Caso Venezi, nessuna risposta alla contestazioni degli orchestrali della Fenice. Lo scontro rischia di portare il teatro al disastro
L’ultima dal fronte è che li hanno sbattuti fuori dalle mura del Gran Teatro: se le maestranze hanno qualcosa da dire – ha fatto sapere il sovrintendente Nicola Colabianchi – possono farlo all’esterno, evitando di noiosare il pubblico prima del concerto, così come è accaduto da settimane a questa parte…
Così, al termine di una lunga fase dello scontro tra il governo della Fenice di Venezia e i lavoratori, circa trecento, in larga parte orchestrali, a proposito della nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale, ecco la proposta di pace della massima autorità di una delle istituzioni musicali più note e stimate del mondo: fuori dalle balle, voi con i vostri bollettini. Franco e leale.
Sursum corda! In alto i cuori! Nonostante una dose non residua di comicità, dovuta all’impaccio aggressivo che sta facendo polpette dell’immagine della sovrintendenza e del coro politico – l’estrema destra – che lo sostiene in questa per molti aspetti triste vicenda, ciò che sta accadendo a Venezia ha davvero un’aura di grandiosità che va riconosciuta. Un’aura che sottrae la scena alla cronaca locale e la proietta, senza esagerazioni, in tutto il mondo. Perché sono ben chiari i motivi della contesa e sono molle universali che interessano il rapporto con le istituzioni culturali di diverse centinaia di milioni di individui.
L’ennesima istituzione culturale conquistata d’autorità

Beatrice Venezi è stata calata dall’alto, senza che l’orchestra sapesse quasi nemmeno chi fosse la signora incaricata dalla sovrintendenza di governare la musica del teatro per quattro anni. E pazienza: magari si tratta di una clamorosa scoperta nel mar dei talenti, una donna giovane che sul podio ha fatto parlar di sé nonostante l’età e la sua fin qui non lunga carriera…. Macché: si tratta di una certamente degnissima persona nonché professionista che tuttavia sembra non aver mai incantato, proprio no.
In compenso, ha un modo di conduzione dal podio che la rende perfetta per il video: scuote il capo e i morbidi capelli biondi in continuazione mentre mette in scena una fantasmagoria di movimenti con braccia e bacchetta, virtù che le conquistano il primato tra i paradgmi dei direttori d’orchestra più romantici e scapigliati. Ma è una profonda estimatrice di Giorgia Meloni, e non è poco: almeno non nasconde il suo patronato politico.
Ora, il grande pubblico ha ben compreso cosa sia in gioco: intanto, se per la conduzione stabile dell’orchestra della Fenice sia più importante la competenza del direttore o invece la sua stima per la presidente del Consiglio.
Date le risposte fornite fin qui dalla dirigenza, non c’è alcun dubbio sulla disposizione etica dei due fronti: agli orchestrali e più in generale ai trecento dipendenti del Teatro non frega nulla se la signora Venezi sia un’erede di Rosa Luxemburg o una tifosa di Meloni, vogliono un direttore musicale che sia all’altezza della situazione e non si sarebbero mai sognati di chiedere a Von Karajan, al posto di Venezi, la sua carta d’identità politica, tra l’altro molto di destra.
Il Sovrintendente non difende la competenza di Venezi
Dall’altra parte, ecco nella sostanza Sovrintendente e soci tirar su un muro dal quale si continua a gridare non che Venezi sia all’altezza o meno, ma che se così è stato deciso così deve essere. Infatti, le maestranze non sono mai state coinvolte prima di firmare il contratto, e non è stato questo un gesto di coraggio, anzi: evidentemente c’era bisogno di piazzare il pacco secondo istruzioni e si riteneva più morbido l’atterraggio presentando la scelta a cose fatte. Sbagliato.
Per settimane, tutte le sigle sindacali presenti e in lotta permanente nella Fenice hanno provato a trovare una via d’uscita: convincere il sovrintendente a mollare l’osso, cioè a rinunciare a Venezi mantenendo il controllo del Teatro e pareva una soluzione praticabile: i patrocinatori della candidatura Venezi sarebbero stati costretti ad accusare il colpo in cambio di una nuova garanzia a sostegno dell’attuale governo della Fenice.
Niente da fare, Nicola Colabianchi ha tenuto la sua strada accendendo uno scontro che inevitabilmente lega ora i suoi destini a quelli dell’animosa direttrice. Se cade una, cade anche l’altro e dovesse andare a questo modo, sarebbe un tonfo tremendo non tanto per le persone fisiche coinvolte quanto per lo schema seguito da questo governo nazionale nell’occupazione di quanti più gangli culturali fossero a disposizione. Operazione portata avanti con determinazione mettendo nel conto le reazioni che sarebbero potute discendere da un processo tanto autoritario che quasi sempre ha ignorato il valore decisivo delle competenze e della qualità delle competenze nella scelta delle nuove direzioni.
Chi pagherà sarà il prestigio del Teatro

Diciamo tutta la verità: non è che i governi di centro-sinistra abbiano sempre brillato per candore nelle nomine a capo di importanti serbatoi culturali ma mai la scelta ha contraddetto il principio di competenza universalmente riconosciuta. L’interesse primario, da questa parte della barricata, resta quello delle istituzioni e del paese più in generale. Come si fa ad accettare che un tempio mondiale della cultura musicale sia diretto da un maestro privo dello charme che solo una immensa competenza può garantire? E nessun critico ha urlato: “Venite a vederla e ad ascoltarla! È giovane ma è la sorpresa dell’anno!”.
Neppure si riesce a capire come la situazione possa sbloccarsi, a questo punto, ma di più: si può facilmente immaginare lo stato d’animo di Beatrice Venezi, una volta con la bacchetta in mano di fronte a un mare di orchestrali che fino a dieci minuti prima hanno ripetuto ogni giorno: scusa ma non ti vogliamo, non sei all’altezza della Fenice. Sembra davvero una crisi non componibile.
Ma l’orchestra ha mostrato che dire no è possibile
Probabilmente, questo muro vuol dire che la questione Venezi non è trattabile anche se la sua intrattabilità è proprio la confessione della sua debolezza: vuol dire, forse, che altre adeguate soluzioni professionali per la direttrice d’orchestra al momento non si vedono. Da qui, la linea dura, abbastanza popolare tra le file di quanti non brillano per duttilità e creatività. Così stando le cose, chi pagherà il prezzo della linea dura sarà il Gran teatro che si schianterà sotto il peso delle tensioni interne.
I maligni sostengono che sarebbe esattamente questo l’obiettivo della manovra: far perdere peso specifico alla Fenice nel firmamento dei cinque più importanti e seguiti teatri lirici del mondo. Giusto per operare sugli stanziamenti favorendo l’emersione di qualche altro teatro o pubblica istituzione culturale che magari stimi molto Giorgia Meloni…
Ecco, piacerebbe dare a questa vertenza l’epica che merita: per la prima volta, il processo di occupazione ormai a buon punto, viene fermato, i suoi principi antiistituzionali denunciati, è tutto molto visibile, la città, la sua popolazione sta con gli orchestrali e la partita si gioca sotto gli occhi di una platea vasta come la terra. Un “incidente” davvero formidabile per la cultura autoritaria e nemica di ogni autonomia che oggi sta conducendo i suoi giochi con l’obiettivo di riscrivere la storia.
L’orchestra della Fenice ha risposto all’espulsione dei comunicati dai muri del teatro: poco prima del concerto di Kent Nagano, i musicisti hanno accolto il pubblico davanti all’ingresso con un gran cerotto sulla bocca. La Fenice porta un gran bel messaggio: si può fare.
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