Ci sono personaggi che, per anni, hanno vissuto fuori dal rischio. Hanno attraversato scandali, processi, tempeste mediatiche come se fossero stati protetti da una campana di vetro. Alfonso Signorini, lo storico direttore di Chi, è stato uno di questi. Sempre presente. Sempre centrale. Eppure raramente è finito nell’occhio del ciclone. Era (è) la cassaforte dei segreti della famiglia Berlusconi, come di tanti altri vip e potenti nell’Italia degli ultimi due decenni. Oggi, per la prima volta, quella campana però sembra essersi incrinata.
Le accuse di Fabrizio Corona non sono certo una sentenza. E non hanno nemmeno dato il via (per il momento) a un atto giudiziario. Sono un racconto. Confuso. Iperbolico. Spesso eccessivo. Arrivano in un momento in cui il network attorno a Signorini è meno compatto, di sicuro più fragile di una volta. E questo fa la differenza.
Signorini, il centro di un sistema che gestiva relazioni, accessi, possibilità
Per la prima volta, infatti, Signorini non appare solo come il narratore del potere mediatico. Ma come uno dei suoi ingranaggi più visibili. È questo il salto che rende la vicenda diversa dalle molte polemiche che lo hanno riguardato negli anni, senza scalfirlo. Corona non lo attacca per una copertina, per una frase, per una scelta editoriale. Lo accusa di essere parte nevralgica di un sistema. Di gestire relazioni, accessi, possibilità. Di avere esercitato un potere non solo narrativo, ma selettivo. Un potere che passa dal decidere chi entra in televisione, chi ottiene visibilità, chi resta fuori. È un’accusa che non ha ancora riscontri giudiziari, ma che colpisce il cuore di quell’immagine di personaggio pubblico che Signorini si è costruito negli ultimi anni.
Le accuse non riguardano ciò che Alfonso racconta. Ma cosa rappresenta
La risposta, da parte di “Alfonsina la pazza” (copyright Dagospia), è stata al momento misurata. Nessuna sceneggiata. Nessuna contro-narrazione social. Nessun tentativo di ribaltare il racconto sul piano emotivo. Solo una frase asciutta: «Ho dato mandato ai miei legali». È una frase che chiude. Ma non spegne. Perché intorno, questa volta, il rumore non è solo gossip. È il suono di una domanda che, come mai accaduto prima, non riguarda ciò che Signorini racconta. Ma cosa rappresenta.
La rottura con Parpiglia e una perdita di copertura e protezione reciproca
Il tempismo è stato tutto in questa vicenda. Le accuse di Corona sono arrivate dopo la rottura con Gabriele Parpiglia con Signorini. Collaboratore storico di Alfonso. Firma riconoscibile. Uomo di fiducia. Un sodalizio durato anni, cresciuto tra redazioni e retroscena, e finito in modo pubblico, ruvido, non pacificato. Quando una coppia professionale di questo tipo si separa così, nel mondo del gossip non è mai solo una questione di caratteri. È una perdita di copertura. Di protezione reciproca. Di silenzi condivisi. È in questo spazio che Corona entra in scena.
Non colpisce Signorini come conduttore. Né come personaggio televisivo. Colpisce il ruolo. L’autorità che si occupa della selezione. L’idea che esista una soglia. E che Signorini sia stato, per anni, uno dei custodi di quella soglia. Non è un caso che Parpiglia stia cavalcando la questione sui social, raccontando come lui per anni abbia denunciato il sistema Signorini, senza ricordarsi di essere stato un suo prodotto e di aver alimentato quel meccanismo per decenni.
Negli anni di Vallettopoli Signorini era già una figura centrale
Per capire perché questa accusa pesa più di altre bisogna tornare indietro. Molto indietro. A quando il potere di Signorini non era televisivo, ma editoriale. E passava dalle fotografie. Negli anni di Vallettopoli, quando il gossip italiano venne messo sotto processo e il mondo dei paparazzi finì nei fascicoli giudiziari, Signorini era già una figura centrale. Non però l’uomo simbolo dell’inchiesta. Quello era Fabrizio Corona. Ma il settimanale Chi era il luogo dove le immagini arrivavano. Dove venivano valutate. Dove si decideva se una storia sarebbe diventata pubblica o meno. Dove si sceglieva anche se scavalcare i paparazzi che avevano inviato gli scatti, usando i propri fotografi per scovare in autonomia la notizia, evitando così di pagare.
Nei processi il nome di Signorini compariva solo come testimone. Un interlocutore. E punto di snodo. Le cronache raccontavano di foto visionate in redazione. Di telefonate per avvertire i protagonisti. Di interviste organizzate. Di rapporti professionali con Corona che, riletti oggi, restituiscono il clima di un’epoca in cui il confine tra informazione, mediazione e pressione era labile.
