La stonatura di Venezi e il segreto nascosto nelle mani del maestro
Il caso della nomina alla Fenice scuote il mondo della musica e della politica Ma chi è davvero un direttore? Inchiesta in filigrana su una figura quasi mitica
Altro che recondite armonie. Con brutalità disarmonica scuote il paesaggio della musica il caso di Beatrice Venezi, a cui è stata assegnata la direzione musicale della Fenice di Venezia. La nomina giunge dai vertici del teatro, senza le consultazioni interne promesse dal sovrintendente Colabianchi pochi giorni prima della diffusione del comunicato in cui annunciava la scelta.
La protesta è dilagata sul territorio nazionale, dove i teatri dichiarano solidarietà ai
colleghi della Fenice. Sostiene il coro del dissenso: la carica musicale più importante di un teatro lirico va condivisa con orchestra, destinata a un'intesa profonda con quella figura.
Ma è davvero questo il punto? O Venezi è osteggiata poiché di destra, essendo figlia di un politico neofascista e amica di Meloni? Altre voci ne hanno voluto fare una questione di genere: il maschilismo la rigetta in quanto donna. Eppure oggi nel mondo lavorano brillantemente svariate direttrici, come Speranza Scappucci, Principal Guest Conductor alla Royal Opera House di Londra, o Oksana Lyniv, guida musicale del Comunale di Bologna lungo un triennio concluso a dicembre del '24. Le signore sul podio non sono più un'anomalia. Il discorso va quindi ricondotto a un piano musicale, tenendo conto di modalità ed esigenze di un lavoro arduo e
inafferrabile. Non c'è un maestro che nelle dinamiche fisiche somigli a un altro, e non esiste un unico pattern, né si può schematizzare in maniera definitiva la tecnica direttoriale. È ampia la varietà di tracce che affiorano dai movimenti di un
direttore (c'è pure chi propende per la stasi mistica, come faceva Giulini), e sono innumerevoli e spesso ineffabili i messaggi celati nella sua gestualità.
In un'intervista di alcuni anni fa sull'arte del dirigere, Riccardo Muti ne segnalava
l'indeterminatezza: «Non c'è niente di stabilito. Si può partire da certe regole e fare il contrario. Si può condurre anche solo con l'intensità dello sguardo. Come si fa un levare per far partire la Quarta Sinfonia di Brahms? Nessuna scuola può
insegnarlo. La direzione d'orchestra non è una scienza ed è una scienza. È un lavoro basato su indicazioni precise e al contempo imprecise. Si fonda su un codice esatto ma aperto a interpretazioni individuali». Naturalmente dev'esserci un
gesto funzionale, nel senso che all'orchestra vanno trasmessi impulsi e informazioni che nella plasticità ed espressività gestuale diano un'idea interpretativa, di suono, fraseggio e timbro, già pretesa dal direttore durante il lavoro cruciale delle
prove. Le braccia sono l'estensione della mente, insegnava il grande Antonino Votto, che aveva lavorato con Arturo Toscanini. E se è accettabile la distinzione fra il braccio destro che scandisce il ritmo e il sinistro l'espressione, questa
norma non è assoluta. Esiste ad esempio chi si passa la bacchetta da una mano all'altra in certi passaggi dell'esecuzione, o chi unisce le mani stringendo la bacchetta nei pugni e brandendola come una spada per ottenere un accordo violento.
Dunque, come si giudica il livello di un maestro? Sono innanzitutto le orchestre a valutarlo, ed è questo il motivo per cui è indispensabile che un direttore conosca i musicisti coi quali dovrà collaborare in modo continuativo e sia da loro
riconosciuto. Assurdo trasformare tale semplice realtà in una guerra politica. Sul podio s'erge qualcuno che dev'essere autorevole, competente e chiaro, doti che lo inducono a stabilire un nesso coi saperi dei membri di un gruppo. Per
conquistare quel miracolo che si chiama musica, vanno accantonati gli individualismi e tocca rivolgersi a un'unica persona di riferimento. Solo così si crea un suono omogeneo e quindi di bellezza magica. Solo così ci si orienta compatti verso un
obiettivo comune, metafora della condivisione sociale espressa bene da Federico Fellini in Prova d'orchestra, il più politico tra i suoi film.
Tornando a Venezi, cos'è che non la legittima alla guida di un teatro prestigioso come la Fenice? Premesso che è ridicolo immaginare che i professori d'orchestra dei nostri teatri lirici appartengano in massa alle parrocchiette e ai teatrini di sinistra, come è stato scritto, l'Italia è piena di orchestrali di destra, il contesto della musica, fondato su una ricca tradizione e su dettami tecnici necessari per il conseguimento di un buon risultato, richiede che un'orchestra e il suo direttore musicale abbiano lavorato insieme almeno qualche volta. Questo momento di transizione e conoscenza è capitato in sorte anche ai massimi direttori della storia della musica, e l'elenco degli esempi sarebbe infinito.
