È morto ieri 30 aprile 2026 il pittore tedesco Georg Baselitz (Kamenz, 23 gennaio 1938 – 30 aprile 2026), celebre per i suoi dipinti espressionisti con cui dagli Anni Sessanta denunciava la violenza della guerra, riferendosi in particolare agli orrori della Germania nazista.
Nato nel 1938 in Germania come Hans-Georg Kern, Baselitz è stato allevato tra le rovine della Seconda guerra mondiale, trasformando la devastazione in un pilastro essenziale della sua ricerca artistica. Pioniere anticonformista del dopoguerra, ha rivoluzionato il linguaggio pittorico, sfidando i dettami accademici e rigettando ogni schema preconfezionato. Iconico il suo espediente di invertire le immagini, un gesto simbolico e concettuale che sconcerta l'occhio e spinge l'osservatore a ricomporre il significato ex novo.
Il 25 marzo scorso, presso il Museo Novecento di Firenze, ha preso il via una monumentale mostra antologica dedicata all'artista tedesco, GEORG BASELITZ – AVANTI!. L'esposizione pone un'enfasi particolare sulla sua straordinaria produzione grafica e sulle tecniche incisorie, esplorando con profondità il dialogo intimo tra l'artista e la Toscana, una regione che ha influenzato profondamente la sua creatività. Attraverso un'ampia selezione di opere, la mostra ripercorre la molteplice varietà dei temi trattati dall'artista tedesco nel corso della sua lunga carriera artistica, dagli esordi tormentati fino alle più recenti sperimentazioni.
In questo percorso, emerge con forza la visione basilare dell'artista: l'arte non come prodotto finito, ma come un processo continuo di trasformazione, un gesto audace e sovversivo che rifiuta categoricamente ogni illusione di armonia rassicurante, preferendo invece il caos creativo e la sfida allo spettatore.
Come vede il futuro Georg Baselitz?
“Non è necessario chiedere a un ottantottenne come vede il futuro. Il titolo Avanti! mi incoraggia, ne ho un disperato bisogno” ha dichiarato in un'intervista rilasciata ad Artribune.
"Ripensando alla mia vita, Firenze ha avuto un ruolo significativo, di primo piano. Nel 1965 vi ho trascorso un anno con mia moglie grazie a una borsa di studio e quell’esperienza ci ha profondamente colpiti per la presenza visibile e tangibile del patrimonio culturale della città. Ma all’epoca, non sarei riuscito a immaginare di organizzare una mostra come artista contemporaneo a Firenze. Semplicemente non c’era alcuna possibilità.
Georg Baselitz forgiò un linguaggio pittorico radicalmente opposto al minimalismo essenziale e al concettualismo intellettuale, che dominavano la scena artistica negli anni Settanta, preferendo un approccio viscerale e provocatorio. Verso la fine degli anni Sessanta, introdusse la pratica iconica di capovolgere i soggetti delle sue tele, dando vita a un territorio ibrido e destabilizzante tra astrazione pura e figurazione realistica, che costringeva lo spettatore a un'interpretazione attiva e personale.
Questo marchio distintivo debuttò con L’uomo all’albero (1968), un'opera emblematica dove una figura umana distorta, appesa a un albero in posizione rovesciata, evoca un senso di precarietà esistenziale e sfida le convenzioni della percezione visiva, quasi a simboleggiare l'uomo sospeso tra caos post-bellico e ricerca di senso.
L'innovazione si consolidò l'anno successivo con Il bosco capovolto (1969), una serie di paesaggi arborei invertiti che trasformano la natura in un paesaggio alienante e surreale: i pini slanciati, capovolti verso il basso, ribaltano la prospettiva tradizionale, evocando distruzione e rigenerazione, e diventano il simbolo visivo della sua poetica. Queste opere non solo definirono la sua estetica per decenni, ma segnarono un punto di svolta nella pittura contemporanea, rendendo l'inversione non un semplice espediente tecnico, ma un gesto filosofico contro l'ordine prestabilito.
La pittura, come gesto di libertà: “Il quadro è una superficie che uso per esistere”, definendo l’opera come luogo di tensione tra forma e caos, non come mera decorazione. Proprio per questo, ancora oggi, quando il visitatore si ferma davanti a un’immagine capovolta di Baselitz, non guarda un semplice espediente visivo, ma un’invocazione a riconquistare lo sguardo e a “andare avanti”, come suggerisce il titolo della mostra fiorentina, contro ogni inerzia culturale e ogni celebrazione sterile del passato. La sua morte non chiude l’epoca capovolta; la rende, invece, ancora più attuale.
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