C’eravamo tanto amati. Il Financial Times (e non solo lui) boccia l’Italia di Giorgia Meloni
“Un fallimento”: è tranchant il Financial Times nel definire il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza promosso dopo l’inizio del Covid-19 per rilanciare l’economia italiana nel quadro della Recovery and Resilience Facility comunitaria. Roma, prima beneficiaria del fondo europeo con 194 miliardi di euro che verranno erogati fino al 31 dicembre, non è stata trasformativa con le sovvenzioni pensate per rafforzare digitalizzazione, infrastrutture e energie rinnovabili nel quadro della crescita del sistema-Paese e, anche se la spinta del Pnrr ha mantenuto in terreno positivo le stime sull’espansione del Pil dell’Italia, Roma resta ancora al palo in termini di sviluppo.
Il titolo del Ft è netto e pare un editoriale politico prima ancora che economico-finanziario, dato che all’interno dell’articolo si trovano i commenti puntuali e non catastrofisti di economisti come Tito Boeri della Bocconi e Marco Leonardi dell’Università degli Studi di Milano, che hanno presentato un quadro pragmatico, dati alla mano, sui limiti del Pnrr. Conta, però, il messaggio di fondo: il sistema finanziario internazionale di cui il Ft è espressione inizia a essere scettico delle capacità di Giorgia Meloni di continuare a traghettare il Paese e molte testate di peso stanno invertendo i trend dopo anni di elogi e sostegni al percorso di stabilità di Roma dall’ascesa della premier a oggi. Dal riconoscimento di impegni per stabilizzare il bilancio o da articoli che ricordavano Europe should learn from Italy, come titolava il Ft a novembre, per arrivare al riconoscimento del percorso stability over growth dell’esecutivo, di cui ha parlato Reuters, la stella della premier sembra essersi appannata.
E a poco più di un anno dal voto politico del 2027 si inizia a capire la spinta per un cambio di fase. Meloni era già stata “sfiduciata” a gennaio, quando era stata messa in discussione la strategia politica del governo di puntare sull’asse col costruttore Francesco Gaetano Caltagirone per riuscire, tramite Monte dei Paschi di Siena, a cambiare in senso più orientato all’italianità l’assetto gestionale di Generali. Dinamica, questa, poi rivelatasi controproducente alla luce della riconferma di Luigi Lovaglio alla guida del Monte, primo azionista di Mediobanca che è a sua volta primo socio di Generali, che ha portato con sé una spinta alla stabilità sostenuta da grandi elettori come BlackRock e Credit Agricole (via Banco Bpm). Non è stato perdonato, poi, in Europa l’endorsement eccessivo con cui Meloni ha accolto l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca né è parsa sostanziale la sua posizione nel Vecchio Continente, ritenuta eccessivamente timida.
Quei grandi investitori internazionali che hanno scommesso sull’Italia di Meloni e quelle testate, come il Ft, che fiutano i venti nuovi della politica europea e globale osservano con attenzione gli scenari che aspettano Roma nei prossimi mesi. In tal senso, il dato di fatto è che il trend degli anni scorsi, orientato a riconoscere una stabilità sostanziale nell’Italia meloniana di fronte a un’Europa incerta sul piano politico ed economico, si sta trasformando in un riconoscimento di sostanziale immobilismo. Ma in fin dei conti si tratta delle due facce della stessa medaglia.
Politica industriale, tasse, investimenti strategici, progetti europei, innovazione: il quadriennio targato Meloni non è stato risolutivo su grandi dossier decisivi per il futuro del Paese. Ma difficilmente avrebbe potuto esserlo, dato che tra dazi, guerre, tensioni energetiche il periodo è stato segnato da continue e ripetute emergenze che hanno deviato il percorso dell’economia italiana.Per fortuna, l’export ha continuato a tirare e a garantire posti di lavoro e surplus, ed è difficile pensare come con un altro esecutivo avrebbe potuto essere diversamente. Con la stella di Trump in declino, con la scelta di Meloni di un asse privilegiato con la Germania di Friedrich Merz in Europa che ha probabilmente suscitato malumori in diverse cancellerie (citofonare Francia e Commissione a Bruxelles) e con anni incerti dopo la fine della Recovery and Resilience Facility, resta un’Italia che ha scommesso tutto, sul piano economico e finanziario, sul taglio del debito per rassicurare l’Unione Europea e ha mancato, di poco, l’uscita dalla procedura d’infrazione. Resta una tempesta energetica di inizio 2026 che ha sconvolto i rendimenti dei titoli di Stato e la sostenibilità di bilancio, orgoglio di Meloni e del Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti negli ultimi anni. Resta, infine, una luna di miele ormai terminata. E per Meloni questa sfida internazionale varrà quanto quella politica. Un editoriale del Ft vale più di un referendum perso in termini di capitale politico: ed invertire la strada non sarà facile.
Nessun commento:
Posta un commento