Il violoncellista Ettore Pagano trionfa al “Queen Elisabeth”. Ma l’Italia guarda altrove
Il 30 maggio 2026 il violoncellista romano Ettore Pagano ha scritto una pagina di storia della musica italiana. A soli 23 anni ha vinto il primo premio del Queen Elisabeth Competition di Bruxelles, una delle competizioni musicali più prestigiose e selettive al mondo. Eppure la notizia, finora, è passata quasi inosservata. Al di fuori dei circuiti specializzati, la vittoria di Pagano ha ricevuto un’attenzione limitata da parte dell’informazione nazionale e dei media generalisti.
E dire che il successo di Pagano è il risultato di una prova di altissimo livello. Nella finale alla Salle Henry Le Boeuf di Bruxelles il giovane musicista ha affrontato la monumentale Sinfonia concertante op. 125 di Sergej Prokof’ev, una delle pagine più impegnative del repertorio violoncellistico, accanto a Four Odes to the Tidings of Flowers della compositrice Fang Man, brano contemporaneo commissionato appositamente per questa edizione del concorso. Una sfida che richiede tecnica, resistenza, personalità interpretativa e capacità di confrontarsi tanto con un capolavoro del Novecento quanto con la musica del presente. Un risultato che testimonia un livello artistico straordinario e una maturità rara per un musicista della sua età.
Se un atleta italiano avesse deciso una finale di Champions League, conquistato uno Slam tennistico o ottenuto una medaglia in una grande competizione internazionale, la sua impresa avrebbe monopolizzato titoli, servizi televisivi e dibattiti. Politici e opinionisti si sarebbero affrettati a celebrarne il successo come simbolo dell’eccellenza nazionale. Ma Ettore Pagano è un violoncellista. Il suo campo di gioco è il palcoscenico, il suo strumento un archetto. Dietro questa vittoria non ci sono novanta minuti di gara, ma anni di studio, disciplina e ricerca artistica. Un percorso che la giuria internazionale del Queen Elisabeth Competition ha premiato assegnandogli anche l’utilizzo per quattro anni del prezioso violoncello Goffriller “Casals” del 1733.
La vicenda pone una domanda inevitabile: perché un’eccellenza italiana capace di imporsi ai massimi livelli mondiali nel proprio settore continua a occupare uno spazio così ridotto nell’informazione nazionale? La limitata risonanza che ha accompagnato questa vittoria sembra confermare una gerarchia consolidata delle notizie, nella quale la cultura resta spesso confinata in una sorta di serie B mediatica. Eppure il successo di Pagano rappresenta esattamente ciò che il Paese dice di voler valorizzare: talento, formazione, merito e riconoscimento internazionale.
In un’epoca in cui si discute continuamente di fuga dei cervelli e di giovani costretti a cercare fortuna all’estero, colpisce la scarsa attenzione riservata a chi, restando nel proprio percorso di studio e crescita, raggiunge il vertice mondiale della propria disciplina. Ettore Pagano non è una celebrità televisiva e non riempie gli stadi. È, semplicemente, uno dei musicisti più promettenti della sua generazione. E il fatto che una vittoria di questa portata fatichi a diventare una notizia nazionale racconta forse qualcosa non su di lui, ma sul modo in cui il Paese riconosce il valore.
Photo: Daniele Barraco


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