giovedì 25 dicembre 2025

Un giovanissimo direttore italiano, Gianmaria Fantato Pontini a Vienna: direttore principale della Wiener Stadtorchester ( da Corriere del Veneto, di Marianna Peluso). Una lezione per la scarsa direttrice B.V. ( P.A.)

 

Gianmaria Fantato Pontini direttore dell'orchestra di Vienna a 26 anni: «Niente leggio, spartiti a memoria. I musicisti ti studiano: se non c'è intesa hanno il diritto di rifiutarti»


Padovano, classe 1999, è stato nominato direttore principale ospite della Wiener Stadtorchester: «In concerto devo sapere esattamente cosa chiedere e in quale istante. L'orchestra ti mette sotto esame, quando protesta la situazione è compromessa»

Gianmaria Fantato Pontini direttore dell'orchestra di Vienna a 26 anni: «So gli spartiti a memoria, in 30 secondi i musicisti ti studiano. Venezi? Se sente un muro serve un passo indietro»

A ventisei anni entrerà nella stagione sinfonica del Musikverein di Vienna, dirigendo quattro concerti della Wiener Stadtorchester, incluso il Concerto di Natale nella Ehrbar Saal. Gianmaria Fantato Pontini, padovano, classe 1999, è stato nominato direttore principale ospite dell’orchestra viennese. La sua formazione parte dal Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto, passa attraverso la Vienna Opera Academy, dove è stato selezionato tra centinaia di candidati internazionali, e si consolida nelle masterclass di Berlino con Lior Shambadal. Ha fondato una propria orchestra, il Cimento Armonico, dirige a memoria, e ha un’idea della musica che guarda alla responsabilità collettiva più che al protagonismo individuale.

Fantato, come nasce il suo percorso musicale?
«Il primo passo concreto è arrivato al liceo classico Barbarigo di Padova. In quegli anni ho iniziato lo studio dell’organo al Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto. Volevo una formazione musicale solida e quel conservatorio, pur essendo una realtà piccola, offriva un rapporto diretto con i docenti. Era un ambiente raccolto, quasi cameristico, ideale per cominciare a costruire una disciplina di studio rigorosa».


La prima svolta arriva con Vienna. Come ci arriva?
«La mattina del Mercoledì Santo 2023, alle 6.30, mi stavo preparando per andare al conservatorio e ho trovato nella mail la comunicazione di ammissione alla Vienna Opera Academy. Avevo fatto domanda il giorno di Santo Stefano... Sono coincidenze che ricorderò a vita. Quella è stata la mia prima vera esperienza fuori casa: ho cercato un alloggio, ho affrontato ritmi di studio serrati e ho diretto per la prima volta dei passaggi d’opera in un contesto professionale».

Quanto è durata quell’esperienza?
«Quindici giorni intensivi, con docenti e maestri provenienti dall’Opera di Vienna. Lì ho incontrato Toby Purser, che ha corretto il mio metodo di studio sgangherato, dandomi un metodo solido. Il corso si è concluso con una prova pubblica al Musikverein Muth, la sala da concerto dei Wiener Sängerknaben. Dodici partecipanti selezionati da più di duecento candidati internazionali. Dopodiché sono diventato suo assistente: abbiamo superato il rapporto maestro-allievo e ho iniziato davvro a confrontarmi con la professione».

Poi la tappa di Berlino. Che impatto ha avuto quella masterclass?
«A Berlino, nel novembre 2023, ho studiato con Lior Shambadal, ex direttore stabile della Konzerthausorchester. È capace di leggere una partitura in profondità in pochi secondi. Quando analizzavamo Beethoven, ci mostrava come certi ritmi nascano dall’ascolto del mondo industriale, come la rivoluzione tecnologica tradotta in musica. Da lui ho imparato a capire la struttura nascosta delle sinfonie, non solo a dirigerle».

Dalla teoria alla pratica è un bel salto...
«Nel 2022 avevo già fondato l'orchestra Cimento Armonico, con cui ho continuato ad applicare tutto quello che ho imparato anche in seguito. Perché volevo costruire un luogo di ricerca musicale. Con il Cimento Armonico, circa sessanta elementi tra orchestra e coro, abbiamo eseguito opere come “La Creazione” di Haydn a Padova. È stata una prova pubblica di maturazione collettiva».

