Caso Venezi: colpirne una per educarne cento
Siamo di fronte a qualcosa di mai visto: un sindacato che sciopera contro una lavoratrice e non contro un "padrone". La triste fine dei sindacati

Scrivo queste righe indossando il mio cappello di Responsabile Nazionale UGL Creativi, e con ancora nelle orecchie gli interventi della conferenza stampa che si è tenuta l’altro ieri a Roma: “La musica non cambia – Il caso Venezi.” Un incontro necessario, perché di fronte a quello che sta accadendo al direttore Beatrice Venezi, fingere di non sentire la stonatura sarebbe da irresponsabili. Questa vicenda mi tocca da vicino, perché considero colleghi sia gli orchestrali che il direttore Venezi. Ho scelto di occuparmene con un solo principio imprescindibile: non mancare mai di rispetto né agli uni né all’altra, ma cercare di riportare il confronto sul terreno del dialogo, del buon senso e della professionalità. Detto questo, non possiamo ignorare la realtà, siamo di fronte a qualcosa di mai visto: un sindacato che sciopera contro una lavoratrice.
Avete capito bene: non contro un “padrone” (come piace dire ad alcuni), non contro un abuso, ma contro una donna che lavora. Una professionista nominata regolarmente dal Sovrintendente del Teatro La Fenice, cioè dall’unico che per Statuto ha il diritto e il dovere di farlo. Eppure, il sindacato locale che ha organizzato tutti gli scioperi con il supporto delle sigle confederali CGIL, CISL e UIL, quei sindacati che dovrebbero difendere chi lavora, questa volta sembra che abbiano scelto la strada opposta: anziché adoperarsi per smorzare i toni e spingere verso una mediazione serena, avrebbero scelto di spingere verso uno scontro che sembra essere solo ideologico!
Non sono qui per fare l’elogio del direttore, né per elencarne il curriculum: quello, credetemi, parla già da sé. In questa vicenda non è in discussione un nome, ma un principio: la libertà di scelta di un ente culturale. Come può la Sovrintendenza portare avanti una strategia culturale e amministrativa di fronte a un simile ostruzionismo? E, allo stesso modo, come possono gli orchestrali pretendere di determinare la qualità di una decisione senza avere accesso alla visione d’insieme, alle informazioni e alle responsabilità che spettano solo alla dirigenza? L’orchestra è, e deve restare, un organo artistico, non deliberante. Il fatto che proprio chi vive di musica sembri dimenticare che un teatro funziona solo se c’è armonia tra le parti, è quasi paradossale.
La verità è semplice: un’orchestra può suonare benissimo, ma se ciascuno decide il tempo e la chiave per conto suo, anche la sinfonia più bella finisce in rumore. Ho già detto che mi considero un collega: sono laureato in Composizione al Berklee College of Music di Boston, e da sempre vivo di musica, autorato e arte. Mentre analizzavo questa vicenda insieme al team UGL per preparare la conferenza, mi è tornato in mente il mio primo giorno al corso di direzione d’orchestra. Il professore ci disse: “Dovete conoscere la partitura a memoria e, nei primi cinque minuti, conquistare il rispetto dell’orchestra. Se non ci riuscite, dopo faranno quello che vogliono.”
Ecco, in questo caso, al direttore Venezi quei cinque minuti non glieli hanno mai concessi.
Come ha giustamente detto il segretario generale UGL Francesco Paolo Capone se la protesta si fosse svolta dopo un primo periodo di lavoro insieme al direttore Venezi sarebbe stata recepita in modo sicuramente diverso. E qui veniamo al punto umano, quello che non si può ignorare. Con che serenità potrà lavorare il direttore Beatrice Venezi? L’accanimento, la costanza delle reiterazioni, la perfetta sincronizzazione dell’attacco mediatico, l’ostentazione morbosa delle adesioni di altri teatri nel disperato bisogno di apparire virtuosi davanti a una certa corrente di pensiero, fanno pensare a un’operazione costruita con cura: colpirne una per educarne cento. Il messaggio, in fondo, è chiarissimo: “Non permettetevi mai più di scegliere qualcuno che non faccia parte della cerchia degli approvati.” e per “approvati” sono certo che si riferiscono a quelli che piacciono agli orchestrali, ovviamente!
Che poi, chi decide la linea di confine tra chi decide e chi no? Cioè, perché fermarsi al consenso degli orchestrali? Potremmo estendere l’approvazione anche ai tecnici delle luci, ai fonici, agli attrezzisti, ai sarti… Ma poi dove mettiamo il limite? Ai macchinisti? Alle maschere? Difendere Beatrice Venezi oggi significa difendere tutti i lavoratori dell’arte, perché non si può immaginare un futuro in cui lavora solo chi piace a qualcuno. E un sindacato serio, davanti a tutto questo, non può voltarsi dall’altra parte.
Ringrazio il nostro segretario generale Paolo Capone per il sostegno e la lucidità con cui ha ribadito che la UGL sta dalla parte della professionalità e della libertà. Un grazie anche ad Ada Fichera direttore editoriale di Pagine Libere, all’avvocato Giuseppe Mosa per il suo lavoro rigoroso, e a Massimo Maria Amorosini, che con equilibrio ha moderato un dibattito tanto acceso quanto necessario. Viva l’arte libera!
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