La Russia dice di essere pronta a garantire “sicurezza” e “condizioni di lavoro necessarie” al presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel caso in cui decidesse di recarsi a Mosca per un faccia a faccia con Vladimir Putin. A scandire la disponibilità è Yuri Ushakov, consigliere presidenziale del Cremlino, che ha presentato l’eventuale visita come tecnicamente praticabile e politicamente possibile, a patto che l’incontro venga preparato in modo accurato e orientato a risultati concreti.
La posizione di Kiev: vertice per sbloccare i nodi su territori e Zaporizhzhia
Sul versante ucraino, l’apertura arriva per bocca del ministro degli Esteri Andriy Sybiha: Zelensky sarebbe pronto a incontrare Putin per affrontare le due questioni più delicate di qualsiasi architettura di pace, cioè il destino dei territori contesi e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il punto, nella ricostruzione di Kiev, è che proprio questi dossier rappresentano la “zona rossa” dei negoziati: difficili da delegare a tavoli tecnici, ma decisivi al livello politico più alto.
Il formato “trilaterale” e il cantiere negoziale di Abu Dhabi
La disponibilità incrociata si inserisce nel percorso dei colloqui ospitati negli Emirati Arabi Uniti, dove si è avviato un formato di lavoro con rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Ucraina. In questo schema, la presenza americana serve da perno di mediazione e da leva sulle garanzie future, mentre il confronto diretto tra russi e ucraini – anche solo a livello di esperti – viene descritto come un segnale di “progresso” perché rimette in moto un dialogo che, per mesi, era rimasto frammentato tra dichiarazioni pubbliche e iniziative parallele.
La variabile Trump e i contatti citati da Mosca
Ushakov lega la questione del possibile incontro Putin-Zelensky anche alle interlocuzioni con Donald Trump, sostenendo che l’ipotesi sarebbe stata evocata più volte nelle conversazioni tra il leader russo e il presidente americano. Il messaggio, in sostanza, è doppio: da un lato Mosca segnala di non chiudere la porta al vertice; dall’altro insiste sul tema della “preparazione”, quasi a fissare una condizione preliminare implicita su agenda, formato e obiettivi. In parallelo, Trump ha parlato di segnali “molto positivi” sul dossier ucraino-russo, alimentando l’idea di una finestra diplomatica aperta, ma ancora instabile.
La linea europea: sostegno alla pace, ma senza “disturbare” il negoziato Usa
Sul fronte Ue, il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha riconosciuto la necessità di muoversi con cautela: l’Europa, nelle sue parole, deve evitare iniziative che possano intralciare lo sforzo statunitense e, allo stesso tempo, prepararsi a opzioni autonome nel caso in cui l’attuale percorso non conduca a una pace “giusta e duratura”. È una postura che fotografa la tensione strategica del momento: Bruxelles non vuole sfilarsi dal tavolo politico, ma nemmeno apparire come un fattore di complicazione mentre Washington prova a costruire un’intesa.
Il nodo territoriale: perché il dossier resta il più esplosivo
La partita vera, infatti, ruota attorno alle richieste sul terreno. Da un lato la Russia mantiene come obiettivo la ridefinizione dei confini di fatto; dall’altro l’Ucraina continua a considerare la rinuncia territoriale una soglia politica difficilmente attraversabile. È in questo attrito che si decide se un vertice tra leader possa diventare uno strumento di sblocco o, al contrario, un appuntamento simbolico destinato a produrre nuove frizioni. Anche per questo, il livello tecnico di Abu Dhabi viene presentato come indispensabile: prima si restringe il campo delle opzioni, poi – eventualmente – si sale al piano dei capi di Stato.
Sicurezza e “condizioni di lavoro”: il significato politico dell’invito a Mosca
La promessa di “sicurezza” per Zelensky, pronunciata da un alto consigliere del Cremlino, non è un dettaglio protocollare. Serve a costruire un frame: Mosca prova a mostrarsi come parte “affidabile” sul piano organizzativo, mentre Kiev incassa un riconoscimento implicito del peso politico del suo presidente nel processo. Resta, però, l’ostacolo centrale: un faccia a faccia, per essere davvero risolutivo, dovrebbe arrivare con un pre-accordo o almeno con un perimetro condiviso; altrimenti rischierebbe di trasformarsi in una vetrina propagandistica, in cui ciascuno ribadisce le proprie linee rosse senza possibilità di convergenza.
Verso il prossimo passaggio: finestra diplomatica, guerra ancora attiva
Mentre la diplomazia prova a correre, il conflitto resta il contesto che condiziona tutto: ogni escalation militare modifica i rapporti di forza percepiti e irrigidisce le posizioni interne, sia a Kiev sia a Mosca. È il paradosso dei negoziati in corso: la spinta a parlare aumenta quando cresce il costo della guerra, ma proprio l’intensità della guerra rende più fragile qualsiasi compromesso.


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