giovedì 24 luglio 2025

Dazi, Usa, Italia, Europa, Cina. Il parere dell'economista Cottarelli ( da Quotidiano.Net, di Antonio Troise)

 Professor Carlo Cottarelli, come valuta l’ipotesi di un accordo sui dazi fra Usa e Ue al 15%? Si poteva ottenere di più?

"Ovviamente – spiega l’economista e direttore dell’Osservatorio Conti pubblici – il 15% è meglio del 30 minacciato in un primo tempo. Penso che le nostre esportazioni siano abbastanza forti per poter sopportare il dazio a questo livello. Certo, questi dazi, ci porteranno a esportare più in altre parti del mondo. Se saranno le nostre imprese ad assorbire il 15%, avranno un interesse a vendere in Paesi diversi. Se, come più probabile, aumenterà il prezzo di vendita negli Usa (per cui a pagare i dazi saranno gli americani), saranno loro a decidere se comprare a un prezzo più alto o cambiare prodotto e acquistare merci realizzate negli Stati Uniti o altrove, nel qual caso i nostri esportatori dovranno cercare altri Paesi".

Carlo Cottarelli durante la presentazione del nuovo libro di Carlo Calenda "Il Patto-Oltre il trentennio perduto" presso la Società Umanitaria a Milano, 11 gennaio 2024. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

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Ma possiamo davvero fidarci di Trump?

"Non vedo perché non dovremmo fidarci. Una volta che si firma un accordo con dazi al 15% credo che Trump possa essere contento del fatto che arriveranno più entrate. È vero che questi dazi saranno probabilmente pagati dagli americani. Ma è meno trasparente e, quindi, meno evidente, far pagare le tasse tramite un dazio che farle pagare aumentando le imposte sul reddito".

E l’Europa? Non crede che questa vicenda abbia dimostrato una volta di più la necessità di essere più autonomi rispetto agli Stati Uniti?

"Sì, certo. Ma credo che questa strada sia già stata tracciata dall’Unione europea. Basta considerare gli accordi con il Mercosur, la negoziazione in corso con l’India, i confronti avviati con il Giappone, la missione a Pechino. Sono tutte cose che riflettono questo desiderio di diversificare i mercati. Vorrei anche fare notare che le nostre esportazioni non sono poi così concentrate verso gli Stati Uniti. La quota dell’export italiano verso gli Usa è dell’11%. Dovremo diversificare un po’ di più".

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Anche per questo è importante l’incontro di von der Leyen con il presidente cinese Xi?

"La grande questione è che le famiglie cinesi consumano ancora troppo poco e negli ultimi due anni la Cina ha compensato il rallentamento della domanda interna esportando di più. Quindi bisogna, da questo punto di vista, augurarsi che i consumi interni riprendano, che la crisi dell’immobiliario cinese finisca presto in maniera tale che ci possa essere più domanda".

Confindustria qualche giorno fa ha lanciato un allarme anche molto forte dicendo che con dazi al 30% ci sarebbe stata una crescita minore dello 0,8%. E ora?

"Se i calcoli di Confindustria sono esatti, con dazi al 15% l’effetto sul Pil sarebbe dimezzato, allo 0,4%. Ma sono tante le variabili da prendere in considerazione a partire dall’andamento della domanda Usa. Se gli americani continueranno ad acquistare i prodotti italiani perché sono di alta qualità, a questo punto l’impatto sarebbe contenuto".

Che cosa potrebbe fare il governo per sostenere i settori più in sofferenza?

"Non è facile intervenire. Perché se si decidesse di compensare l’eventuale riduzione dei prezzi delle imprese esportatrici con sussidi ad hoc si rischia di utilizzare i soldi dei contribuenti italiani per sovvenzionare i consumatori americani. Sarebbe assurdo. Quello che si può fare è invece studiare misure specifiche per quelle imprese che registreranno una forte riduzione dell’export, avendo alzato i prezzi negli Usa. Ma in ogni caso sarebbe una misura difficile da gestire".

Uno degli obiettivi di Trump è quello di spingere le imprese a spostarsi negi Usa interrompendo il lungo ciclo della deindustrializzazione del Paese. Un obiettivo possibile con dazi al 15%?

"Non credo che queste tariffe possano spingere le industrie europee a delocalizzarsi. Diversa la situazione con la Cina perché lì i dazi sono rimasti più alti. Del resto il vero avversario degli Stati Uniti resta Pechino. Per questo sono sempre stato abbastanza ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo con l’Europa".

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