giovedì 18 dicembre 2025

Giorgia Meloni, un anno di SOLA politica estera ( da Il Riformista, di Antonio Picasso)

 

CAMERA, DICHIARAZIONI DELLA PREMIER

C’è una Giorgia Meloni che parla da presidente del consiglio, a Camera e Senato, in partenza per il Consiglio europeo di oggi e domani a Bruxelles. E c’è una Giorgia Meloni, leader della maggioranza, a cui si rivolgono i due capi dell’opposizione – Conte e Schlein – in risposta a quanto detto dalla prima. La differenza è sottile.

L’idea di Europa

Come da prassi, la premier si presenta in parlamento per averne l’ok prima di votare in sede Ue. Ne approfitta per mettere in fila questioni e risultati non di immediato interesse europeo. Ci sta. Per il governo, è l’occasione per chiedere di fatto una fiducia implicita sul bilancio consuntivo del 2025. Questo però non dà il diritto all’opposizione di fare altrettanto. E cioè tirar fuori il dossier Santanché, come ha fatto Conte, oppure il caro vita e i disastri della sanità sventolati in faccia al «governo cabaret» dalla leader dem. Problemi che andrebbero prima di tutto articolati meglio, ma che non hanno nulla a che fare con gli impegni di Meloni a Bruxelles. L’appuntamento pre Consiglio Ue è un momento in cui un paese fondatore come l’Italia esprime la propria idea d’Europa. «Non solo un continente, ma anche un contenuto», per dirla con le parole della premier. Vale a dire un soggetto con una posizione ben chiara nel mondo, che vanta «uno stretto legame con gli Stati Uniti», che sta dalla parte dell’Ucraina e che vede nella Russia di Putin l’aggressore in un conflitto in cui si è impantanato quasi quattro anni fa.

Le ambiguità del governo

Ora, siamo tutti d’accordo che nel governo ci siano delle ambiguità, come sottolineato da Schlein. La fascinazione di Salvini per Mosca resta un problema da risolvere. Tuttavia, è molto più urgente trovare le risorse per Zelensky, per evitare che, tra neanche un mese, la resistenza ucraina si ritrovi senza un soldo in tasca. Difficile, a sua volta, dar ragione a Conte quando dice che il governo è ipocrita. «Nella vostra risoluzione non c’è scritto né armi, né riarmo. Che farete, inviate o no queste armi in Ucraina?» In realtà, il governo italiano ha le idee chiare. Con il concetto di multidimensionalità, Meloni assicura che non invierà i nostri militari – conviene restarne fuori? – bensì fornirà garanzie a Kyiv sul modello dell’Articolo 5 di Patto atlantico. Come anche non farà ostruzionismo in merito agli asset russi congelati nelle banche europee. Scelta fatta comprendendo le perplessità del Belgio, ma coerente con le indicazioni della Commissione. La prospettiva è chiara. L’Italia sta con l’Europa, che sta con l’Ucraina. Che senso ha, per l’opposizione, osteggiare questa linea? Al netto che il sostegno del Pd alla causa ucraina si sta facendo lentamente più chiaro – era ora! – mentre quello dell’M5s no, l’opposizione italiana ha un’alternativa a tutto questo?

Meloni un anno in politica estera

Il resto è cronaca. Come si diceva, per Meloni quella di ieri è stata l’occasione per riprendere le fila di un anno che l’ha vista sempre più impegnata in politica estera. «Durante il summit di Manama, in Bahrein, ho lanciato l’idea di creare un nuovo foro di dialogo e cooperazione che unisca il Mediterraneo e il Golfo, non soltanto geograficamente vicini, ma potenzialmente in grado di condividere una vocazione globale», dice la premier, lasciando così intendere che il Piano Mattei è solo parte di una visione più ampia. Roma non vuole lasciarsi sfuggire di essere protagonista nella roadmap di pace a Gaza. «Guardiamo con attenzione anche al contributo che potremmo assicurare alla Forza internazionale di stabilizzazione che sarà dispiegata sulla base della Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza Onu». Meloni sa che in Medio Oriente la bandiera europea non può che essere sventolata se non a fianco di quella italiana. Nella regione, l’immagine della Francia è compromessa da tempo. Il nostro Paese, ora che ha consolidato un rapporto di fiducia reale con il governo Netanyahu, è il solo a livello europeo che può giocarsi delle valide carte nel percorso di pace tra Israele e Autorità palestinese.

I dossier scomodi

Tornando all’Europa, Meloni non ha tralasciato quei dossier scomodi e su cui non ha mai nascosto perplessità. L’ok raggiunto sull’auto mette l’Italia in una posizione di forza. Dal bilancio 2028-2034 al famigerato accordo con il Mercosur, l’Ue non riesce a ingranare la marcia giusta. «Potremo accettare una nuova architettura (di bilancio, Ndr) solo a fronte di chiare garanzie per la Pac e la coesione». Agricoltura e territori occupano un posto importante nel cuore della premier. Anche per questo la firma del trattato di libero scambio con l’America Latina è, a suo giudizio, prematura. «Il governo italiano è sempre stato chiaro nel dire che l’accordo dovrà essere positivo per tutti i settori e che quindi è necessario rispondere, in particolare, alle preoccupazioni dei nostri agricoltori». C’è chi sostiene che il rischio dei dazi di Trump dovrebbe portarci a valutare con interesse mercati alternativi. La pensano così le imprese manifatturiere legate all’industria tedesca. Meloni preferisce non dare troppa attenzione a questa parte del nostro sistema produttivo. È curioso però che nemmeno Schlein o Conte lo facciano.

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