Niente fondi al film su Regeni. Giuli: "Non condivido scelta, ma commissione è autonoma"
Finanziati film su Gigi D'Alessio e ristoranti, ma non quello sull'assassinio in Egitto del ricercatore italiano. Lasciano due membri della commissione. Il ministro della Cultura ha risposto durante il question time a Montecitorio
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli risponde alla Camera, durante il question time, alle interrogazioni sul mancato finanziamento pubblico al documentario “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”: "Non condivido né sul piano ideale né morale la scelta sul documentario su Giulio Regeni, ma non è il frutto di una decisione politica. Il ministero non può intervenire". Giuli ha ribadito l'autonomia nelle scelte delle commissioni spiegando che proprio questo garantisce l'imparzialità delle scelte. Il ministro ha anche spiegato che il documentario su Regeni era stato già respinto per altre richieste di finanziamento in anni passati sia nel 2024 che nel 2025.
Le opposizioni contestano la decisione del ministero e le nuove regole di assegnazione dei fondi al cinema.
Nonostante il riconoscimento del Nastro della Legalità 2026 e una diffusione già avviata nelle sale, l’opera è stata giudicata dalla commissione ministeriale “non meritevole di sostegno pubblico”.
La vicenda si è complicata con le dimissioni, avvenute nelle stesse ore in cui il caso è esploso, di due componenti della commissione di valutazione: Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti. Un elemento che ha contribuito ad alimentare dubbi sulla trasparenza e sul funzionamento del sistema.
Al centro della polemica c’è il documentario diretto da Simone Manetti, che ricostruisce la vicenda del ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. Il caso è rimasto senza colpevoli accertati, nonostante un processo avviato in Italia contro agenti di sicurezza egiziani e i chiari sospetti su un diretto coinvolgimento del governo autocratico del presidente egiziano Al Sisi. Regeni è diventato uno dei principali simboli della richiesta di verità e giustizia in Italia.
Il documentario, prodotto da Fandango e Ganesh, ha trovato spazio fuori dai circuiti istituzionali: 76 università italiane hanno aderito a un’iniziativa promossa dalla senatrice Elena Cattaneo per proiettarlo negli atenei.
Le reazioni
Secondo il Partito Democratico, guidato da Elly Schlein, si tratta di una decisione difficilmente comprensibile e priva di adeguata motivazione. La capogruppo Chiara Braga ha parlato di un’opera dall’evidente valore civile, chiedendo se l’esclusione sia stata determinata da una valutazione politica più che artistica.
Le critiche non si fermano al singolo caso. Le opposizioni collegano la vicenda alla riforma del sistema di finanziamento al cinema voluta dal governo di Giorgia Meloni, sostenendo che abbia aumentato la discrezionalità nelle scelte e ridotto la trasparenza delle scelte.
Ancora più esplicite le accuse di Riccardo Magi, che ha ipotizzato due possibilità: o l’incompetenza della commissione o un intervento politico diretto. Sulla stessa linea Angelo Bonelli, che ha parlato di censura, sostenendo che si stia ostacolando la diffusione di un’opera scomoda.
Anche diverse associazioni di settore hanno sottolineato il valore testimoniale del film, considerato uno strumento importante per mantenere viva l’attenzione su una vicenda ancora irrisolta. La controversia si è già allargata: non riguarda più solo un finanziamento negato, ma il modo in cui si decide cosa merita di essere raccontato.
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