Sulle liste d’attesa il ministro della Salute Orazio Schillaci ha lanciato il guanto di sfida: «Stop momentaneo all’attività libero professionale dei medici negli ospedali quando lo sbilanciamento dei tempi a favore del privato nega il diritto alle cure». «La libera professione è un diritto, ma non può negare la prestazione pubblica – ha spiegato il ministro intervistato da La Stampa -. Il problema nasce quando ci sono più prestazioni a pagamento che in SSN, quando l'attesa pubblica è di sei mesi e l'intramoenia di due settimane. Se lo sbilanciamento nega il diritto alle cure, è verosimile ipotizzare una sospensione temporanea. Il patto è chiaro: prima il pubblico, poi il privato convenzionato. Dove vediamo criticità, interveniamo per garantire equità».
Insomma per i medici niente visite nel privato se c’è da smaltire una lista mostruosa nel pubblico. La proposta, come si dice in questi casi, ha aperto il dibattito anche sui social network de La Stampa, dove sono molti e contrastanti opinioni e pareri. «È molto semplice. Mi togli l'intramoenia? Quel tempo lo passerò a casa – scrive Enrico De Nicola su Facebook -. Di sicuro non vengo a lavorare gratuitamente per abbattere le liste di attesa create dalla politica miope di questi decenni. Diverso è dire: ci sono pochi medici? Do loro la possibilità di abbattere le liste pagandoli extra orario di lavoro senza che i pazienti paghino la visita privata». Anche Eleonora Colnaghi, sempre su Facebook, pare della stessa idea e chiede: «Se si proibisce l’intramoenia come si può chiamare a svolgere attività straordinaria non pagata , posto che l’attività straordinaria è volontaria?».
«Basta propaganda. Elargite risorse concrete e non tagli al personale medico-infermieristico, garantite un incremento dei professionisti in pubblico, aumentando stipendi e tagliando tasse e non facendo scappare i professionisti dal pubblico al privato (o all'estero) dove sono valorizzati lavorativamente con condizioni ed orari idonei, oltre che pecuniariamente. Si lavora per vivere e non il contrario come si pretende in sanità in Italia al giorno d'oggi» chiosa Marco Cavaleri. Anche un altro collega, Gianluca Donatini, pare dello stesso parere dei precedenti. «Da medico ex SSN ora in Francia. Intramoenia è una prestazione che si fa una volta esaurito l’orario di lavoro convenzionale contrattualizzato – ragiona nel suo post a commento dell’intervista -. Ovvero se mi paghi 38 ore settimanali, dalla 39esima faccio ciò che voglio. Sapendo che su 150€ di visita intramoenia il medico ne vede 50€ i poco meno nette. Il resto va ad ospedale e stato. Caro collega ministro, poche parole dette male ed in malafede».
«Adeguate gli stipendi di noi medici alle medie europee prima. Altrimenti ogni scelta comporterà un ulteriore passo verso una sanità completamente privata. Se si vuole un servizio nazionale all’altezza è necessario investire» scrive Paolo Meani. «Pura propaganda: se, anziché fare l’intramoenia, io vado al mare, le liste di attesa non si abbattono. L’orario settimanale è di 38 ore, ciò che io faccio oltre a quel monte ore non riguarda il mio datore di lavoro. Inoltre, l’intramoenia è molto meno remunerativa, in quanto una parte del guadagno la trattiene l’ospedale (oltre alla quota giustamente tassata). Le liste di attesa si abbattono assumendo il personale e aggiornando le piante organiche» è l’opinione di Benedetta Costantini. Ilaria Pietropaolo invece vuole lanciare una provocazione al ministro: «Se gli straordinari venissero retribuiti, le liste di attesa si abbatterebbero e gli utenti pagherebbero solo il ticket laddove previsto. Io, da medico, preferirei mille volte lavorare in straordinario piuttosto che in intramoenia».
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