mercoledì 28 gennaio 2026

Daniele Luchetti regista dell'opera di Piccinni 'Cecchina, ossia la buona figliuola' a Petruzzelli. Al pubblico serve ciò che non si aspetta' ( da La Repubblica, intervista di Arianna Finos)

Dopo il successo della Cecchina di Niccolò Piccinni al Teatro Petruzzelli, accolta dalla critica come un “capolavoro di leggerezza”, Daniele Luchetti ragiona sul suo debutto nella regia d’opera che sorprende per libertà, rigore e felicità espressiva.

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Un incontro tardivo e rivelatore con il teatro musicale, quello del regista, vissuto come una scoperta quasi infantile e insieme come un nuovo inizio di carriera. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare come è nato questo esordio, il legame con Piccinni e Bari, l’apertura verso le arti visive e il dialogo profondo con una memoria familiare che riaffiora proprio oggi.

Com’ è nato questo esordio e che significa per lei questo successo.

“Sono stato completamente colto di sorpresa. La prima sorpresa è arrivata quando, circa un anno fa, il Petruzzelli mi ha chiamato proponendomi un ciclo di regia d’opera. Era sempre stato un mio sogno, ma un sogno che non aveva mai trovato un’opportunità. Mi sono avvicinato a questo lavoro come un bambino che apre i giochi trovati sotto l’albero di Natale. Ho aperto questa scatola e dentro c’era il teatro, la sua sacralità, la musica, cantanti straordinari, un direttore d’orchestra come Stefano Montanari con cui ho avuto una collaborazione molto fruttuosa. Dai primi giorni in cui sono arrivato in questo splendido teatro, il Petruzzelli, mi sono accorto che questa cosa mi piaceva davvero e che, in qualche maniera, rispettando le leggi del teatro, c’era una libertà espressiva che il cinema molte volte non consente, perché appesantito dalla praticità: dal denaro, dai problemi di budget, dalla macchina da presa, dalle troupe. Qui invece ho trovato una libertà molto forte. Dirigere quest’opera, peraltro ritrovata dopo tanti anni, mi è sembrato quasi un nuovo inizio di carriera”.

Che cosa l’ha colpita di più lavorando su La Cecchina?

”Mi ha colpito quanto fosse evidente che, di fronte a una commedia – e in fondo a una commedia dell’arte, con il testo di Carlo Goldoni – i sensi si moltiplicano. Ogni segnale che metti in scena genera significati ulteriori. Per me è stata una vera immersione in un luogo magico. Il pubblico ha restituito fin dalla prima serata esattamente lo stesso sentimento che provavo io, e poi c’è stata questa sorpresa meravigliosa di una stampa non semplicemente favorevole, ma addirittura entusiasta. Mi ha fatto capire che a volte l’intimità che si crea quando sei sul palcoscenico con i tuoi cantanti produce una sorta di elettricità, un colpo al cuore che, se lo ascolti, arriva dritto anche al pubblico”.

La Cecchina e le celebrazioni di Piccinni hanno un valore particolare per Bari. Come ha lavorato su questo doppio livello, l’opera e l’autore?

“Quando ho ascoltato per la prima volta quest’opera ho pensato che fosse Le nozze di Figaro, ma molti anni prima. Ho sentito una responsabilità: far conoscere qualcosa di nuovo al pubblico, ma senza volermi sovrapporre troppo come regista. Era giusto restituire alla città – che ha ristoranti, piazze e monumenti dedicati a Piccinni e alla Cecchina, ma dove l’opera è stata rappresentata pochissimo – una vera novità. L’idea era creare una sorta di prototipo di Cecchina: un classico possibile, da cui magari nasceranno altre interpretazioni, ma che prima di tutto la rispettasse, prima ancora di interpretarla”.

Negli ultimi mesi ha allargato il suo lavoro anche alle arti visive, con un’installazione presentata alla Fondazione Valentino. Che esperienza è stata?

“È nata da un invito della Fondazione Valentino, che stava preparando una grande mostra di Joana Vasconcelos a Piazza Mignanelli. Mi avevano chiesto di curiosare dietro le quinte del lavoro di questa grande artista portoghese, che realizza opere monumentali utilizzando come materia prima lavori all’uncinetto fatti da donne e uomini in condizioni particolari: carceri, hospice, centri antiviolenza. Invece di fare un documentario classico, ho sentito il bisogno di dichiarare un’installazione tutta mia all’interno della mostra: settantatré ritratti di donne al lavoro all’uncinetto, distribuiti su tre pareti, per un totale di circa quaranta schermi. Entrando in quella sala si è come nel ventre della creazione artistica: volti, mani, occhi, piedi, opere che ti circondano. È un omaggio al lavoro manuale, al lavoro delle mani, a un lavoro che diventa quasi preghiera”.

Cosa le hanno portato queste nuove esperienze?

"Io nasco come figlio di artista visivo: mio padre era uno scultore, mio nonno un pittore. E come appassionato di musica, queste sono due vocazioni che ho sempre avuto accanto a quella del cinema. Ampliare lo sguardo, fare nuove esperienze, cercare nuovi stimoli per me è fondamentale”.

A proposito di suo padre: che ricordi le sono tornati in mente in questo momento di svolta?

“Mio padre ha ispirato direttamente un personaggio di Anni felici. Tornare oggi a frequentare il mondo dell’arte visiva, partecipare a una mostra importante con un mio lavoro, ha significato anche sbloccare una gigantesca autocensura: quella di mettermi in competizione con lui. Mio padre è stato un artista che ha avuto molta meno fortuna di me, e confrontarmi apertamente con quell’eredità è stato emotivamente molto forte. Credo che queste esperienze mi abbiano restituito fiducia in ciò che c’è di sacro nella comunicazione artistica”.

Che cosa portano queste esperienze al Daniele Luchetti regista di cinema?

“Penso che nel prossimo film cercherò di toccare con più decisione non un cinema di prosa, ma un cinema di poesia. Cambiare, trasformarmi, non restare sempre lo stesso tipo di artista: per me è questo l’importante”.

Guardando al cinema italiano di oggi, che sta tornando a incassare molto, che riflessione fa?

“Di fronte a questi incassi dico semplicemente: beati loro. Sapere rispettare il pubblico e dargli ciò che ama è fondamentale. Ma un sistema sano deve permettere anche ad altri artisti di dare al pubblico ciò che non si aspetta. Per questo serve un’industria solida, capace di prendersi dei rischi. Senza rischio non esiste vera ricerca”.

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