L'orchestra deve affidarsi al suo capo per lavorare bene, così come al direttore deve piacere l'orchestra che gli è affidata.
Un'orchestra è un patrimonio che non può essere consegnato a un leader come un pacco dono con cui non c'è mai stato il minimo scambio. Che si tratti dei Berliner o della Scala, o del più insignificante e marginale dei teatri, la funzione del
direttore è così peculiare da aver bisogno di quella stima reciproca che garantisce la solidità della collaborazione.
«Ci sono situazioni in cui il gesto, se non è maturo e intelligibile, è interpretato diversamente da ogni professore, il che causa uno scollamento fra i tempi di esecuzione», dice una delle prime parti di un'orchestra italiana che ha lavorato in un'opera diretta da Beatrice Venezi. Il nostro interlocutore prega di non essere citato, visto che gli orchestrali di Palermo che nel '24 in occasione di un concerto, accusarono Venezi di inadeguatezza al ruolo, furono colpiti da sanzioni. Aggiunge di non voler tacciare Beatrice di incompetenza, anzi, la definisce «una musicista che studia e arriva preparata alle prove. Però ha un gesto scolastico e squadrato, non il bel gesto rotondo del mestiere. È un direttore acerbo, che non ha al suo attivo dischi di rilievo, né esperienze internazionali di peso.
Come scrissero alcuni orchestrali sui social, a Palermo il concerto fu portato
fino in fondo solo perché i musicisti non la guardavano più: quando manca la connessione, il podio non è un aiuto ma un'interferenza. Il rischio è che lei batta un tempo e l'orchestra un altro. Se la compagine non si fida di chi conduce,
preferisce avanzare da sola». Come nella vita.
*****
Alla fine Leonetta Bentivoglio spinge a pensare che l'Orchestra della Fenice non vuole B.V. semplicemente perchè non è stata consultata - com'è prassi - mentre è Lei che con l'orchestra deve lavorare, non con Colabianchi (o con Giuli e le sorelle Meloni); e perchè nonostante lei sia preparata - come attesta il suo interlocutore che non vuole essere citato per nome, temendo rappresaglie dalla sua orchestra di appartenenza ( come accadde a Palermo) - ha un gesto ancora acerbo. Dalla cui considerazione e forse convinzione Leonetta Bentivoglio fa discendere tutto quello sproloquio sul gesto direttoriale.
Non è così. Innanzitutto va chiarito che la sua nomina non è stata formulata all'interno del CdI del teatro, ma ad esso comunicata da Colabianchi (era suo diritto nominarla, ma allora non si va a dire che l'ha votata all'unanimità il CdI) in obbedienza ad un ordine arrivato direttamente da Roma ( come poteva disubbidire lui, altro miracolato da Roma?) che l'ha trovato naturalmente e partiticamente d'accordo.
Poi va anche detto che si può essere diligenti ed anche, perfino preparati, ma non avere nulla da dire su un brano - che sembra essere anche il suo caso. Chi se ne frega del gesto direttoriale 'acerbo'- che nel caso di B.V. sembra costruito davanti ad uno specchio, che comunque rimanda immagini deformate (molti l'hanno notato, il suo gesto spesso contraddice il senso o la direzione della musica ecc...)
I dischi. Il disco, forse 2, che Giorgio Battistelli le ha fatto fare con la 'sua' Orchestra Haydn, sono stati bocciati da tutti, al che Battistelli ha risposto: bisognava darle una chance. Sprecata!
La sua carriera internazionale : neanche una sola presenza con orchestre di rilievo.
Spunta invece in vari modi sempre una manina posata sul suo capo a proteggere la giovane bella e neofascista direttrice, che si chiami Ministero della cultura o Farnesina, Governo più direttamente, o Istituto di cultura.
Una giovane bella e spigliata direttrice come B.V. se avesse avuto connotati professionali adeguati chissà che carriera avrebbe fatto. E, invece no. E' rimasta al palo.
Senza Colabianchi che prende direttamente ordini dai suoi superiori che sono Giuli, Mollicone e le Fratelle Meloni, B.V. avrebbe continuato a girare per orchestrine e teatrini di mezzo mondo come una banale mestierante senza infamia e senza lode, ma che ha diritto di campare, e sarebbe in buona compagnia.
Nel ruolo di direttore musicale, lei dovrebbe dare una impronta all'orchestra affidatale. Ma quale impronta può dare una che non ne ha (di impronte)?
Bentivoglio ci voleva tanto per dirlo? (Pietro Acquafredda)
Nessun commento:
Posta un commento