sabato 27 giugno 2026

F.F. Fuortes Fiorentino :" un Maggio da fuochi d'artificio per il Centenario dell'Orchestra nata nel 1928" ad opera di Vittorio Gui (da La Nazione, di Erika Pontini e Barbara Berti)

 

Il sogno di Carlo Fuortes: “Un Maggio da fuochi d’artificio per il centenario dell’Orchestra. Klinghoffer? Bisogna osare”

Il direttore-manager traccia un bilancio della sua gestione: “Si può fare tanto ancora. In città oggi c’è un sentimento d’orgoglio per il teatro: questa è la cosa più importante”

Carlo Fuortes alla Nazione (Giuseppe Cabras/New Press Photo)

Carlo Fuortes alla Nazione (Giuseppe Cabras/New Press Photo)

Due anni per far rivivere il Maggio Musicale — quello delle origini che ha conosciuto sin da ragazzo appassionato di opera —, intercettando il pubblico nazionale e straniero anche grazie a stagioni programmate con largo anticipo e capaci di “stupire”: una delle mission di un teatro. Prova ne è il riuscitissimo ‘The Death of Klinghoffer’ per la regia di Luca Guadagnino, che ha tolto al sovrintendente parecchi sonni man mano che la situazione geopolitica cambiava scenario. Ma Carlo Fuortes, il manager che ha risanato i conti del teatro cittadino, coltiva un sogno. “Nel 2028 si celebrerà il centenario dell’Orchestra: vorrei riuscire a fare un programma ancora più ambizioso con i grandi direttori, grandi orchestre, produzioni molto importanti. Vorrei fare i fuochi d’artificio, ma ne devo prima parlare con i soci privati e con le istituzioni”. Ospite de La Nazione, accetta di parlare a tutto tondo di due anni complicati, raccogliendo l’eredità che prima fu di Pereira e poi del commissario Cutaia: "Dissi no a fare il commissario perché volevo costruire, non tagliare”.

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Il sogno di Carlo Fuortes "Un Maggio da fuochi d’artificio per il centenario dell’Orchestra"

Il bilancio 2025 si è chiuso con un utile di 842mila euro, approvato all’unanimità. I biglietti venduti sono più che raddoppiati. Lei è arrivato al Maggio con i conti in rosso: cosa ha cambiato concretamente?

“Ogni teatro ha una sua specificità in relazione alla collettività. Il Maggio ha enormi potenzialità in rapporto a Firenze, una città medio-piccola, e per vivere bene deve avere un’ambizione nazionale e internazionale: un pubblico che ho cercato di avvicinare anche giocando in anticipo — già adesso si possono acquistare biglietti per Natale 2027. Non c’è una ricetta Fuortes, ma esiste quella universale: puntare su qualità e sostenibilità, due peculiarità che non sempre è possibile far convivere”.

Risultati ottenuti senza contributi straordinari dei soci fondatori: il risanamento sembra strutturale. Ma un equilibrio così fragile regge a una stagione 2027 con dodici opere, sette nuovi allestimenti e Kaufmann, Garančová, Netrebko?

"Quando si pianifica una stagione si calcolano nel dettaglio tutti i costi, che poi devo portare all’approvazione del Consiglio d’Indirizzo. Ovviamente c’è la variabile biglietteria, e per quella voce serve un po’ d’esperienza. Nel 2025 abbiamo fatto il record storico con cinque milioni d’incassi: con una stagione così ho potuto fare una solida stima. L’intera stagione viene coperta con biglietteria, sponsorizzazioni e contributi privati: la biglietteria conta per il 50-60% delle entrate. I contributi pubblici, invece, servono per la gestione tecnica e gli stipendi”.

I biglietti non sono aumentati, anche questo aiuta...

"Ho trovato adeguate le tariffe stabilite dal commissario Cutaia. Credo che i teatri pubblici non debbano avere barriere all’entrata. Sono finanziati per lo più con la spesa pubblica, che si alimenta con le tasse. Gratis è impossibile, ma abbiamo ticket da 10 euro per gli studenti e con quello da 30 euro si vede e si sente molto bene”.

L’85% di riempimento per l’opera, oltre il 90% ai concerti nella sala Mehta. Firenze ha ritrovato il suo teatro o c’è ancora una parte di città che il Maggio non riesce a raggiungere?

"Si può fare ancora molto. Ho riscontrato però che in città c’è un sentimento d’orgoglio per il suo teatro, e questa è la cosa più importante”.

Quale pubblico straniero attrae?

"Abbiamo commissionato uno studio per analizzare i flussi di spettatori”.

Premio Abbiati per il miglior spettacolo dell’anno, e un Festival aperto con ‘The Death of Klinghoffer’ di Adams per la regia di Guadagnino. È un Maggio che vuole sorprendere o che vuole riposizionarsi?

"Le due cose sono collegate: per riposizionarsi bisogna sorprendere. E quando fai teatro devi sempre sorprendere per fidelizzare il pubblico. È nella tradizione del Maggio guardare al futuro senza perdere le radici, e lo facciamo con le coproduzioni con altri teatri e con le produzioni autonome, che sono fondamentali. Il Maggio è il centro di produzione culturale più importante della città: circa 400 persone lavorano per produrre spettacoli, questo è un valore per Firenze”.

Ha avuto qualche dubbio a mettere in scena ‘The Death of Klinghoffer’?

“Dato l’argomento e la variabile Guadagnino, che non lavora in questo settore, qualche dubbio sì. Ma nel teatro bisogna rischiare. Per fortuna è andata bene, meglio di come mi aspettavo".

