lunedì 23 settembre 2019

Salvini invita a indagare sul passato di Conte. Ad esempio sulla relazione con Valentina Fico, sua moglie e madre di suo figlio( da Lettera 43)

Messaggi in codice, avvertimenti, minacce. La politica italiana si è ormai da tempo ridotta così. È così che Matteo Salvini, entrato nel cono d’ombra dell’attenzione mediatica dopo la crisi di governo e il cambio di maggioranza, tenta di ritornare al centro del ring lasciandosi andare a insinuazioni nei confronti di Giuseppe Conte. 

Lo fa un sabato mattina a Milano, in un mercato dove incontra la gente comune, come piace a lui. Il leader della Lega, dopo aver ripetuto che il premier bis «ha tradito gli italiani per salvare la sua poltrona», lancia una domanda tanto criptica quanto subdola: «Conte ha qualcosa del suo passato da nascondere?». Il quesito, tanto più pesante se si pensa che chi l’ha posto fino a un mese fa era l’inquilino del Viminale, viene lasciato senza risposta. Lanciato il sasso, Salvini nasconde la mano. Ma a cosa si volesse riferire qualche suo sodale un’idea se l’è fatta. E l’ha insufflata al nostro Corridoi. «Forse Salvini alludeva a vicende private, relative al suo matrimonio con Valentina Fico…», dice la nostra fonte lasciando i puntini di sospensione quasi a volerci lasciare un indizio, una pista da seguire. 

Sì, ma cosa? Certo, della ex moglie del presidente del Consiglio si sa ben poco, e questo contribuisce a formare un clima di mistero. Sappiamo che è romana e ha 45 anni, 10 meno di lui, che è figlia del direttore del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, che ha una solida preparazione giuridica e che lavora alla sezione VII dell’Avvocatura dello Stato, quella che si occupa di Istruzione, Ricerca e Infrastrutture. Sappiamo anche che hanno un figlio, Niccolò, oggi 11enne. «Quello che non sappiamo è il motivo del loro divorzio…», aggiunge sornione il nostro uomo, salviniano doc. Che poi ci lascia l’ultimo indizio: «Forse dovreste indagare in Vaticano…». I cani da tartufo sono in movimento.

Il Fatto Quotidiano. La festa per i primi 10 anni non possono pagarla i lettori. Senza preavviso, da oggi il giornale costa 1.80,00 Euro

Ho ripreso il giornale di ieri e dell'aumento del prezzo del giornale a partire da oggi, non c'è annuncio, neanche in ultima pagina sia pure a caratteri microscopici, come fanno le assicurazione quando vogliono fottere i propri assicurati.

 Da oggi IL FATTO QUOTIDIANO costa 1.80,00 Euro, con un aumento del 20% secco sul prezzo, al quale oggi si vendono tutti i giornali.

 E non c'è bisogno di considerare che la foliazione del Fatto è enormemente inferiore a quella di tutti gli altri quotidiani, anche di quelli che Travaglio, ogni lunedì, prende di mira nel suo editoriale per rilevarne errori e falsità.

Lui, Travaglio,  potrebbe replicare che un giornale non va valutato, quanto al suo prezzo di vendita, in base all'involucro - le pagine  di cui si compone quotidianamente - quanto per i contenuti, per ciò che il lettore vi può leggere e che difficilmente legge altrove.

E noi,  a nostra volta replichiamo a Travaglio che, visto che ha sposato in pieno la causa dei Cinquestelle - per il cui sposalizio c'è stato nel recente passato qualche giustificato malumore in redazione, subito messo a tacere dalla direzione - un aiutino se lo faccia dare dai suoi protetti al governo,  dai Cinquestelle che, ai giornali - ma non al Fatto che cammina sulle proprie gambe ma che evidentemente comincia a dare segni di stanchezza - intendono tagliare i viveri, quei pochi che ancora lo Stato dispensa.

