mercoledì 13 maggio 2026

La Premier Meloni, in Senato, parla di un paese 'immaginario' : con più lavoro e meno tasse, ad un paese immaginario (da L'Unità, di David Romoli)

 Per regola mai osservata il presidente del Consiglio dovrebbe prestarsi personalmente a rispondere al question time del Senato mensilmente. Non lo ha fatto mai quasi nessuno e per questo quando capita è un’occasione. In questo caso perduta. Prima di tutto dalla stessa Meloni che sta cercando di cambiare strategia comunicativa esponendosi in pubblico anche rispondendo alle domande molto più di quanto non abbia fatto nei suoi quattro anni di governo. Non ci è riuscita, la performance è suonata stanca e ripetitiva. Ma a perdere l’occasione è stato anche il Senato tutto. Appena si accende una telecamera la propaganda ha la meglio su ogni altra considerazione. Dibattiti e a maggior ragione occasioni come il question time di ieri si riducono a gara per conquistare l’umore degli italiani presto elettori. Da un lato il j’accuse dell’opposizione che rinfaccia al governo di non aver fatto niente, dall’altro la premier che elenca quelli che considera suoi successi per la noia dell’ormai presumibilmente scarso pubblico televisivo.

Lo stato reale delle cose va cercato fra le righe. Nella risposta a un Renzi come al solito provocatorio, “Sembrate la famiglia Adams e non è un insulto perché i soli a potersi risentire sono Morticia e lo zio Fester” che però, battute a parte, chiede alla premier di elencare almeno i principali interventi che abbia in mente per l’ultimo anno di legislatura. “Intendiamo continuare con quello che abbiamo già fatto: rafforzare i salari, incentivare le aziende che assumono e investono, sostenere famiglia e natalità”, replica lei. È come dire che di fronte al palese calo di credibilità del suo governo non sa come reagire. A Calenda, che denuncia pur con toni concilianti la gravità della crisi in agguato dietro l’angolo o al capogruppo Avs De Cristofaro che snocciola i dati di un’immigrazione giovanile alle stelle è costretta a rispondere ammettendo la gravità del problema. Però senza idee che non siano la rivendicazione di quanto fatto finora. La diagnosi del leader di Azione è giusta. Ma il governo ha già reagito “con la ripresa della produzione di energia nucleare, con il dl bollette, tassando le imprese produttrici, lavorando per diversificare le fonti di approvvigionamento”. E anche sull’emigrazione il giurare che “è falso dire che da parte del governo non c’è stata alcuna strategia”.

Lo spettacolo di ieri a palazzo Madama è stato impietoso perché ha messo più che mai sotto i riflettori l’evidenza di un governo che è alle prese con una situazione imprevista, il micidiale mix tra sconfitta referendaria e crisi energetica, e non ha la minima idea di come fronteggiarla. Dunque resta aggrappato alla strategia che aveva messo a punto prima di ritrovarsi improvvisamente in una realtà rovesciata senza rendersi conto che quella strategia è ormai spuntata sia nel concreto, perché non è in grado di mettere in campo una reazione credibile alla crisi, sia dal punto di vista della propaganda, perché quella narrazione non fa e non può più fare presa. Pesa forse anche un elemento soggettivo. Giorgia Meloni sa essere brillante negli scontri ma non quando deve invece provare a mostrarsi pacata statista. Il solo guizzo, ieri, c’è stato quando replicando al capo dei senatori Boccia, è tornata alle stilettate al curaro. Prima e dopo ha tenuto banco massima piattezza.

Il peggio è che più la premier si rivela incapace di imprimere alla sua coalizione il necessario colpo di reni, più la sua presa sugli alleati si allenta. Ieri, dopo mesi di braccio di ferro, il candidato della Lega alla guida di Consob, il sottosegretario Freni, ha gettato la spugna e si è ritirato dalla competizione. Ad affondarlo sono stati il veto insormontabile di Forza Italia e poi, vista l’impossibilità di aver ragione di quel pollice verso, la defezione di FdI. Salvini, sempre pronto a parlare e anche spesso a straparlare di tutto, ieri si è dovuto trincerare dietro un rabbioso “Non commento”. Ma che sia fuori di sé è nell’ordine delle cose e l’incidente Freni non resterà senza conseguenze, sul fronte Consob che resta paralizzato ma non solo su questo. Molti incidenti degli ultimi giorni, come litigi tra Giuli e Salvini o l’intero guaio Biennale sono tutt’al più sintomi che indicano una difficoltà. Il caso Consob invece è molto di più: è la difficoltà stessa dispiegata ed è anche la prova di quanto poco Giorgia sia oggi capace di domare la sua coalizione.

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