lunedì 25 maggio 2026

Salisburgo. Festival di Pentecoste. Monteverdi con le marionette Colla. Direttore Capuano ( da Quotidiano .Net)

 

Le marionette incantano Salisburgo. Per Monteverdi “recitano“ i Colla

Al Festival di Pentecoste di Salisburgo la direttrice artistica, la “santa” superstar Cecilia Bartoli, festeggia i sessant’anni di età e i quaranta di carriera e viene celebrata sia nella nuova produzione del Viaggio a Reims di Rossini sia con un gala apposito, “Ciao, bella ciao”. In mezzo, un Ritorno d’Ulisse in Patria dove in buca sta non solo l’orchestra ma anche i cantanti, eccellenti l’una e gli altri, e in scena “recitano” le marionette della Compagnia Colla, dinastia e istituzione milanese attiva, fra alterne vicende, fin dalla fine del Settecento. A Salisburgo, i Colla avevano già presentato L’Orfeo nel 2023, e con gran successo; una standing ovation ha accolto anche quest’altro Monteverdi.

Fra i molti pregi, l’opera ha anche quello di farci tornare bambini (talvolta anche come capacità di comprensione); qui, però, lo fa in senso buono, perché eravamo tutti a bocca aperta, anche il pubblico così blasé e sofisticato del Festival. Dunque, per una volta, che favola sia. E allora avanti con Nettuno e il suo umido corteo di sirene, con Minerva che vola per il cielo sul carro trainato dalle civette, con l’Arcadia in una Itaca piena di pecorelle, cani, cervi e perfino uno scoiattolo, mentre Ulisse imbraccia l’arco smisurato e zac!, infilza infallibile un procio dopo l’altro.

L’arte dei Colla è tale da far sembrare umane le marionette, che in effetti si muovono meglio della maggior parte degli attori italiani, e di riuscirci senza sforzo apparente, animandole con una naturalezza e una disinvoltura assolute: qui davvero ars est celare artem. Poi ci sarebbe da dire che si ascolta anche un gran bel Monteverdi, a cominciare dal punto decisivo: la parola.

Tutta la compagnia è italiana, e si sente: non solo cantano bene, ma lo fanno con gli accenti giusti, rendendo giustizia al libretto di Badoaro che sarebbe il più bello di tutti i tempi se non ci fosse quello di Busenello per L’incoronazione di Poppea, sempre Monteverdi, ovvio, in quella Venezia del Seicento che doveva essere molto più spregiudicata e sexy di qualsiasi serie Netflix.

Vanno citati almeno Vito Priante, Ulisse, Arianna Vendittelli, Minerva, il notevole basso Alessandro Ravasio, il Tempo e Nettuno, la bella voce tenorile di Raffaele Giordani che di personaggi ne fa tre e Davide Livermore che, benché celebre regista, si diverte a cantare il parassita mangione Iro. Sopra tutti, però, Sara Mingardo, che è ancora la Penelope più toccante che si sia ascoltata, in una parte che può anche diventare micidiale perché alla fine si tratta di lamentarsi full time.

Sul podio, Gianluca Capuano è scatenato per fantasia, varietà, senso del teatro ed effetti speciali ricavati dai suoi eccellenti Musiciens du Prince. Si esce perfino un po’ commossi, perché se è Monteverdi a tirare i fili, questi pezzi di legno diventano pezzi di anima. E queste storie vecchie come l’uomo, Omero e le “carte argive” e la mitologia risultano davvero, come diceva Vincenzo Monti, la “prima fantasia del mondo”. E tuttora la più bella.

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