Incassi record al festival Spoleto ma ora cambia guida
Festival di Spoleto, record incassi da ultime 18 edizioni - RIPRODUZIONE RISERVATA
Il festival di Spoleto chiude la sua sessantottesima edizione, con 67 spettacoli che hanno coinvolto 784 artisti di 53 Paesi, serate spesso soldout, una capienza media sopra il 90% e 31 mila biglietti venduti per un incasso di 925 mila euro, record assoluto dal 2008 cioè da quando ci sono dati sul botteghino.
Sono solo numeri, ma importanti in tempo di bilanci.
E un bilancio, alla fine dei cinque anni di direzione artistica di Monique Veaute, è doveroso.
Il primo a farlo, alla commossa conferenza stampa di chiusura, è stato il presidente della fondazione e sindaco di Spoleto Andrea Sisti. "E' tornata l'atmosfera del festival di una volta e ancora meglio" ha detto. Grazie al lavoro fatto da Veaute e dalla direttrice amministrativa Paola Macchi la fondazione, ha sottolineato, ora ha una struttura adatta a continuare il lavoro, con un milione di euro in accantonamento, un progetto avviato per il recupero del patrimonio artistico del festival, che include la digitalizzazione dell'archivio cartaceo dal 1958 ad oggi, e un impegno che continuerà per restituire alla città spazi per le esibizioni, come già successo con l'Auditorium della Stella. "Sono persone non comuni e per gestire il festival servono persone non comuni" e serve un impegno "tutto l'anno, non solo per 15 giorni" ha aggiunto.
Forse un avvertimento a Daniele Cipriani, l'impresario scelto per sostituire la direttrice uscente.
La mancata conferma secondo Veaute in qualche modo "era prevista". "E' successo ad altri. E' successo alla Biennale di Venezia a Roberto Cicutto, succede in tanti ambienti. Non ho sentito critiche sulla programmazione di Spoleto. Il successo c'è quindi la questione è politica" ha aggiunto.
Il lavoro per il festival in questi cinque anni, iniziati con l'emergenza Covid non è stato facile. Glie lo hanno riconosciuto anche gli Spoleto Festival Friends, fra cui Anna Fendi, nati grazie a lei, che hanno consegnato al sindaco un assegno di 27mila euro raccolti per il restauro di uno degli arazzi della Regina Cristina di Svezia di proprietà del Comune. "Eravamo partiti con l'idea di portare più lirica ma abbiamo dovuto dire arrivederci all'idea a causa del budget. Però non ci siamo arresi e abbiamo trovato una soluzione funzionale con opere inusuali" come Hadrian di Rufus Wainright, che ha aperto l'edizione di quest'anno, o il Woyzeck portato dai Berliner Ensemble con la regia di Ernas Mondtrag, il primo che tratta il teme della differenza di genere con l'amore fra l'imperatore Adriano e Antinoo, il secondo denuncia della violenza feroce e del femminicidio. E poi sono raddoppiati gli appuntamenti con la classica, che ai concerti del mezzogiorno ha aggiunto quelli del pomeriggio (dove si è esibito fra gli altri il quartetto d'archi della Scala con un toccante Sostakovic dedicato a tutte le vittime delle guerre e una insolita scrittura per quartetto di arie dal Rigoletto). "Sono tutti progetti artistici - ha spiegato - che hanno contenuti di politica culturale forte" perché "il ruolo di un festival è aprire le porte verso il mondo, verso le culture e la complessità".
Negli anni sono passati artisti internazionali importanti: musicisti, coreografi, drammaturgi e performer. Per la danza Blanca Li col suo Didon ed Enée quest'anno, ma anche la Sydney Dance Company, Sharon Eyal, Yoann Bourgeois, Wayne McGregor, Marie Choulnard. "Altre cose che ci sarebbero da fare? passare dal Festival dei due mondi al festival del mondo" ha osservato la direttrice. Un passo in questa direzione è lo spettacolo The Great Yes, the Great No di William Kentridge, artista sudafricano più famoso per la sua arte che ha anche firmato il manifesto di quest'anno.

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