Giordano Bruno Guerri, storico, presidente del Vittoriale degli Italiani e autore di numerosi saggi, è categorico: gli insegnanti devono attenersi a regole comportamentali chiare e ben definite. E laddove queste vengano violate, devono esistere strumenti efficaci per intervenire e sanzionare. Sulla scuola italiana il suo giudizio è netto: «Non bisogna insegnare ai ragazzi cosa pensare, ma insegnare a pensare». In caso contrario, avverte, il rischio è quello di gravi danni culturali. Poi c'è l'indottrinamento ideologico, che è un altro fenomeno costante che si aggira nelle aule italiane. Lo storico non ha voluto commentare il tentato suicidio di Stefano Addeo, l'autore del post contro la figlia della premier.
Qual è il comportamento corretto di un insegnante?
«Il comportamento di un insegnante, sia che operi nella scuola pubblica sia in quella privata, dovrebbe essere simile a quello di uno storico: dev'essere improntato all'obiettività. Naturalmente, ciascuno di noi è influenzato dal proprio orientamento personale, ma questo non dovrebbe avere un peso determinante nell'insegnamento. È fondamentale porsi sempre nella condizione di chi si sforza sinceramente di essere obiettivo. Un insegnante che, ad esempio, si lascia andare a giudizi crudeli o scrive cose offensive, evidentemente non si sta comportando in modo corretto».
C'è anche un tema ideologico.
«Sì, la nostra scuola sconta ancora oggi le conseguenze di decenni in cui molti insegnanti, arrivati a fine anno, saltavano sistematicamente autori come Marinetti o D'Annunzio. Lo stesso accadeva per la filosofia di Gentile. All'estremo opposto, insegnanti di orientamento politico conservatore hanno spesso evitato di approfondire figure come Gramsci o Pasolini. Si tratta di scelte gravemente sbagliate, perché privano gli studenti di strumenti fondamentali per comprendere la realtà. Così si creano vuoti culturali che finiscono per danneggiarli».
Anche D'Annunzio?
«Sì, anche D'Annunzio è stato a lungo oggetto di pregiudizi, ma oggi si assiste a una sua progressiva rivalutazione. Posso confermare, grazie alla mia esperienza al Vittoriale, che per molti anni le visite scolastiche erano pochissime. Ora, invece, dopo aver superato certi preconcetti ideologici, le scuole stanno tornando a includere il Vittoriale tra le loro mete culturali. È un segnale positivo».
Ma qual è il compito di un insegnante?
«Un insegnante dovrebbe parlare di attualità. Un tempo c'era la buona abitudine di leggere e commentare il giornale in classe. Sarebbe utile ripristinarla: ad esempio, acquistare due quotidiani con orientamenti diversi, confrontarli insieme agli studenti, evidenziandone le posizioni, le possibili distorsioni e i punti di vista. Il compito dell'insegnante non è insegnare che cosa pensare, ma insegnare a pensare. Chi, dalla cattedra, esprime odio verso la Russia, Israele, la Palestina o l'Ucraina per citare alcuni esempi non sta facendo un buon lavoro. Anche perché la realtà non è fatta solo di bianco e nero: esiste un'enorme area grigia, ed è proprio con quella che i ragazzi si troveranno a confrontarsi nella vita. Prepararli a questo significa educarli al pensiero critico, non all'adesione ideologica».
Nel caso degli insulti rivolti alla figlia della premier Giorgia Meloni?
«In quel caso siamo di fronte a un volgare odiatore, una figura disprezzabile, soprattutto perché ha preso di mira una bambina. E anche se volessimo dimenticare per un attimo che si tratta della figlia della presidente del Consiglio, resta il fatto che un comportamento del genere da parte di un insegnante è inaccettabile. È certo che debba essere sanzionato. Non so se la misura più adeguata sia il licenziamento o una trattenuta sullo stipendio, ma è evidente che occorra prendere provvedimenti. Il fatto che l'attacco sia stato rivolto proprio alla figlia della premier rappresenta un'aggravante: significa che quelle parole sono state dettate anche da un odio politico. E questo, in un contesto educativo, è ancora più grave».
Ma perché questi episodi coinvolgono sempre insegnanti di sinistra?
«Per una questione statistica. La maggior parte degli insegnanti italiani ha un orientamento di sinistra. Anche perché, storicamente, quel posizionamento è stato percepito come più utile, più strategico, o quantomeno meno criticabile rispetto ad altri. C'è un'eredità culturale ben precisa: i figli del '68, quelli degli anni '70, e anche i figli dell'antiberlusconismo, che è stato un fenomeno sociale di notevole rilevanza. Tutto questo ha inciso sulla composizione ideologica del corpo docente, e in parte continua a farlo ancora oggi».
Ma lei ha mai subito episodi di discriminazione? Non dico da insegnanti, in generale.
«Le rispondo con un esempio: quando uscì Povera Santa, povero assassino, il mio libro su Santa Maria Goretti, il cardinale Pietro Palazzini che non era certo una figura secondaria convocò una conferenza stampa solo per dichiarare che io ero uno strumento del demonio. Ecco, già questo dovrebbe bastare a far capire il clima. E Palazzini, lo ripeto, non era un cardinale qualunque. Poi, col passare degli anni, ne hanno dette di ogni tipo, tanto su di me quanto sulla mia famiglia».
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