domenica 25 ottobre 2026

Meloni, dimissioni a marzo, elezioni a giugno, guardando al Colle ( da Fanpage.it, di Francesca Moriero)

 

Giorgia Meloni potrebbe dimettersi a marzo: quando si andrebbe a votare

A Palazzo Chigi la consegna ufficiale rimane quella di smentire categoricamente ogni voce di addio prematuro, ribadendo la ferma intenzione di completare l'intera legislatura. Dietro la facciata pubblica, tuttavia, i movimenti all'interno dei partiti di governo suggeriscono l'elaborazione di piani ben diversi. Stando a quanto ricostruito dal quotidiano la Repubblica, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe infatti illustrato ai vertici di maggioranza, incontrando Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, un disegno strategico preciso: anticipare la fine naturale dell'esecutivo per presentarsi al giudizio degli elettori forte di un momento di massima visibilità istituzionale.

Il vertice di Roma come trampolino per il Colle

Il perno attorno a cui ruoterebbe questa ipotesi è il Consiglio europeo straordinario programmato a Roma per celebrare i settant'anni dalla storica firma dei Trattati istitutivi della Cee. Un evento di altissimo profilo diplomatico, concordato con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e con il via libera del premier belga Bart De Wever, che per l'occasione ha acconsentito a spostare la riunione lontano dalla sede canonica di Bruxelles. Nelle intenzioni attribuite alla premier, sfilare sulla scalinata del Campidoglio insieme a tutti i leader dei Ventisette rappresenterebbe il sigillo ideale della propria esperienza di governo. Subito dopo la conclusione del vertice, a fine marzo, Meloni salirebbe al Quirinale per formalizzare il passo indietro di fronte al Capo dello Stato, chiudendo il mandato con qualche mese d'anticipo rispetto alla scadenza naturale.

La corsa contro il tempo e la finestra del 16 maggio

Una volta formalizzate le dimissioni e decretato lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica, scatterebbero i meccanismi previsti dalla Costituzione e dalla legge elettorale. I vincoli normativi impongono che il voto si tenga entro una finestra temporale compresa tra i 45 e i 70 giorni dallo scioglimento. Facendo scattare il cronometro dai primissimi giorni di aprile, la data più vicina formalmente disponibile sul calendario risulterebbe quella di domenica 16 maggio. Si tratterebbe di una campagna elettorale fulminea, concentrata in poche settimane primaverili, che vedrebbe le forze politiche chiamate a una mobilitazione immediata.

L'opzione election day a giugno e il nodo delle città

Benché maggio rappresenti la prima data utile, l'orientamento che raccoglie maggiori consensi all'interno della coalizione, caldeggiato in particolare dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e dal responsabile del programma di Fratelli d'Italia Francesco Filini, punta a far slittare il voto ai primi di giugno. Questa scelta permetterebbe di dare vita a un vero e proprio election day, unificando le elezioni politiche con la tornata delle amministrative.

L'accorpamento comporta vantaggi logistici e di mobilitazione ma pone anche complesse sfide politiche: tradizionalmente il centrodestra guarda con prudenza alla sovrapposizione tra voto nazionale e locale, temendo l'effetto traino dell'elettorato progressista nei grandi centri urbani. Proprio per questo la prospettiva di votare a giugno sta già costringendo i leader ad accelerare le trattative per blindare le candidature a sindaco in città cruciali come Milano, Roma, Napoli e Torino, dove gli equilibri tra alleati restano ancora da definire.

Ignazio La Russa querela la storia Michela Ponzani ( da La Repubblica)

 

Ignazio La Russa querela la storica Michela Ponzani. Lo fa sapere il portavoce della seconda carica dello Stato in merito alle dichiarazioni della storica, che venerdì a Otto e mezzo su La7, parlando dei decreti sicurezza, ha citato La Russa sostenendo: "Io credo che se nel 1973, 12 aprile del '73, fosse stato approvato un decreto sicurezza come quello che viene discusso e approvato oggi, probabilmente noi oggi non avremmo un presidente del Senato”. Ponzani ha spiegato: “Il 12 aprile del '73, e questa è storia, non è soltanto cronaca, l'attuale presidente del Senato si mise a capo di una manifestazione non autorizzata, organizzata dal Fuan, l'organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano. Dall'interno di quel corteo non autorizzato, partì il lancio di una bomba a mano che uccise, con un colpo al petto, un agente di polizia di 22 anni".

