sabato 10 ottobre 2026

Attenti agli USA. I democratici e l'Europa - secondo un recente studio dell'European Council on Foreign Relations (da Corriere della Sera, di Federico Rampini)

 

Tre anime dei democratici preparano il dopo-Trump. Ma tutte voltano le spalle all'Europa

Questa analisi è stata pubblicata su Global, la newsletter di Federico Rampini.  

Uno studio dello European Council on Foreign Relations passa al setaccio le primarie di midterm nel campo dell'opposizione democratica. Ne esce un partito diviso su quasi tutto, tranne che su un punto: l'Europa non interessa. Ecco una sintesi del rapporto.

Quest'estate l'America ha ospitato il mondo e al tempo stesso gli ha voltato le spalle. Mentre a Seattle si preparava la partita Iran-Egitto, nei Mondiali di calcio, l'aviazione americana colpiva di nuovo l'Iran, al quarto mese di guerra. Nel giorno delle semifinali Donald Trump pubblicava su Truth Social una cartina ritoccata con l'AI che copriva Canada, Groenlandia, Messico e Venezuela con la bandiera americana. Pochi giorni dopo aver consegnato la coppa alla Spagna, la sua amministrazione annunciava dazi base del 10% su ottanta paesi. Padrone di casa del pallone e belligerante nello stesso momento: è l'immagine che gli europei hanno oggi degli Stati Uniti, un paese troppo centrale per ignorarlo e troppo imprevedibile per affidarvisi.

Chi in Europa spera che le elezioni di midterm di novembre rimettano le cose a posto farebbe bene a raffreddare le aspettative. I democratici possono conquistare una o entrambe le Camere. Potranno aprire inchieste e denunciare le scelte della Casa Bianca. Ma Trump ha già dimostrato di saper aggirare il Congresso, perfino quando aveva una maggioranza amica. Davanti a un Congresso ostile lo farà con ancora meno scrupoli. Finché non cambia l'inquilino della Casa Bianca, la sostanza cambierà poco.

La vera partita dei democratici, dunque, non è frenare Trump ma definire che cosa verrà dopo di lui. È la tesi del rapporto pubblicato dallo European Council on Foreign Relations, think tank paneuropeo, firmato da Célia Belin, che dirige l'ufficio di Parigi, e da Chris Herrmann e Nevada Joan Lee, che lavorano a Washington. Gli autori hanno passato al setaccio decine di campagne per le primarie dell'opposizione e intervistato collaboratori parlamentari, sondaggisti ed ex funzionari.

Gli autori dividono i democratici in tre famiglie, che in inglese suonano così: revolutionaries, renovators, revivalists. Rivoluzionari, riformisti e restauratori. Non sono correnti organizzate ma tipi ideali, e molti candidati hanno un piede in più campi. Il criterio di classificazione però è utile: ciascuno risponde in modo diverso a due domande che l'America si pone da anni, "che cosa si è rotto?" e "come lo ripariamo?". La diagnosi, scoprono gli autori, predice con buona precisione la visione del mondo.

Per i rivoluzionari il sistema americano non è guasto: funziona esattamente come è stato progettato, cioè al servizio dei supercapitalisti, della ricchezza concentrata. Il nemico non è tanto Trump o il partito repubblicano quanto la classe dominante nel suo complesso. Abdul El-Sayed, ex dirigente della sanità pubblica di Detroit e candidato al Senato in Michigan, lo ha detto nel discorso di vittoria alle primarie: se tanti non hanno nulla, è perché il sistema ha corrotto la politica per impoverirli. Nello stesso filone ci sono Charles Booker in Kentucky, Angie Nixon in Florida, Melat Kiros in Colorado, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier a New York. Il menu è noto: Medicare for All (cioè un sistema sanitario pubblico per tutti, sul modello di quello che oggi si occupa degli over-65), nazionalizzazione di grandi imprese, più giudici alla Corte suprema per scardinare la maggioranza repubblicana, limiti di mandato per i parlamentari, finanziamento pubblico delle campagne, tasse sugli ultraricchi. I leader sono il sindaco di New York Zohran Mamdani, Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez. Ocasio-Cortez, interrogata su una corsa alla Casa Bianca, ha risposto che i presidenti passano, la sanità universale resta.

