirare l'attenzione della città, e, alla fine della storia, intitolato ad un musicista che, per quanto brillante e geniale, è poco noto e certamente non appartenente al ristretto numero di quelli di' prima fascia' - in una città in cui grandissimi musicisti hanno una strada dedicata in periferia - quale è Armando Trovajoli. Alla cui intitolazione non sono estranei Gianni Letta e quel salotto buono di Via Condotti che si riunisce da Battistoni e di cui l'ex sottosegretario è frequentatore assiduo, e dal quale uscì - per dirvi se conta - l'indicazione di un ex presidente della Rai, passato inosservato ai più, e noto quasi esclusivamente come 'inviato' a Mosca de 'La repubblica'.
I frequentatori assidui di quel salotto nel quale hanno intessuto rapporti solidi, sono nate amicizie e elargiti anche favori reciproci, avevano una dépendance all'Olgiata, nella villa del compositore. Per riconoscenza, alla sua morte, suggerirono all'analfabeta Alemanno, di intitolargli quel ponte , assolutamente inutilizzato dalla cittadinanza, e bisognoso di periodici restauri, per cancellarne i segni dello stato di abbandono, conseguenza della sua inutilità, di intitolarlo ' Ponte della Musica Armando Trovajoli'.
Sarebbe ingiusto incolpare Trovajoli di aver portato male a quel ponte inservibile, che male se lo sa fare da solo. Certo è che anche dopo quella intitolazione, spiegabile solo con l'ignoranza di chi la propose e di chi l'accettò, il Ponte, a differenza degli altri trafficatissimi, resta lì solitario e attraversato complessivamente da qualche decina di passanti al giorno., mentre più intensa ma anche più losca è la vita che vi si svolge sotto le sue arcate, sulle sponde del Tevere.
Un momento di notorietà, l'unico, con il risvolto della sua utilizzazione, a mò di belvedere , l'ha avuto dopo il crollo degli ultimi piani del palazzo, nel quale ha sede il teatro Olimpico. Chiuso il Lungotevere, transennate le vie di acceso, i curiosi che volevano ammirare quel disastro, dovevano necessariamente scegliere di attraversare il ponte e fermarsi, sulla sua estremità, a guardare.
Letta, Gianni in questo caso (meglio precisarlo, perchè di Letta che contano è piena l'Italia) non si espande però a causa di quel ponte, sarebbe poca cosa. Si espande ancora, a Roma, assumendo la presidenza della Fondazione del Teatro Eliseo, retto da Barbareschi, incurante dei grattacapi che gli potranno venire in questi mesi dalla 'reggenza' del partito di Berlusconi, convalescente. Ma con gli anni che ha - ottantuno! - gli impegni (ed anche i traffici) politici, gli mancava ancora di mettere lo zampino in un'altra istituzione culturale della Capitale? Dopo Musica per Roma, Accademia di Santa Cecilia, premi Carli, Agnes, Comitato Andreotti, Associazione Civita (per un elenco, ancora incompleto, si legga il precedente post: Antico gioco del letta).
Se ne stia a casa, non necessariamente a ricamare, può sempre leggere, guardare la tv, ma anche frequentare salotti, andare ai concerti, come già fa, all'Opera, presiedere le giurie di numerosi premi e qualunque altra cosa egli voglia, ma per un attimo dica a se stesso che quando è troppo è troppo. Perchè, già prima di quest'ultimo incarico, il suo nome viene fuori per qualunque cosa.
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giovedì 16 giugno 2016
venerdì 21 marzo 2014
Facoltosi artigiani globali salveranno l'Italia che rovina. Hanno cominciato Della Valle, Fendi, Bvlgari
Ha cominciato anni fa uno scarparo (Della Valle) che ha fatto il colpo della vita. Restaurare a proprie spese (una ventina di milioni di Euro) il monumento più famoso al mondo, il Colosseo - che secondo il mio nipotino Leonardo, fu Domiziano a costruire, lui in persona e non gli schiavi, come tutti sappiamo. Non so chi glielo abbia detto, ma qualcuno deve averglielo detto,altrimenti...
Dopo numerosissime polemiche , alcune delle quali davvero incomprensibili, finalmente il restauro del grande monumento ha preso il via e pare che già quest'estate ne vedremo uno spicchio risplendente.
