mercoledì 3 giugno 2026

Dacia Maraini: la scuola non è un'azienda ( da Orizzonte Scuola,it, di Andrea Carlino)

 

“La scuola non è un azienda”, Dacia Maraini: “Per me chiamare il preside o la preside ‘dirigente’ è già un errore”.

Bastano pochi minuti di conversazione con Dacia Maraini per capire che, per lei, la scuola è un’altra cosa. Non un’azienda, non un posteggio, non un ingranaggio della macchina produttiva.

Ospite della rubrica “I protagonisti” curata da Francesco Bunetto sul canale YouTube di Orizzonte Scuola, la scrittrice ha affidato a un’immagine forte il suo pensiero: la scuola è l’anima di un Paese, il luogo dove si costruisce il futuro. E se lo si dimentica, se si comincia a parlare di efficienza e produttività nei corridoi degli istituti, allora si perde qualcosa di irrinunciabile.

Per me chiamare il preside o la preside ‘dirigente’ è già un errore”, ha detto Maraini. “Vuol dire che si pensa debba dirigere un’azienda, mentre non è così. Il preside deve fare un lavoro culturale”. La proposta è chiara: separare la gestione economica – importante, riconosce – dalla leadership culturale, affidata a chi tiene le fila del discorso educativo. Altrimenti si finisce per desacralizzare la scuola, spogliandola del suo prestigio simbolico e insieme del sostegno economico che meriterebbe. “Non è possibile che gli insegnanti siano pagati meno di uno spazzino”, ha osservato senza mezzi termini.

Il modello tradizionale di trasmissione del sapere, secondo la scrittrice, non regge più. Oggi gli studenti chiedono un rapporto orizzontale, fatto di parità e partecipazione attiva. “Vogliono sentirsi protagonisti della ricerca, che sia scientifica, tecnologica, storica o letteraria”, ha spiegato Maraini, che frequenta assiduamente le scuole. L’obiettivo è costruire insieme la conoscenza, alimentando la creatività – un tratto che lei riconosce come forte nelle nuove generazioni.

Sul terreno accidentato della memoria, l’allarme è netto. La scrittrice ha denunciato la tendenza a trascurare la storia recente nei programmi scolastici. “Quando vado nelle scuole chiedo se hanno approfondito l’ultima guerra mondiale. Tutti mi dicono: no, non ci siamo arrivati”. Soste sui Sumeri e sugli Egizi, ma il Novecento resta un buco nero. “Non si insegna la storia da cui veniamo, e questo porta a ripetere gli stessi errori”, ha avvertito, auspicando che si cominci dal presente per risalire al passato.

La lettura, intanto, non dev’essere un obbligo. “L’obbligo scoraggia, bisogna contagiare con l’amore per la lettura”, ha detto Maraini, ricordando l’insegnante che ha letto Leopardi insieme alla classe, dando voce ai versi: alla fine gli studenti non volevano più smettere. Il punto è che la lettura è una “pratica di libertà”, e per trasmetterla servono docenti che leggano per primi.

C’è poi il nodo dell’impotenza giovanile. A chi le chiede “cosa possiamo fare?”, Maraini risponde che l’individualismo è una gabbia. “Il mondo sta bruciando, ci sono guerre, fame, tortura. Ma se ognuno mette la propria responsabilità e ci si mette insieme, le cose cambiano”. L’esempio del Sessantotto – nato dal basso, dagli studenti – serve a ricordare che qualsiasi potere ha bisogno di consenso. E che la protesta non violenta, fatta di parola e presenza, produce risultati.

Sul fronte degli intellettuali, il giudizio è severo. “I punti di riferimento più in alto sono disastrosi: solo il denaro conta, solo l’io conta”. Per resistere, bisogna coltivare il “noi”, l’empatia, la creatività. E anche liberarsi dalla dittatura dei social. “I social sono manipolabili, i libri no. Un libro significa che qualcuno ha passato anni ad approfondire un tema”. Non che i primi vadano abbandonati del tutto, ma per un pensiero complesso servono pagine, non schermi.

L’intervista ha toccato, poi, un tema ricorrente nel dibattito educativo: l’assenza di una vera educazione sentimentale nelle scuole. Maraini ha ricordato che dal 1861 a oggi nessuna riforma ha reso obbligatorio insegnare il rispetto dell’altro, la consapevolezza che “non si può possedere una persona”. “Siamo nel 2026 e non siamo ancora riusciti”, ha detto. “Non può essere un insegnante poveretto a rischiare la censura. Serve una decisione collettiva, a cominciare dalle elementari”.

Nessun commento:

Posta un commento