Uomo di fiducia dei Berlusconi, non solo direttore di rotocalco
Ma è nel rapporto con la famiglia Berlusconi che la forza di Signorini ha assunto una forma più profonda. Per anni, Alfonso è stato considerato un uomo di fiducia. Non solo un direttore di rotocalco. Ma un interprete affidabile dell’universo berlusconiano. Un giornalista capace di maneggiare storie delicate senza farle esplodere. Abile a difendere. Schermare. Scegliere il tono giusto. Del resto, negli anni sulla sua scrivania è passato di tutto, anche le foto dei figli più piccoli del Cavaliere, che all’inizio degli Anni 2000 frequentavano discoteche come tanti altri calciatori beccati in flagranza di baldoria dai paparazzi.
Durante gli anni delle “cene eleganti” ad Arcore, Signorini è stato tra i pochi che pubblicamente ha difeso Silvio Berlusconi con convinzione. In tivù, sui giornali, spiegando che si trattava, secondo lui, di attacchi politici. Che la vita privata non poteva essere messa sotto processo. Una linea chiara. E coerente.
Un consigliere informale di Silvio, capace di leggere l’opinione pubblica
In ambienti giornalistici si racconta — da sempre — che Signorini fosse ascoltato. Che fosse considerato un consigliere informale. Non un stratega politico, ma un uomo capace di leggere l’opinione pubblica. Di capire cosa far uscire e cosa no. Di suggerire prudenza o reazione. Non è mai stato un ruolo ufficiale. Ma in quel mondo i ruoli più importanti non sono mai quelli negli organigrammi.
L’universo Mondadori e il rapporto sempre solido con Marina
Con Marina Berlusconi il rapporto è sempre stato solido. Di fiducia reciproca. Signorini ha diretto Chi, il cuore editoriale del gruppo Mondadori, per 17 anni, dal 2006 fino a marzo 2023. Poi ha lasciato la direzione operativa a Massimo Borgnis per assumere il ruolo di direttore editoriale e dedicarsi a nuovi progetti. Di certo è sempre stato affidabile. Uno che non sgarrava mai. Non tradiva. E soprattutto sapeva maneggiare un materiale che, per la famiglia, non è mai stato solo gossip. Era reputazione. Politica. Potere.
Perché per i Berlusconi il confine tra privato e pubblico è sempre stato politico. E lo è ancora di più oggi. Negli ultimi anni, l’ipotesi di una discesa in politica di Pier Silvio Berlusconi — evocata, smentita, lasciata fluttuare — o di Marina (ipotizzata da Corona) ha riacceso l’attenzione sull’immagine degli eredi del Cavaliere. In questo scenario, ogni scossa mediatica può trasformarsi potenzialmente in un problema politico. E ogni figura simbolo del potere mediatico del gruppo diventa sensibile.
Tacere non è segno di indifferenza, ma controllo del danno
Le accuse di Corona, in questo senso, sono una polpetta avvelenata difficile da gestire. Non colpiscono direttamente i Berlusconi. Ma se la prendono con uno degli uomini che meglio ha incarnato, per anni, il loro universo mediatico. Un direttore Mondadori. Un volto Mediaset. Un garante del racconto. Finora la reazione è stata principalmente il silenzio. Nessuna presa di distanza. Nessuna smentita pubblica. Nessun segnale di nervosismo. Ma tacere, in certi ambienti, non è segno di indifferenza. È controllo del danno.
Il Grande Fratello Vip assegna ruoli e distribuisce notorietà
Il ruolo di Signorini negli anni ha cambiato forma. Dalla carta è passato alla televisione. Dalle copertine al prime time. Dal racconto alla selezione. Il Grande Fratello Vip è diventato il nuovo ombelico di quel mondo. Non solo un reality. Ma una macchina di visibilità. Un dispositivo che crea personaggi. Assegna ruoli. E distribuisce notorietà.
In questo contesto, il conduttore non è solo un presentatore. È il custode morale del format e garante delle regole. Proprio lì Corona ha affondato il colpo. Non sul passato. Ma sul presente. Non sulle foto. Ma sulle opportunità. Non sulla carta. Ma sull’accesso.
L’apparenza è sostanza e la crepa conta quanto il crollo
Per questo oggi la storia pesa di più. Non perché Corona sia improvvisamente diventato affidabile. Ma perché il contesto è cambiato. Perché Signorini è più potente che mai. E perché ha appena perso una parte della sua rete di protezione. Nel mondo che lui conosce meglio di chiunque altro – quello dello spettacolo e del potere mediatico – l’apparenza è sostanza. E la crepa conta quanto il crollo. Per la prima volta, l’idea che Alfonso Signorini sia intoccabile non appare più granitica. E quando l’uomo che per anni ha gestito il racconto finisce dentro la storia, nulla è più davvero sotto controllo.

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