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Una scena dell’opera ’The Death of Klinghoffer’ di John Adams per la regia di Luca Guadagnino

Il 21 aprile 2027 il teatro verrà intitolato a Vittorio Gui e Riccardo Muti salirà sul podio. Un gesto fortemente identitario.

"Fortemente voluto. Gui è la persona che ha creato il Maggio, l’apertura internazionale l’ha data lui. Quando Muti ha detto che lo meritava, l’ho subito appoggiato. Ho apprezzato che l’amministrazione comunale abbia sostenuto questa intitolazione in poco tempo”.

Durante la pandemia si è parlato molto di teatro digitale e streaming. Oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa nella scenografia e persino nella composizione: opportunità o minaccia?

"La tecnologia può essere un’opportunità, ma il teatro deve continuare a essere un luogo fisico dove si incontrano spettatori e artisti. In un mondo sempre più virtuale e che corre velocissimo, l’appeal del teatro sta proprio nell’essere un luogo fisico. Lo vedo con i ragazzi delle scuole: entrando ne restano rapiti”.

Lei ha lavorato alla Rai, all’Opera di Roma. Ha attraversato governi diversi. In Italia si può gestire la cultura senza mediare con la politica?

"Si può. Sto gestendo il Maggio senza interferenze politiche, né a livello nazionale né locale. Non sempre è così - alcune volte ci sono condizionamenti - però credo che anche se il settore pubblico finanzia, non per forza deve condizionare”.

Il Festival Maggio si confronta con Salisburgo, Aix-en-Provence, Glyndebourne. È un confronto che la stimola o che trova ancora impari?

"Il Maggio nasce come Festival. Adesso però è un teatro d’opera che lavora tutto l’anno, e per questo è importante avere un pubblico internazionale. Il Festival resta il nostro fiore all’occhiello e lo stimolo per competere con i grandi”.

‘Opera Camion’ porta il teatro fuori dal teatro. Un sovrintendente che fa questo rinuncia a qualcosa: prestigio, risorse, attenzione.

"No, è un pezzo importante dell’offerta: il teatro vive per la collettività. Non sempre aspettare che venga il pubblico è la strategia migliore: portare il teatro in piazza è un’ottima occasione per ampliare il pubblico. ‘Opera Camion’ è un progetto artisticamente valido che avevo sviluppato a Roma e ora, trovate le condizioni, l’ho portato qui. Lo stesso abbiamo fatto con ‘Una Traviata da cortile’ di Alessandro Baricco”.

A due anni e mezzo dall’inizio del mandato cos’è che ancora manca al Maggio per essere pienamente quello che potrebbe essere?

"Con la stagione 2027 proponiamo un teatro di qualità, con visibilità e apertura internazionale. L’offerta è già ottima ma si può migliorare: servono, però, ulteriori fondi. Sto capendo se si riescono a trovare”.

Come per il sogno del centenario dell’Orchestra...

"Sì, servono quattrini per sognare in grande”.

Il teatro di prosa e il teatro lirico sono due mondi lontani o possono convivere?

"Sono teatri diversi - da una parte la parola, dall’altra la musica - ma si possono trovare zone di collaborazione. È quello che stiamo facendo con il Teatro della Toscana: ci possono essere bellissimi progetti da realizzare insieme, se ne sta parlando ma non posso anticipare niente”.

Dalla Fenice alla Biennale: le polemiche politiche sulla cultura fanno male?

"Ultimamente anche troppe. Non fanno bene, certamente. La politica dovrebbe avere la misura di indirizzare il settore senza intervenire direttamente. Poi però si verificano cortocircuiti - cercati o no - e si arriva a situazioni di crisi. Tali crisi evidenziano che il nostro è un settore importante, con un impatto forte sul pubblico a tutti i livelli. Succede non solo in Italia. La politica faccia politica e la cultura faccia cultura”.

A Firenze come vive? E che città è rispetto alle altre in cui ha vissuto?

"Ho comprato casa, abito in Oltrarno, in affitto non riuscivo a trovare un appartamento adatto alle mie esigenze. Trascorro molto tempo in teatro e non riesco a vivere pienamente la città, ma la reputo straordinaria. Trovo giusto mettere un freno per non trasformarla in un grande luogo turistico, e mi pare che questa amministrazione stia andando in quella direzione. Svenderla sarebbe un errore: Firenze deve continuare a essere Firenze”.

C’è uno spettacolo che nella sua carriera l’ha cambiata come spettatore, prima ancora che come manager?

"Il ‘Don Giovanni’ di Joseph Losey. Avevo 16-17 anni quando l’ho visto la prima volta: già amavo l’opera, il jazz, e suonavo il piano”.

Si sente più uomo di cultura o manager?

“Entrambi, altrimenti questo mestiere non si riesce a farlo bene. Oggi le Fondazioni sono di fatto aziende, e quindi chi le dirige deve essere anche manager".

Da quando è arrivato, l’ex sovrintendente Alexander Pereira l’ha mai cercata?

"No. L’ho incontrato in altri teatri, non qui. Ci siamo salutati”.

Cosa ascolta quando non lavora?

"Classica e opera. Il jazz è una grande passione. La musica di stretta attualità la ascolto poco”.

La zona di Firenze che preferisce?

"Da Bellosguardo a Fiesole a Pian dei Giullari: c’è un equilibrio con l’ambiente che non si trova in nessun’altra città di queste dimensioni. Mi affascina il contrasto città-collina”.

Il piatto preferito?

"I fritti. In Toscana li trovo fantastici, eccelsi — forse per via dell’olio, ma non me li aspettavo così buoni. E poi mi piace tutta la cucina tipica”.


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