martedì 18 novembre 2025

Ogni biblioteca , libro dopo libro acquisito, diventa il ritratto di chi l'ha costruita ( da La Repubblica, di Francesco Guglieri)

 

Non è la prima volta, ahimè: ho ricomprato un libro che mi ero scordato di possedere già. Peccato reso veniale dall’età, certo, dall’accumulo di letture (per lavoro, passione, amore e tutti gli alti motivi per cui si accumulano libri), d’accordo: ma quando, sfogliando la vecchia copia scopro che non solo quel libro lo possedevo già ma l’avevo anche letto, ho iniziato a preoccuparmi. Che l’avessi letto lo capisco dalle sottolineature e dai punti esclamativi vergati a matita da quella che appare indubbiamente la mia scrittura. Perché si accumulano libri? Perché, per usare un’espressione un po’ pomposa, si mette insieme una biblioteca? Come dicevo prima ci sono tanti motivi, da quelli più contingenti a quelli più metodici, ma credo che una non piccola parte di motivazione sia dovuta a una certa “assenza di realtà” che a tutti colpisce prima o poi: pensiamo che, libro dopo libro, una biblioteca possa essere un ritratto fedele di chi l’ha costruita. E che quindi osservandola, o anche solo tenendola vicina, gettandovi uno sguardo distratto ogni tanto come a uno sfondo, si abbia conferma della propria esistenza, come guardandosi da fuori. Forse vale per ogni collezione, ma di certo ai libri, nella nostra cultura, si è riconosciuto un privilegio, uno statuto speciale di “sostituti della presenza” che leghiamo a pochissimi altri oggetti.


Walter Benjamin ne parla in un breve saggio in cui racconta l’esperienza di togliere la sua biblioteca dalle casse in cui l’aveva riposta per un trasloco. Per spirito inquieto, sfortune e depressione, e in seguito per fuggire ai nazisti e a una Germania sempre più ostile, Benjamin fece molti traslochi, preoccupandosi ogni volta della sua biblioteca (in particolare di una collezione di libri per bambini a cui era particolarmente legato): in “Disfo la mia biblioteca dalle casse” (1931) scrive che per ogni libro che tira fuori dalle scatole è invaso dalla “marea dei ricordi”. Come treni notturni, infatti, i libri trasportano oltre alle informazioni contenute tra le loro pagine, anche degli altri passeggeri, dei clandestini: la memoria dell’acquisto, l’occasione del possesso, quel misto di caso e destino che ce li ha fatti incontrare. Ma è solo un’illusione: i libri che abbiamo dimenticato di possedere o addirittura di aver letto ci ricordano come ogni ritratto, soprattutto quello che noi facciamo di noi stessi, è un inganno fatto più di ombre che di luce, più di assenze, lacune, oblio che di presenze e di convinzioni.

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