In politica estera la lettura è speculare. Il complesso militar-industriale, sostiene Valdez, è diventato di fatto la politica industriale americana. Israele è il caso emblematico: per questo campo a Gaza c'è stato un genocidio, condizionare gli aiuti non basta più, serve un embargo totale sulle armi, sistemi difensivi compresi. La cura è a monte: vietare i finanziamenti alla politica dalle grandi aziende, spezzare l'influenza dei produttori di armi, tagliare il bilancio della Difesa, spostare risorse su diplomazia e aiuti umanitari.

Non sono folklore. Hanno dalla loro l'energia che ha portato Mamdani in municipio, e vanno presi sul serio.

Il secondo campo condivide la rabbia ma non la diagnosi. Il sistema è imperfetto ma va conservato: è stato catturato dal denaro, dall'avidità aziendale, da una classe dirigente corrotta o a corto di idee. Il volto più noto è James Talarico, candidato al Senato in Texas, insegnante di scuola media e seminarista presbiteriano, che parla di corruzione "nel senso profondo", come un marcire dall'interno. Accanto a lui il senatore della Georgia Jon Ossoff, Chris Murphy del Connecticut, Sherrod Brown che ritenta in Ohio. Le ricette in parte coincidono con quelle dei rivoluzionari: divieto per i parlamentari di comprare e vendere azioni, limiti di mandato, riforma del finanziamento elettorale. La differenza si vede sull'ICE, la polizia dell'immigrazione: i rivoluzionari vogliono abolirla, i riformisti ripulirla.

All'estero vedono la stessa corruzione esportata. Ossoff ha preso di mira gli affari di Jared Kushner in Medio Oriente, Murphy ha definito senza precedenti nella storia americana i regali e gli accordi d'affari accettati da Trump con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati. L'operazione che ha deposto Nicolás Maduro in Venezuela, per Talarico, è un regalo ai petrolieri in cambio di finanziamenti elettorali. Su Israele distinguono tra armi offensive, da bloccare, e difensive, da garantire.

Il terzo campo è il più numeroso e il più vicino ai vertici del partito. Crede nell'eccezionalismo americano, attribuisce al liberalismo americano ottant'anni di pace e prosperità, e individua in Trump e nel movimento MAGA la causa della polarizzazione che paralizza Washington. Sconfitto Trump, gente competente e con esperienza rimetterà in moto la macchina, lavorando con i repubblicani ragionevoli. Ne fanno parte Chris Coons del Delaware, Chuck Schumer, Roy Cooper in North Carolina, Chris Pappas in New Hampshire.

In politica estera difendono l'ordine del dopoguerra, la NATO, l'Organizzazione mondiale del commercio. Se gli americani si sono ribellati a queste istituzioni, pensano, è per un difetto di comunicazione: nessuno ha spiegato loro che cosa ci guadagnavano. I problemi internazionali hanno un nome e un cognome, Netanyahu o Putin, e cambiando i leader si risanano i rapporti.

Lo studio misura le tre correnti su temi che contano per l'Europa.

Commercio. Dalla vittoria di Mamdani nel novembre 2025 la parola d'ordine di tutti è il carovita. Tutti i democratici attaccano i dazi di Trump, ma attenzione: è un'obiezione a questi dazi, non ai dazi in sé. Ocasio-Cortez, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha chiesto di riconoscere che il NAFTA (trattato di libero scambio Usa-Canada-Messico) è stato un fallimento per l'America rurale e operaia. I riformisti vogliono correggere gli accordi esistenti; i restauratori restano fedeli al libero scambio, con barriere solo sulle tecnologie sensibili.

Uso della forza. Quasi tutti hanno condannato la guerra all'Iran. El-Sayed l'ha definita stupida e illegale; i riformisti ci vedono la corruzione; i restauratori contestano il metodo, l'assenza di un voto del Congresso, la mancata consultazione degli alleati.

