Ci sono un ristorante con vista su Piazza San Marco, ma c’era anche una catena americana sulla riviera romagnola, a parlare russo senza saperlo. Dietro, c’è Valery Gergiev: direttore d’orchestra, uomo di Putin, padrone invisibile di una parte del gusto italiano
Valery
Gergiev, ph.Associated Press/LaPresse
Valery Gergiev non è un nome che ricorre spesso tra le guide gastronomiche, eppure figura, silenziosamente, tra i grandi proprietari immobiliari della ristorazione italiana. Il suo patrimonio – ricostruito da un’inchiesta della Fondazione anti-corruzione fondata da Aleksej Navalny – comprende beni per oltre cento milioni di euro sparsi tra Venezia, Milano, Roma, Rimini e la costiera sorrentina. Molti di questi beni ospitano ristoranti, bar, locali storici o strutture ricettive.
Il maestro russo, allontanato dal Teatro alla Scala per il suo silenzio sull’invasione dell’Ucraina, si muove oggi nell’economia italiana attraverso società immobiliari e lasciti opachi. Una delle sue società, la “Commercio Edilizio Srl”, è formalmente intestata a un cittadino olandese: lui stesso.
Nel cuore di Venezia, affacciato sul Canal Grande, Gergiev possiede il Palazzo Barbarigo e un altro palazzo cinquecentesco valutato oltre 20 milioni di euro. Ma soprattutto possiede il Caffè Quadri, storico ristorante fondato nel 1775 e oggi affidato alla gestione della famiglia Alajmo.
La cucina firmata Max Alajmo, tra fine dining e savoir-faire veneziano, è ospitata in un luogo splendido, che prevede un affitto milionario che finisce, indirettamente, nelle mani di uno dei principali ambasciatori culturali del Cremlino. L’accordo di locazione più recente prevede un canone di oltre 3,5 milioni per sette anni, versati a una proprietà immobiliare riconducibile a Gergiev.
A Rimini, Gergiev risulta proprietario di un’area di circa 30 ettari che ospita un complesso di enorme portata: il ristorante americano United Tastes of Hamerica’s, un bar, un campeggio, un luna park e campi da baseball. Tutti più o meno attivi, tutti affittati, tutti – secondo Navalny – intestati a lotti controllati dal direttore d’orchestra, mai dichiarati pubblicamente. Anche qui, l’attività di ristorazione è solo una parte della narrazione. Il tessuto urbano, l’intrattenimento popolare, i margini dell’indotto turistico: tutto riconduce a una regia imprenditoriale silenziosa, invisibile, ma ben radicata.
Le origini di questa fortuna conducono a Yoko Nagae Ceschina, arpista giapponese ed ereditiera del conte Renzo Ceschina, storico benefattore del Teatro Mariinskij diretto da Gergiev. Alla sua morte, nel 2015, lascia a Gergiev un patrimonio ingente, sotto forma di immobili e partecipazioni societarie. È così che il maestro si ritrova proprietario di una villa con 18 camere all’Olgiata, nella campagna romana, e di terreni agricoli per 80 ettari attorno a Milano. In molti casi, i beni risultano ancora formalmente intestati a trust, fondazioni o società a responsabilità limitata. Ma secondo Navalny, sono riconducibili a un solo nome.
A rendere ancora più opaca la faccenda è il ruolo della Valery Gergiev Charitable Foundation, fondazione benefica che tra il 2016 e il 2020 ha raccolto oltre 47 milioni di euro da enti pubblici russi, tra cui Gazprombank, VTB, Sberbank, ma anche da multinazionali come Mastercard e Nestlé. Fondi che, secondo i giornalisti Maria Pevchikh e Georgij Alburov, sarebbero stati in parte dirottati su investimenti immobiliari privati.
Nel frattempo, i locali continuano a funzionare. Si mangia. Si prenota. Si paga un affitto che alimenta indirettamente uno dei più fedeli collaboratori culturali del Cremlino, oggi direttore del Teatro Bolshoj per nomina diretta di Putin, dopo l’allontanamento forzato dal teatro milanese. Cosa accade quando l’identità proprietaria di un ristorante entra in conflitto con i valori che il cibo pretende di rappresentare? A Venezia, Alajmo rivendica con forza la gestione autonoma e la qualità della proposta. A Rimini, l’americana Hamerica’s resta un format di consumo veloce. Ma il punto è altrove, nel modo in cui il capitale immobiliare agisce sulla geografia gastronomica senza essere visto.
In un tempo in cui si chiede trasparenza a ogni ingrediente, può un ristorante restare eticamente neutrale se il padrone di casa è legato a un apparato di potere che ha fatto della cultura un’arma diplomatica? La risposta, come spesso accade, si trova nel piatto. O forse nel contratto di locazione.
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