Dietro le limitazioni alla messa in latino decise quattro anni fa da Papa Francesco si nasconderebbe una specie di complotto. E' stata una giornalista americana, Diane Montagna a dimostrare – carte alla mano – che in Vaticano si sarebbe consumata una cospirazione ai danni dell'ala conservatrice della Chiesa – quella che per intenderci desidera continuare a celebrare la messa in latino secondo il messale del 1962. In pratica Papa Francesco in quel frangente fu portato a firmare il contestatissimo Motu Proprio, Traditionis Custodes, con il quale fu quasi messa al bando la liturgia tradizionale spazzando via il cammino di 'normalizzazione' fatto da Benedetto XVI a partire dal 2007. I documenti che sono affiorati in questi giorni e che dimostrano che tante cose continuano a non quadrare, riguardano una consultazione riservata che venne fatta nel 2020 tra i vescovi e promossa dal Vaticano. Le risposte fornite sono stupefacenti: contrariamente a quello che si immagina la stragrande maggioranza dei vescovi si era espressa a favore della messa in latino nelle proprie diocesi, spiegando che la normalizzazione avviata da Ratzinger era da considerarsi una cosa sostanzialmente positiva.
La vicenda
Solo una minoranza esigua manifestò giudizi negativi e problematici. Tuttavia Bergoglio fu portato ugualmente a firmare il documento Traditionis Custodes. Chi lo spinse a quel provvedimento nonostante la maggioranza dei vescovi consultati aveva dato parere negativo a qualsiasi tipo di limitazione? Eppure il quadro era piuttosto chiaro: «La maggior parte dei vescovi che hanno risposto al questionario ha dichiarato che apportare modifiche legislative al Summorum Pontificum (di Ratzinger ndr) causerebbe più male che bene» si legge nel documento. Un peggioramento che poi effettivamente avvenne, dato che da quel momento la polarizzazione tra destra e sinistra nella Chiesa si amplificò fino a creare un tessuto sempre più sfilacciato e compromesso.
Quando, nel 2021 Papa Francesco decise di procedere e girare pagina apponendo la firma sotto la Traditionis Custodes spiegò pubblicamente che le risposte ricevute dal Vaticano al questionario mandato ai vescovi avevano rivelato una situazione «che mi preoccupa e mi rattrista – disse - e mi convince della necessità di intervenire». In una lettera di accompagnamento ai vescovi del mondo spiegava anche che «l'obiettivo pastorale dei miei predecessori ... è stato spesso seriamente ignorato. Un'opportunità offerta da Giovanni Paolo II e, con ancora maggiore magnanimità, da Benedetto XVI .è stato sfruttato per allargare le lacune, rafforzare le divergenze e incoraggiare disaccordi che feriscono la Chiesa, bloccano il suo cammino ed espongono la al pericolo della divisione.» Le domande che affiorano non sono poche. Una su tutte: perchè il Papa fu indotto a credere il contrario quando vi era il risultato di un sondaggio che andava in ben altra direzione?
Dal documento, inoltre, si capisce che la maggior parte dei vescovi che sul loro territorio avevano attuato il Summorum Pontificum di Benedetto XVI avevano offerto un quadro più che positivo sugli effetti complessivi: «la maggior parte dei vescovi che hanno risposto al questionario e che hanno generosamente e intelligentemente attuato il motu proprio Summorum Pontificum, alla fine ne esprime soddisfazione». Aggiungendo che «nei luoghi in cui il clero ha collaborato strettamente con il vescovi” il clima era decisamente migliore.
anche se non ovunque».
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