 Intanto una mano a Travaglio intendiamo dargliela noi, segnalandogli uno scivolone del Sette, settimanale del Corriere, che  nell'ultimo numero, pubblicava una intervista alla Borgonzoni, malcapitata e suo malgrado sottosegretario di Bonisoli alla Cultura, aperta da una grande foto dell'intervistata davanti a due celebri tavole di Leonardo - una famosissima: la Vergine delle rocce - con la seguente didascalia: ' Lucia Borgonzoni, in una sala del Museo Leonardo da Vinci a Roma',  Ben sapendo chiunque, ma non la redazione del Corriere, che  quello leonardiano a Roma è un 'fake museo'; che la famosissima tavola è al Louvre; e che semmai nel finto museo leonardiano a Roma (nei locali di una chiesa di Piazza del Popolo), non è che un museo didattico e basta,  e che le opere espostevi sono semmai una riproduzione. Travaglio, scrivilo nel tuo prossimo editoriale 'savonariolano' del lunedì.

La favola di Orfeo, da Alessandro Striggio, di Monteverdi e Fischer

VICENZA OPERA FESTIVAL
Iván Fischer Opera Company
Budapest Festival Orchestra

21-24 ottobre 2019
Teatro Olimpico di Vicenza

Dopo il successo dello scorso anno, il maestro Iván Fischer torna al Teatro Olimpico con la sua Budapest Festival Orchestra per la seconda edizione del VICENZA OPERA FESTIVAL, rassegna operistica e sinfonica che il direttore ungherese ha specificamente disegnato per essere rappresentata nel più antico teatro coperto del mondo.
In programma una speciale ed inedita edizione de “La favola d'Orfeo” di Claudio Monteverdi curata dallo stesso Fischer che ha composto le musiche per il finale originale del libretto di Striggio.

Il maestro Iván Fischer sarà alla testa della sua “Opera Company”, che per questa straordinaria produzione è composta dalla Budapest Festival Orchestra (da anni nella classifica delle dieci migliori formazioni orchestrali del mondo), da un cast internazionale di voci soliste, da un coro e da un corpo di ballo composto da 13 danzatori.

21, 23, 24 ottobre 2019, ore 19:30
Teatro Olimpico di Vicenza
LA FAVOLA D’ORFEO
di Claudio Monteverdi
ricostruzione del concetto originale del libretto
Musica della scena finale composta da Iván Fischer

libretto di Alessandro Striggio

Emőke Baráth (Euridice / La Musica)
Valerio Contaldo (Orfeo)
Michał Czerniawski (Un Pastore / La Speranza)
Cyril Auvity (Un Pastore / Uno Spirito)
Francisco Fernández-Rueda (Un Pastore / Uno Spirito)
Peter Harvey (Un Pastore / Plutone)
Núria Rial (Una Ninfa / Proserpina / Una Baccante)
Antonio Abete (Caronte / Uno Spirito)
Luciana Mancini (La Messaggiera / Una Baccante)

Costumi: Anna Biagiotti
Coreografia: Sigrid T’Hooft
Assistente alla regia: Hannah Gelesz
Maestro del coro: Soma Dinyés
Luci: Tamás Bányai
Scenografie: Andrea Tocchio
Direttore tecnico: Róbert Zentai
Direttore di scena: Wendy Griffin-Reid

Coro e corpo di ballo della Iván Fischer Opera Company
Regia e direttore: Iván Fischer

Una produzione di Iván Fischer Opera Company, Budapest Festival Orchestra, Müpa Budapest, Vicenza Opera Festival e Grand Théâtre di Ginevra.

22 ottobre 2019, ore 19:30
Teatro Olimpico di Vicenza
CONCERTO LIRICO-SINFONICO
Budapest Festival Orchestra
Iván Fischer direttore
Peter Harvey baritono
Emöke Baráth soprano
Antonio Abete basso
Nuria Rial soprano
musiche di Haydn, Händel e Mozart

BIGLIETTI:
La favola d’Orfeo 21/10-23/10-24/10
intero - € 100
under25 - € 60

Concerto lirico-sinfonico 22-10
intero - € 60
under25 - € 35

INFO E BIGLIETTI:
www.vicenzaoperafestival.com
www.quartettovicenza.org
 

Niente carcere per i giornalisti accusati di diffamazione. Lo afferma la Cassazione

