mercoledì 16 luglio 2025

A cosa serve censurare Gergiev (da Lettera43, di Paolo Madron). Serve a fargli capire che un musicista non può essere dalla parte di un dittatore sanguinario, solo perchè ne trae benefici. I casi di Furwaengelr e Karajan vanno esaminati a fondo

 

Fino a che punto bisogna far pagare a un artista l’ideologia che lo porta a simpatizzare con un dittatore guerrafondaio? Fino a che punto la sua libertà e autonomia debbono essere salvaguardate sopra ogni cosa, compresa la fratellanza con chi ogni notte lancia droni e missili contro civili inermi?

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La fine dell’esilio italiano di Gergiev

Sono interrogativi che investono il caso di Valery Gergiev, uno dei più grandi direttori d’orchestra a cavallo tra i due secoli, ora alla guida dei teatri Bolshoi e Mariinsky, le più blasonate istituzioni musicali dell’ex Unione Sovietica, conosciuto in Italia soprattutto per le sue direzioni alla Scala che una volta iniziata la guerra in Ucraina non gli ha più affidato la bacchetta. Il russo dopo anni di “esilio” italiano a fine luglio è stato chiamato a dirigere un concerto alla Reggia di Caserta, in una minirassegna dove in cartellone figura anche Daniel Oren, pluripremiato e conosciuto direttore israeliano, contro il quale finora nessuno ha avuto giustamente da ridire.

Valery Gergiev (Ansa).

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Non sappiamo se nella mente degli organizzatori, la Regione Campania, la loro simultanea presenza in cartellone volesse significare qualcosa. Sta di fatto che il nome di Gergiev ha innescato una polemica che ha visto contrapporsi, più che destra e sinistra, le diverse anime del Partito Democratico. Da una parte l’eurodeputata Pina Picierno, nata a Santa Maria Capua Vetere, quindi a pochi chilometri dalla Reggia di Caserta che farà da cornice al concerto, decisamente contraria. Dall’altra il governatore Vincenzo De Luca, ovvero lo sponsor dell’evento, lucano d’origine ma salernitano d’adozione. Per chi suonerà dunque, ammesso che suoni, la Campania?

Pina Picierno e Carlo Calenda (Imagoeconomica).

I precedenti di Furtwängler e von Karajan

Il dilemma Gergiev non è proprio nuovo nella storia. Per stare in ambito musicale, lo hanno incarnato due dei più importanti direttori d’orchestra del Novecento, ovvero Wilhelm Furtwängler e Herbert von Karajan. Il primo ha diretto concerti per la Gioventù hitleriana e per il celebrare il compleanno del Führer. Il secondo (a differenza di Furtwängler che non lo fu mai) è stato iscritto per due anni al partito nazista, e compose addirittura una sonata per celebrare l’annessione dell’Austria, ovvero il suo Paese di origine, alla Germania. Finita la guerra, entrambi hanno continuato a dirigere con grandi acclamazioni nei teatri di tutto il mondo. Avrebbero forse dovuto essere banditi a vita dal podio, vista la complicità con uno dei più sanguinari regimi della storia? Sarebbe stato giusto privare il pubblico del loro straordinario talento?

Herbert von Karajan (Ansa).

Domande che si ripropongono con il caso Gergiev, e che sullo sfondo evocano il principio dell’autonomia artistica di fronte alla professione di qualsivoglia ideologia. Si obietta che il direttore russo non si limita a simpatizzare per Putin, ma ne è un suo strenuo propagandista con grande compiacimento dello zar e dei suoi cortigiani. Anche qui niente di nuovo sotto il sole, nel senso che Joseph Goebbels ha utilizzato Furtwängler e von Karajan come fulgidi testimonial della potenza culturale del Terzo Reich. Un po’ quello che voleva fare Benito Mussolini con Arturo Toscanini se quest’ultimo, antifascista in purezza, non si fosse guardato bene dal prestarsi.

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Quando la Scala disse no ai finanziamenti sauditi

Picierno, Calenda e una nutrita schiera di paladini della causa ucraina non hanno dubbi: le ragioni politiche vengono prima di quelle artistiche, quindi la censura deve scattare senza indugio. Si cita appunto l’esempio della Scala, che una volta scoppiata la guerra non ha più fatto salire Gergiev sul podio del suo golfo mistico. Per essere obiettivi a suo tempo il teatro milanese ha rifiutato anche un pingue finanziamento dell’Arabia Saudita ritenendo le mani del suo primo ministro ed erede al trono Moḥammed bin Salman lorde del sangue del truce assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Acqua passata, passatissima, visto che oggi i soldi del principe pienamente sdoganato sulla scena internazionale fanno gran comodo a tutti.

Teatro alla Scala (Imagoececonomica).

Ogni censura reprime l’altrui libertà di scelta

C’è poi un’ultima questione, non certo secondaria. Ogni censura, per quante plausibili siano le ragioni che la giustificano, è un atto che reprime l’altrui libertà di scelta. Detto banalmente: vorrei essere io a decidere se assistere o meno al concerto del maestro russo, senza che qualcuno scelga per me. Se ritengo Gergiev uno schifoso propagandista complice del martirio del popolo ucraino mi tengo alla larga. Se penso che le indiscusse prerogative della sua arte debbano prevalere su quelle della sua fede politica non mi perderei il suo concerto. Per la verità tra i detrattori del russo c’è anche chi adotta una posizione intermedia: finché dura la guerra Gergiev deve essere tenuto fuori. Solo una volta che taceranno le armi potrà tornare a dirigere. Ci sembra una posizione manichea, facilmente confutabile: forse che il direttore d’orchestra siglata la pace smetterà di essere un maledetto propagandista putiniano complice delle sue passate nefandezze quindi avrà diritto a una piena riabilitazione?

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