Poi è venuta una famiglia di sartine, le Fendi, che hanno devoluto un pò dei loro guadagni ( in verità non più grassi come una volta, perché in tempo di vacche magre le sarte rifanno gli orli e allargano o stringono, niente più vestiti su misura) al restauro di Fontana di Trevi, il monumento che i turisti di mezzo mondo assaltano ogni giorno per farsi fotografare e gettare la loro monetina nell'acqua sperando così di tornare nella capitale, trovandola si spera più bella e restaurata di come l'avevano lasciata la volta precedente.
Buon terzo, ma si spera non ultimo, arriva un famoso ferramenta, Bvlgari, che s'è messo in testa di restaurare la scalinata di 'Trinità de'monti' dalla quale si intravede la loro bottega , all'inizio di via de' Condotti, che è lì da centotrent'anni, in faccia al famoso Caffè greco.
A Roma, da restaurare c'è ancora quasi tutta la città, e se si aspetta che trovi i mezzi Marino, l'ennesimo nerone amministrativo della Capitale, Roma arrivata fino a noi dopo 2000 anni di intemperie, rischia di franare in un sol colpo. Occorre che l'esempio dei noti scarpari, sartine e ferramenta, venga seguito da altri che, sborsando somme più o meno consistenti, riparino di volta in volta un pezzo del grande patrimonio romano ed anche italiano.
Tatò, da qualche anno a capo della Treccani, ha fatto nei giorni scorsi una proposta, dalle pagine del Corriere. L'Italia senza i privati non si può salvare dal degrado, già a livelli che non consentono distrazioni di sorta. E lo Stato? Per facilitare ed incoraggiare tali interventi deve rinunciare a tassare i finanziamenti privati che servono a tenere ancora in piedi il Bel Paese. Sarebbe questo il prezzo, non altissimo, che lo Stato pagherebbe alla società, proprietaria del bene culturale, storico od architettonico, per restituirglielo nello splendore originario. La proposta è interessante ed andrebbe messa in pratica dallo svelto gabinetto di Renzi, mentre Marino non fa nulla, neppure per risparmiare a Roma nuove buche, non storiche, che rischiano di diventare tali, e si fa bello, ricevendo Sorrentino e ringraziando gli artigiani che stanno tentando di salvare Roma dalla rovina.
Dopo numerosissime polemiche , alcune delle quali davvero incomprensibili, finalmente il restauro del grande monumento ha preso il via e pare che già quest'estate ne vedremo uno spicchio risplendente.
Poi è venuta una famiglia di sartine, le Fendi, che hanno devoluto un pò dei loro guadagni ( in verità non più grassi come una volta, perché in tempo di vacche magre le sarte rifanno gli orli e allargano o stringono, niente più vestiti su misura) al restauro di Fontana di Trevi, il monumento che i turisti di mezzo mondo assaltano ogni giorno per farsi fotografare e gettare la loro monetina nell'acqua sperando così di tornare nella capitale, trovandola si spera più bella e restaurata di come l'avevano lasciata la volta precedente.
Buon terzo, ma si spera non ultimo, arriva un famoso ferramenta, Bvlgari, che s'è messo in testa di restaurare la scalinata di 'Trinità de'monti' dalla quale si intravede la loro bottega , all'inizio di via de' Condotti, che è lì da centotrent'anni, in faccia al famoso Caffè greco.
A Roma, da restaurare c'è ancora quasi tutta la città, e se si aspetta che trovi i mezzi Marino, l'ennesimo nerone amministrativo della Capitale, Roma arrivata fino a noi dopo 2000 anni di intemperie, rischia di franare in un sol colpo. Occorre che l'esempio dei noti scarpari, sartine e ferramenta, venga seguito da altri che, sborsando somme più o meno consistenti, riparino di volta in volta un pezzo del grande patrimonio romano ed anche italiano.
Tatò, da qualche anno a capo della Treccani, ha fatto nei giorni scorsi una proposta, dalle pagine del Corriere. L'Italia senza i privati non si può salvare dal degrado, già a livelli che non consentono distrazioni di sorta. E lo Stato? Per facilitare ed incoraggiare tali interventi deve rinunciare a tassare i finanziamenti privati che servono a tenere ancora in piedi il Bel Paese. Sarebbe questo il prezzo, non altissimo, che lo Stato pagherebbe alla società, proprietaria del bene culturale, storico od architettonico, per restituirglielo nello splendore originario. La proposta è interessante ed andrebbe messa in pratica dallo svelto gabinetto di Renzi, mentre Marino non fa nulla, neppure per risparmiare a Roma nuove buche, non storiche, che rischiano di diventare tali, e si fa bello, ricevendo Sorrentino e ringraziando gli artigiani che stanno tentando di salvare Roma dalla rovina.
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