In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, atteso tra alcuni mesi, la 5^ sezione penale della Cassazione ha ribadito il suo fermo no al carcere - seppure con pena sospesa - per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Motivo: la detenzione per questo reato, prevista sia dall'art. 595 del codice penale art. 595 che nella legge sulla Stampa, la n. 47 del 1948, é incompatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La detenzione può essere giustificata solo in casi del tutto eccezionali, cioé quando siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, discorsi di odio o di istigazione alla violenza. Tranne in questi casi di fronte a condanne per diffamazione gli ermellini di piazza Cavour hanno esortato i giudici italiani a non infliggere più il carcere, ma eventualmente solo multe. La Suprema Corte, ribadendo quanto già affermato in un'altra decisione di cinque anni fa, hanno quindi sancito un principio  di civiltà giuridica che non solo può essere ormai considerato "diritto vivente", ma per di più potrà supportare la Consulta in vista della sua attesa pronuncia su questa importante e tanto dibattuta questione in tema di libertà di stampa e di diritto di cronaca, spronandola a sanare un vulnus che nel nostro Paese dura ingiustificatamente da troppo tempo e su cui, purtroppo, il Parlamento da decenni non é riuscito incredibilmente a legiferare (il 18 giugno scorso a Napoli lo stesso premier Guseppe Conte si era impegnato ad affrontare l'argomento), nonostante pubblici appelli e progetti di legge presentati da FNSI, CNOG, Ossigeno per l'Informazione, Articolo 21 e persino dalla FIEG. Insomma il carcere appare incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese. La sentenza n. 38721 del 19 settembre 2019, emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione (Presidente Paolo Antonio Bruno, relatore Michele Romano), cliccare su http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20190919/snpen@s50@a2019@n38721@tS.clean.pdf , assume quindi particolare rilievo. I supremi giudici hanno ricordato che la CEDU - Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, "con la sentenza pronunciata nella causa Sallusti contro Italia del 7 marzo 2019 e ancor prima con la sentenza Belpietro contro Italia del 24 settembre 2013, ha affermato che la pena detentiva inflitta ad un giornalista responsabile di diffamazione è sproporzionata in relazione allo scopo perseguito di proteggere la altrui reputazione e comporta una violazione della libertà di espressione garantita dall'art. 10 CEDU. Più precisamente la Corte, con la sentenza nella causa Sallusti c. Italia del 7 marzo 2019, «ritiene che l'irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per un reato connesso ai mezzi di comunicazione, possa essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall'articolo 10 della Convenzione soltanto in circostanze eccezionali, segnatamente qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza» e precisa che la violazione sussiste anche se la pena detentiva è stata sospesa".

Applicando questi principi la Cassazione ha definitivamente annullato la pena, condizionalmente sospesa, di tre mesi di reclusione, inflitta dalla Corte di Appello di Salerno a Fabio Buonofiglio, direttore del periodico calabrese «Altre Pagine» di Corigliano-Rossano (Cosenza), per un articolo pubblicato il 13 agosto 2011 e intitolato «L'allegra compagnia d'una giustizia che va a puttane», che era stato ritenuto gravemente lesivo della reputazione del magistrato Maria Vallefuoco, sostituto procuratore della Repubblica di Rossano. Nonostante che la sua condanna al carcere - anche se sospesa - sia stata cancellata e che il reato di diffamazione sia caduto in prescrizione, il giornalista rischia comunque di essere condannato in un prossimo giudizio in sede civile a risarcire i danni in favore del pm calabrese che si era costituito parte lesa nel processo penale.