Ha lavorato anche in Italia come direttore associato...
«Sì, con l’orchestra di Livorno. Anche quello è stato un tassello importante, perché ogni orchestra ha dinamiche differenti. Il direttore deve leggere rapidamente le esigenze del gruppo».

Come è arrivato l’incarico a Vienna con la Wiener Stadtorchester?
«Nel 2023 ho partecipato a un concorso interno e ho ricevuto una menzione d’onore. Dopodiché abbiamo mantenuto un contatto costante, anche perché, solitamente, l’ingaggio di un direttore avviene solo dopo un periodo di osservazione reciproca. L’orchestra, a fronte di una proposta del sovrintendente, ha il diritto di rifiuto: se non si crea intesa, può bloccare la nomina. È un sistema molto trasparente. Il direttore, se sente un muro, deve essere pronto a fare un passo indietro. Non per debolezza, ma per rispetto della funzione dell’orchestra».


Come si costruisce il rapporto con un’orchestra?
«Nei primi trenta secondi di prova. Il direttore entra, l’orchestra lo guarda, e lui fa lo stesso. È un esame silenzioso. Da lì si capisce se c’è un terreno comune. Il ruolo del direttore non è imporre, ma coordinare. Uno dei segreti è non generare tensioni inutili. L’orchestra lavora meglio quando si sente parte di un progetto».

Recentemente si è parlato di tensioni tra la direttrice Beatrice Venezi e l’orchestra della Fenice di Venezia. Come fa un direttore a gestire il conflitto?
«Quando l’orchestra protesta, la situazione è compromessa. Qualcuno deve fare un passo indietro e non esistono scorciatoie. Solitamente ci si avvicina a un'orchestra come direttore ospite, poi si valutano gli equilibri. Solo se c’è condivisione musicale e umana si procede alla nomina stabile».

Lei dirige a memoria. È una scelta artistica o pratica?
«È una scelta necessaria. Dirigere senza leggio mi obbliga a interiorizzare la partitura. Il grosso del mio tempo lo passo a studiare. In concerto non posso permettermi di cercare conferme sullo spartito. Devo sapere esattamente cosa chiedere e in quale istante».

Ha definito quello italiano «un pubblico strano». Che cosa intende? «Risponde in modo imprevedibile. Un Requiem di Mozart fa il tutto esaurito. La già citata “Creazione” di Haydn, che mancava da Padova da tempo immemore, ha riempito la sala. Wagner attira molto. Poi capita di programmare un concerto sinfonico di Mozart e la sala resta semivuota. All’estero c’è una fidelizzazione maggiore: il pubblico segue le stagioni nel loro insieme, non solo il titolo famoso. Ogni sera è un'occasione giusta per andare a teatro».

Quali direttori considera punti di riferimento?
«Carlos Kleiber, per la sua capacità di trasformare il gesto in respiro. Daniel Oren, che mi ha insegnato a trasmettere l’emozione direttamente agli orchestrali. Christian Thielemann, per il controllo assoluto della forma. E Claudio Abbado, per la visione civile della musica. Abbado ha promosso orchestre giovanili in contesti difficili e ha mostrato che l’orchestra è una comunità: nessuno primeggia, tutti servono lo stesso obiettivo sonoro».

Che cosa porterà a Vienna?
«Uno stile basato sulla memoria, sulla chiarezza e sulla fiducia reciproca. La musica, per me, è un gesto condiviso. Quello che voglio fare è trasmettere ciò che ho imparato e la passione che muove ogni prova e ogni concerto. Il resto lo dirà la mia bacchetta sul podio del Musikverein».


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Il Wiener Stadtorchester (Orchestra Cittadina di Vienna) è una formazione orchestrale di Vienna specializzata in letteratura concertistica romantica, ed è una delle tante orchestre che contribuiscono al ricco panorama musicale della capitale austriaca, spesso associata al Teatro dell'Opera (Wiener Staatsoper) e all'Orchestra Filarmonica di Vienna (Wiener Philharmoniker), pur essendo un'entità distinta. 

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