Dopo questo intervento La Russa “ha dato mandato ai propri legali di adire le vie giudiziarie nei confronti di Michela Ponzani in relazione alle dichiarazioni gravemente lesive da lei rilasciate il 22 ottobre nel corso della trasmissione “Otto e mezzo" – scrive il portavoce -. Il presidente La Russa, che ha disposto anche il monitoraggio delle dichiarazioni rese negli ultimi giorni da altri soggetti, procederà inoltre nelle sedi giudiziarie competenti nei confronti di chiunque associ il suo nome alla tragica morte dell'agente Antonio Marino, avvenuta a Milano nel 1973”. E prosegue: “È infatti documentalmente accertata, come risulta dagli atti giudiziari, non soltanto l'assenza di qualsiasi sua responsabilità in relazione a quella tragica vicenda, ma persino alla semplice ipotesi di manifestazione non autorizzata. A conferma di ciò, il presidente La Russa può vantare un certificato penale intonso".

Solidarietà a Ponzani arriva dai partiti di opposizione. In una nota i senatori del Pd Dario Parrini, Francesco Verducci e Walter Verini commentano: "Questa vicenda è emblematica e gravissima: non riguarda solo Michela Ponzani, ma anche la difesa del principio della libertà di ricerca e della libera discussione pubblica dei suoi risultati, in questi anni ripetutamente minacciata dalla pratica delle querele intimidatorie. Questo principio è un fondamentale perno di ogni democrazia". Solidarietà arriva anche dai deputati dem.

Il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte, chiede a La Russa di “ritirare la querela annunciata nei confronti della professoressa Michela Ponzani. Chi ha ruoli di grande responsabilità istituzionale non può scagliarsi contro una storica che esprime un giudizio negativo sull'ennesimo 'decreto sicurezza' partorito dal governo ed espone un più ampio ragionamento evocando il 'Giovedì nero di Milano’".

Italia. Scontri nelle piazza. I penalisti accusano il Governo: VUOLE MOSTRARE I MUSCOLI . Franco Gabrielli: LA REPRESSIONE DA SOLA NON BASTA ( da Gazzetta del Sud)

 

Scontri nelle piazze, i penalisti accusano il governo: “Vuole mostrare i muscoli”. Gabrielli: “Reprimere non basta”

I quasi quattrocento fermi, tra cui un centinaio di minorenni, le duecentocinquanta perquisizioni in 24 ore, gli arresti e le denunce per le manifestazioni nelle varie città italiane spingono i penalisti a parlare di «volontà di innalzare il livello della risposta repressiva».

«Non credo che sia la strada giusta da seguire sia sotto il profilo della risposta giudiziaria sia sotto quello della introduzione di nuove norme che entrano in tensione con principi costituzionali della determinatezza e della personalità della responsabilità penale» sottolinea Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane che evidenzia: «La risposta ai fenomeni devianti deve essere proporzionata e in questo caso vediamo che c’è piuttosto una risposta di tipo simbolica per mostrare la muscolarità della risposta da parte del governo».

Di sicuro, secondo il presidente dell’Ucpi, «che il fenomeno sia diverso e distante dalle drammatiche vicende del terrorismo degli Anni di piombo lo dimostra la presa di distanza dalla violenza da parte di molti manifestanti. Il nostro punto di vista resta lo stesso: il Paese è dotato di forze dell’ordine preparate e abbiamo un ordinamento fornito di un ventaglio di norme penali sostanziali che prevedono già pene altissime rispetto ad altri Paesi e norme penali processuali che già consentono una risposta efficace anche rispetto ai più allarmanti fenomeni di eversione politica».

Il caso Siher

Non si sbilancia, invece, sulle contestazioni mosse a Youssef Siher, presunta «mente» del Movimento 17 ottobre che ha promosso le recenti proteste sfociate nelle violenze. Il trentenne, fermato ieri, è accusato di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (il nuovo reato introdotto con il decreto sicurezza approvato questa settimana). «Non sono in grado di valutare nel merito – premette Petrelli –. Il sospetto che viene è che ci sia una strumentalizzazione di queste vicende giudiziarie in un contesto in cui si punta alla rassicurazione del pubblico e alla dimostrazione della necessità di nuove misure sicuritarie». Per il presidente dell’Unione camere penali, «bisogna attendere le decisioni dei giudici, ma non si può escludere che possano esserci delle sopravvalutazioni dei profili soggettivi e della storia personale dell’indagato rispetto alla oggettiva gravità delle condotte».

Gabrielli: la repressione da sola non basta

Sulla stessa scia l’ex capo della polizia Franco Gabrielli: «Se tutto si riduce alla repressione, non abbiamo capito la complessità che abbiamo davanti e non possiamo ottenere risultati effettivi e duraturi. In quattro anni otto decreti sicurezza e un profluvio di norme penali che, dal mio punto di vista, non hanno cambiato molto la realtà». Gabrielli ha, dunque, sottolineato la necessità di affiancare agli strumenti repressivi interventi sulle cause sociali dell’insicurezza e sulla condizione giovanile.