La pronuncia della Suprema Corte ribadisce quanto già affermato nella sua precedente decisione della quinta sezione penale n. 12203 del 13 marzo 2014 (Presidente Gennaro Marasca, relatore Grazia Lapalorcia), cliccare su http://www.italgiure.giustizia.it/xway/application/nif/clean/hc.dll?verbo=attach&db=snpen&id=./20140314/snpen@s50@a2014@n12203@tS.clean.pdf . In quell'occasione fu osservato che "l'irrogazione della pena detentiva in luogo di quella pecuniaria, pur a seguito del riconoscimento di attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, non sembra rispondere alla ratio della previsione normativa che, nel prevedere l'alternatività delle due sanzioni, palesemente riserva quella più afflittiva alle ipotesi di diffamazione connotate da più spiccata gravità". Per contrastare l'applicabilità della pena detentiva non fu neppure trascurato l'orientamento della Corte EDU che, ai fini del rispetto dell'art. 10 della Convenzione relativo alla libertà di espressione, esige la ricorrenza di circostanze eccezionali per l'irrogazione, in caso di diffamazione a mezzo stampa, della più severa sanzione, sia pure condizionalmente sospesa, sul rilievo che, altrimenti, non sarebbe assicurato il ruolo di 'cane da guardia' dei giornalisti, il cui compito è di comunicare informazioni su questioni di interesse generale e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico di riceverle (sentenza del 24 settembre 2013 Belpietro contro Italia)".

In un altro passaggio della decisione n. 12203 del 2014 fu sottolineato che "la libertà di espressione costituisce un valore garantito anche nell'ordinamento interno attraverso la tutela costituzionale del diritto/dovere d'informazione cui si correla quello all'informazione garantito dall'art. 21 della Costituzione, diritti i quali impongono, anche laddove siano valicati i limiti di quello di cronaca e/o di critica, di tener conto, nella valutazione della condotta del giornalista, della insostituibile funzione informativa esercitata dalla categoria di appartenenza, tra l'altro attualmente oggetto di gravi ed ingiustificati attacchi da parte anche di movimenti politici proprio al fine di limitare tale funzione". In quella sentenza fu anche ricordato che all'epoca il legislatore ordinario italiano era "orientato al ridimensionamento del profilo punitivo del reato di diffamazione a mezzo stampa" (ma poi tutto é rimasto nei cassetti di Montecitorio e di palazzo Madama, n.d.r.).

Sulla legittimità del carcere per i giornalisti per il reato di diffamazione si esprimerà entro la prossima primavera la Corte Costituzionale. Come é noto alla Consulta è arrivata l’ordinanza emessa il 9 aprile scorso dal giudice monocratico della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno dott. Giovanni Rossi, nel corso del processo per diffamazione a carico dell’ex collaboratore del “Roma” Pasquale Napolitano e del direttore del giornale Antonio Sasso, assistiti dall’avvocato del Sindacato unitario giornalisti della Campania Giancarlo Visone. Per il giudice Rossi  il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa va contro quanto previsto dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e violerebbe anche libertà e principi fondanti sanciti dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della nostra Costituzione. La relativa ordinanza n. 140 é stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 18 settembre scorso, cliccare su https://www.gazzettaufficiale.it/atto/corte_costituzionale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2019-09-18&atto.codiceRedazionale=19C00245 . Il termine per le parti (compresi eventualmente il CNOG e la FNSI) per costituirsi scadrà l'8 ottobre prossimo.

Nel frattempo é pervenuta a palazzo della Consulta un'altra ordinanza di cui non si era mai data alcuna notizia. E' stata emessa dal tribunale di Bari - sede di Modugno - il 16 aprile scorso ed é stata registrata in cancelleria con il n. 149, cliccare su https://www.cortecostituzionale.it/schedaOrdinanze.do?anno=2019&numero=149&numero_parte=1 . Viene eccepita l'incostituzionalità sempre dell'art. 13 della legge sulla stampa dell'8 febbraio 1948 n. 47 in combinato disposto con l'art. 595, 3° comma, del codice penale per presunta violazione dell'articolo 117, comma 1, della Costituzione in relazione all'art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia diritti dell'uomo e libertà fondamentali, in quanto sarebbe illegittima la pena cumulativa della reclusione, invece che in via alternativa, per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Entro i primi di ottobre il presidente dell'Alta Corte Giorgio Lattanzi dovrebbe quindi fissare la data dell'udienza pubblica per entrambe le ordinanze dei tribunali di Salerno e Bari. La sentenza é attesa entro la prossima primavera.