Cina. Tutti considerano la Repubblica Popolare una sfida strategica, ma i rivoluzionari temono che la competizione divori le priorità interne. Ocasio-Cortez, interrogata sull'invio di truppe per difendere Taiwan, ha evitato di rispondere, auspicando di non arrivare mai a quel punto. Questo campo preferisce mettere limiti all'AI per proteggere lavoro e ambiente piuttosto che correre per battere Pechino. All'estremo opposto i restauratori vedono nella Cina la questione di sicurezza nazionale per eccellenza: controlli sull'export tecnologico, barriere alle auto elettriche cinesi, messa fuorilegge di TikTok. I riformisti stanno nel mezzo, e alcuni arrivano a chiedere moratorie sui data center anche a costo di frenare lo sviluppo dei modelli di frontiera. A Pechino seguono queste discussioni con grande attenzione, e un'America che considera la Cina soltanto un problema da gestire sarebbe, per Xi Jinping, un'ottima notizia.

Israele. È la linea di frattura più netta: embargo totale per i rivoluzionari, distinzione tra armi offensive e difensive per i riformisti, sostegno condizionato caso per caso per i restauratori, che danno la colpa a Netanyahu.

Europa e Ucraina. Qui sta la notizia vera. Nelle campagne di midterm, scrivono gli autori, è difficile trovare un solo candidato democratico che parli agli elettori del rapporto transatlantico. Nessuno dei tre campi abbandona Kiev, ma si notano accenti diversi. I rivoluzionari restano scettici sul fatto che nuove armi giovino agli americani. Eppure perfino El-Sayed definisce quella ucraina una giusta resistenza a un'invasione. Sulla NATO le distanze crescono. I rivoluzionari accettano, talvolta accolgono con favore, l'autonomia strategica europea, e difficilmente si batterebbero per riportare in Europa i soldati che Trump dovesse ritirare. Vorrebbero un'alleanza fondata sui valori più che sulla difesa. I riformisti credono nell'articolo 5 ma chiedono agli europei di pagarsi la sicurezza, e li vedono come soci nella lotta all'evasione fiscale, alla corruzione, nella regolazione delle piattaforme digitali. I restauratori sono gli unici veri atlantisti, considerano chiusa la questione del riequilibrio degli oneri con l'impegno europeo a dedicare alla difesa il 5% del PIL e vogliono tornare alle vecchie regole: consultare prima di decidere, avvertire gli alleati, rispettare gli impegni.

La conclusione dell'ECFR è un campanello d'allarme. Se e quando i democratici torneranno al potere, non sarà un ritorno all'epoca di Obama o di Biden. Il commercio non è più un bene in sé, l'attaccamento storico all'Atlantico si affievolisce. I democratici più giovani giudicano le alleanze in base all'efficacia e agli interessi condivisi, non alla solidarietà ereditata.

C'è di peggio. Agli occhi della sinistra americana gli europei rischiano di apparire irrilevanti o complici: i leader che da due anni lusingano Trump, tra partite a golf e appellativi paterni, vengono visti come parte del problema. A loro volta, in privato, i governanti europei disprezzano i democratici che hanno perso due volte contro Trump. Gli autori ricordano che anche Biden, atlantista a parole, varò l'Inflation Reduction Act che penalizzava le imprese europee, si ritirò dall'Afghanistan senza coordinarsi con gli alleati e sacrificò la Francia all'Australia con l'accordo AUKUS sui sottomarini nell'Indo-Pacifico. È un promemoria utile: l'unilateralismo americano non nasce con Trump.

Qualche messa in guardia. L'ECFR, finanziato tra gli altri dalle Open Society Foundations di George Soros (miliardario radical chic), ha una ideologia: quando liquida l'idea trumpiana di un'eredità culturale comune come un modo velato di esaltare l'Europa bianca, gli autori smettono di descrivere e cominciano a giudicare. Lo stesso rigore usato per i restauratori andrebbe applicato ai rivoluzionari, la cui idea di un'alleanza fondata sui "valori" e non sulla difesa lascia scoperti gli europei proprio mentre la Russia preme sul fianco orientale. Resta il dato più duro dell'intero studio: l'Europa è scomparsa dal dibattito americano. Non la si fa tornare con l'Erasmus atlantico. La si fa tornare diventando un attore che conta, con una difesa credibile, un'economia che cresce e una politica tecnologica che non si limiti a regolamentare ciò che inventano gli altri.

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