Pierluigi Franz/Presidente del Sindacato Cronisti Romani presso l'Associazione Stampa Romana

A novembre Freccero via da Rai 2. Chi va al suo posto? Circola sempre più insistentemente il nome del noto giornalista Franco Di mare, vice direttore di Rai 1 ( da Affaritaliani .it, di Marco Zonetti )


"I vertici Rai hanno la sedia che balla sotto di loro, non sono sereni" ha dichiarato Pippo Baudo in un'intervista recente al Corriere della Sera, ma nel caso della Seconda Rete e del suo direttore Carlo Freccero, la data di scadenza era già stata fissata al momento della nomina.
A novembre, infatti, il visionario Freccero lascerà necessariamente la poltrona a un nuovo direttore, e come sempre accade i candidati al suo rimpiazzo sono molti e di varia provenienza politica. Dando tuttavia per assodato che la Rete resterà al M5s, è ovvio che il deus ex machina - per il momento almeno - permanga il Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili Vincenzo Spadafora, che collocherà fisiologicamente al posto giusto un personaggio a lui vicino. 
In tal senso abbiamo già parlato di Maria Pia Ammirati, direttrice di Rai Teche, per la quale sembrerebbe ormai tramontato il sogno di occupare la poltrona di Rai1, ma negli ultimi giorni è un nome ad andare per la maggiore e che affaritaliani rivela in anteprima, ovvero quello dello "spadaforiano" Franco Di Mare. L'attuale Vicedirettore di Rai1 con Delega ad Approfondimenti e Inchieste nonché pronto a partire con un suo programma in seconda serata la domenica sull'Ammiraglia, ha sulle spalle molti anni di onorata carriera (Tg1, Tg2, UnoMattinaVita in Diretta e così via) e non dispiace certo al Pd, che potrebbe avallare con benevolenza la sua scelta quale nuovo vertice della Seconda Rete. 
Di Mare, che è anche autore di sette libri, titolare di molti premi giornalistici e dal 2011 membro del Consiglio Direttivo dell'Unicef, acquisirebbe sulle spalle un fardello non esattamente lieve, con una rete partita l'anno scorso con grandi progetti e aspettative, per finire a schiantarsi contro una serie di flop tragici, ultimi dei quali Apri e Vinci e Nella Mia Cucina - Una ricetta per Cracco, e - almeno a giudicare dalla prima puntata - La Domenica Ventura. Sarà dunque Franco Di Mare a ereditare da Freccero la massima poltrona di Rai2 e a cercare di rivitalizzare gli ascolti della Rete, operando una sterzata verso l'informazione a svantaggio dell'intrattenimento? Vi terremo come sempre aggiornati. 

E' nata la QUARTA 'Camera' , per volere dei Cinquestelle che vogliono dimezzare il numero dei Parlamentari

Da quando in Italia si discute della inutilità dell'esistenza di una 'seconda' camera  parlamentare, Senato, che fa le stesse cose della 'prima', Parlamento, e che , di conseguenza, allunga enormemente i tempi di una decisione?
  Forse già dall'indomani della nascita della Repubblica e della stesura della Costituzione: perchè  averne due invece che una? I padri costituenti, conoscendo il 'carattere' degli italiani pensarono bene di mettere a guardia dei guardiani della democrazia, deputati, un secondo battaglione di guardiani, senatori,  temendo che i primi si addormentassero, esattamente come avevano fatto le vergini ' stolte' dl Vangelo.Nel nostro caso di vergini neppure l'ombra, di guardiani  distratti invece  un ricco campionario.

Si discute, e si discute al punto che quando il Matteo fiorentino propose un referendum per l'abolizione della seconda  camera, il Senato, gli italiani glielo bocciarono. Il Senato è inutile, e forse anche dannoso, ma meglio che esista, perchè tante volte  il passaggio nella seconda camera ha consentito a leggi, votate dalla prima, di essere licenziate  opportunamente emendate.

Nel frattempo era nata una terza Camera, certificata dall'opinione pubblica,  situata non dalle parti del centro di Roma, ma in via Teulada: Porta a Porta, il salotto Rai di Bruno Vespa,  da dove alcuni avveduti governanti andavano ad annunciare, anticipandole, decisioni che avrebbero dovuto  prima essere prese nelle due camere, nelle quali si articola la 'democrazia' rappresentativa' nel nostro paese. Ancora.

 Naufragato il referendum di Renzi, anche con l'avallo di noti costituzionalisti, anche di quelli che hanno sempre appoggiato la diversificazione se non la cancellazione dei compiti istituzionali del Senato, il tema della riduzione  dei parlamentari - ma questa volta a fini quasi esclusivamente di risparmio economico - torna alla ribalta con la presa del potere dei Cinquestelle i quali non si preoccupano più di tanto della rappresentatività  delle Camere, perchè loro puntano alla democrazia 'diretta', di recente,  avallata anche da certa libera stampa come  'Il fatto quotidiano'.

 E il Movimento ha fatto sapere che, in nome della democrazia 'diretta', le decisioni importanti dei governi ai quali partecipano sarebbero state prima sottoposte alla votazione dei loro iscritti attraverso la piattaforma 'Rousseau', alla quale hanno accesso e diritto di voto 100.000 circa iscritti.

Lo hanno fatto alla vigilia del secondo incarico a Conte, quando votarono all'incirca 78.000  iscritti, e 60.000 circa a favore, e l'hanno ripetuto al momento in cui il capetto politico del Movimento ha assunto la decisione di fare un accordo con l'alleato di governo, il PD, anche per le prossime tornate elettorali regionali.

In questo secondo caso, anche perchè gli iscritti a 'Rousseau' si sono evidentemente rotti le scatole per essere continuamente interpellati su fatti e decisioni che spettano agli eletti, hanno votato solo 35.000 iscritti, di cui poco più di 20.000 a favore.

 Perchè anche i grillini più accaniti, 'ortodossi' cosiddetti, non cominciano a chiedersi per quale motivo si facciano ancora in Italia le elezioni politiche e si paghi un numero spropositato di parlamentari, come vanno accusando,  se poi i 'rousseauiani' sono chiamati ad assumere decisioni che i rappresentati faranno proprie?

E così, proprio per volontà di coloro i quali, giunti al potere, si sono riproposti di abolire una Camera, ne è nata una 'quarta'. Solo che quest'ultima si limita a qualche migliaio di  cittadini votanti, su un  bacino di aventi diritto - e che lo fanno già con le elezioni istituzionalizzate - di una cinquantina di milioni. 

Se le attuali Camere parlamentari presentano agli occhi dei grillini un deficit di democrazia,  la 'Quarta' camera, da loro inventata e strettamente privata, il deficit che manifesta, ben più grave del precedente, è quello della rappresentatività. 

Un numero di italiani pari a quello di una piccola città di provincia, dice al Paese ciò che si dovrebbe fare. Di male in peggio. E Marco Travaglio che dei grillini è sostenitore ed ideologo, questo dovrebbe farglielo entrare in testa.  

domenica 22 settembre 2019

Ora chi minaccia il governo non è il PD ma Di Maio, che ripete quello che aveva fatto Salvini con il Governo Conte n.1 ( da Huffington Post, di Gabriella Cerami)

Non si preoccupa che Giuseppe Conte in quei minuti stia parlando a una platea fino a poche settimane fa non amica, con la voglia di conquistarla. Al contrario, proprio quando a Lecce il premier strappa gli applausi della Cgil, Luigi Di Maio parte con il controcanto, scrivendo su Facebook un post durissimo che marca la distanza proprio dal presidente del Consiglio, ma anche da due dei suoi ministri: “Fermi tutti”. Il capo politico blocca dunque chi ha parlato apertamente di nuove tasse su voli aerei, bibite e merendine, e lancia un ultimatum al governo: se si mettono nuove imposte, i voti 5 stelle in Parlamento non ci saranno.

Il premier, nel suo bagno di folla pugliese a margine delle ‘Giornate del lavoro’, dribbla le domande dei cronisti. Continua a sorridere imperterrito, ha l’aria di chi non vuol farsi rovinare la festa ma è chiaro a tutti che l’attacco a muso duro arrivato da Di Maio lo abbia innervosito.
Per ora preferisce sorvolare e non entrare in polemica con il capo della delegazione grillina, tuttavia il premier mostra una certa difficoltà per le parole di chi un tempo era vicepremier. Soprattutto per quelle che sanno di minaccia: “Se questo governo esiste, è perché lo sostiene il Movimento 5 Stelle. Un Governo che vuole fare il bene delle persone toglie tasse sul lavoro per permettere alle imprese di assumere nuova gente. Ed è così che avrà i nostri voti in Parlamento”.

A far infuriare il capo politico M5s sono le due proposte arrivate, ironia della sorte, non dal Pd ma da due ministri in quota grillina, quello dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti e dell’Ambiente Sergio Costa. Fino a poco tempo li avremmo definiti due fedelissimi di Di Maio, oggi viene qualche dubbio. Le loro idee, frenate dal capo delegazione, sono state invece approvate da Conte: “Sono soluzioni praticabili”, ha detto sabato pomeriggio ad Atreju. Quanto basta per far sentire l’ex vicepremier quantomeno bypassato su un tema divisivo come quello dell’aumento delle tasse e di cui il capo politico non vuole assolutamente che si parli: “Parliamo di blocco dell’aumento dell’Iva, non di tasse”. Insomma, un vero e proprio pasticcio fiscale in casa 5Stelle. Col Pd semplice spettatore.

Eppure la strada per azzerare le rette per gli asili nido, tema particolarmente caro a Conte e che ha un costo stimato tra i 200-300 milioni, passa anche per un aumento delle entrate  per recuperare soldi. In più, i fondi chiesti chiesti per l’istruzione sono di 3 miliardi per la scuola, uno per università e ricerca e altri 2 miliardi per dare 100 euro al mese in più agli insegnanti. Le coperture, ed è qui la proposta di Fioramonti, arriverebbero in parte con le tasse sui voli aerei (1 euro i nazionali, 1,5 le tratte internazionali) e su merendine e bibite gassate. Idea che tra l’altro il ministro porta avanti da tempo, da prima che diventasse il titolare del dicastero. Misure sulle quali interviene l’ex vicepremier Matteo Salvini: “Anche oggi il governo abusivo litiga su nuove tasse, nuovi tagli e nuove poltrone”.

Di Maio non regge il colpo, non ci sta a far passare il nuovo governo come quello che, appena insediatosi, vuole aumentare le tasse. Ha la necessità subito di raddrizzare la narrazione: “Un governo che pensa ai cittadini lavora per bloccare l’aumento dell’IVA, che avrebbe comportato una spesa di più di 500 euro a famiglia, l’anno prossimo. Ed è questo Governo che noi sosteniamo”.

Di Maio ne ha anche per il ministro Costa, il cui decreto è stato bloccato sia per mancanza di coperture ma soprattutto per problemi nel merito del testo. Tanto che oggi il capo della delegazione grillina sbotta per la paura di passare per il governo che tartassa i cittadini: “Sull’ambiente, un governo degno di questo nome premia chi non inquina e disincentiva chi se ne frega. Ma tutto deve prevedere una transizione su un arco temporale di anni e permettere di convertire i propri stili di vita e le produzioni industriali e aziendali”. 

Proprio quello che mancherebbe nel decreto Clima che avrebbe dovuto veder la luce lo scorso giovedì. Il testo infatti prevedela cancellazione dei sussidi fiscali ambientalmente dannosi, tra cui l’accisa ridotta sul gasolio, nella misura di almeno il 10% già a partire dal prossimo anno, fino al progressivo annullamento entro il 2040. Una misura che così com’è avrebbe portato in piazza lobby particolarmente battagliere, come quella degli autotrasportatori, degli armatori e delle compagnie aeree. Non sarebbe stato azzardato immaginare blocchi stradali dei camionisti, magari insufflati e gonfiati da Salvini e da altri parlamentari leghisti.

Uno scenario da incubo per il capo politico. “Sulle proposte si deve ragionare e trovare la quadra insieme”, avrebbe detto Di Maio ai suoi ministri ma il messaggio è arrivato fino al premier Conte. Tra ultimatum e minacce.