L’uomo non è, per usare una figura retorica, un grande amico dell'Ucraina. J. D. Vance, oltre che per le sue clamorose giravolte su Trump (partito dal paragonare Trump a un possibile “Hitler americano” e finito a fargli da candidato vice presidente), ha illustrato diverse volte, con estremismo ben gradito ai tv show americani, come vede l'Ucraina, e come la Russia, e da queste sue prese di posizioni possiamo bene immaginare cosa farebbero lui e Trump alla Casa Bianca.
«Devo essere onesto con voi, non mi interessa proprio cosa succede all'Ucraina, in un modo o nell’altro... sono stufo che Joe Biden si concentri sul confine di un paese che non mi interessa mentre lascia che il confine del suo il proprio paese diventi una zona di guerra totale», disse nel 2022 in tv, rispondendo a una precisa domanda.
«L’idea che l’Ucraina ricacci la Russia entro i confini del 1991 è ridicola. L’Ucraina è funzionalmente distrutta come paese. Le autorità Usa dovrebbero fermare lo spargimento di sangue, non firmare più assegni in bianco per la guerra». Si tratta di posizioni che singolarmente echeggiano quelle di tanti aspiranti negoziatori in Europa, una galassia variopinta che può indifferentemente includere pacifisti sinceri, utili idioti della Russia, o anche personaggi direttamente collegati al Cremlino. Come che sia nel caso di Vance, la sequenza delle sue frasi sulla guerra di Putin contro Kyiv è, in effetti, impressionante.
«Vladimir Putin è un uomo malvagio - concesse il 22 febbraio 2022, sempre in tv - ma risparmiatemi l'affetto per l'Ucraina, una nazione corrotta gestita da oligarchi, che è tanto vicina a una democrazia funzionale nel 2022 quanto lo era l'Afghanistan nel 2021, quando Biden lo consegnò ai Talebani nel 2021».
L'ostilità (o aperta indifferenza che tracima in ostilità) verso Kyiv si sposa con la sua visione, ultra-isolazionista, degli Stati Uniti: «Ciò che sta accadendo in Ucraina non minaccia la nostra sicurezza nazionale, ma distrae i nostri leader dalle cose che effettivamente la minacciano, come l’ampia frontiera meridionale aperta, o tutto il fentanil che arriva uccidendo i bambini americani», disse commentando l'invasione su larga scala. Che non lo aveva impressionato, pare.
Fu uno dei primi, fin dal 2023, a sostenere la tesi, cara al Cremlino, che era molto meglio che Zelensky si acconciasse a donare a Vladimir Vladimirovich parte dei territori ucraini: «L’interesse dell'America è accettare che l’Ucraina debba cedere parte del territorio alla Russia».
Il tutto riproponendo testualmente la narrazione del Cremlino secondo la quale lo si farebbe per fermare le morti: «Centinaia di migliaia di innocenti europei dell'Est sono stati uccisi. Nel nostro interesse e nel loro è fermare gli omicidi», proclamò. Eravamo nel 2023. «Rimango contrario praticamente a qualsiasi proposta che gli Stati Uniti continuino a finanziare questa guerra. Biden non è riuscito ad articolare nemmeno i fatti fondamentali su ciò di cui l'Ucraina ha bisogno e su come questi aiuti cambieranno la realtà sul campo», tuonava Vance nel 2024, all'epoca del drammatico pantano in cui finì il Congresso sul rifinanziamento delle forniture di armi e missili a Kyiv.
«Ho sostenuto per più di un anno che il governo ucraino è corrotto e non ci si può fidare di rintracciare adeguatamente le nostre armi. Molto semplicemente, non abbiamo idea di dove sia finita la maggior parte dei nostri soldi. La corruzione è fuori controllo. Un motivo in più per rifiutare ulteriori aiuti», argomentò Vance. Naturalmente, per la gioia del Cremlino, o dei suoi apologeti come Tucker Carlson, il giornalista americano partito per Mosca qualche mese fa per andare a intervistare inginocchiato Vladimir Putin: Carlson ora endorsa platealmente Vance. Il senatore J. D. altre volte motivò le sue posizioni filorusse con la carità pelosa versi i morti ucraini, ma con osservazioni più pragmatiche sull'economia americana: «Il fattore limitante per il sostegno americano all’Ucraina non sono i soldi, ma le munizioni.
Non produciamo abbastanza munizioni per sostenere una guerra nell’Europa orientale, una guerra nel Medio Oriente e potenzialmente un’emergenza nell’Asia orientale», spiegava. Altre, opponendosi alla confisca degli asset degli oligarchi russi: «Il disegno di legge [sul sequestro dei beni russi] pone conseguenze potenzialmente disastrose per il sistema finanziario occidentale e potrebbe ostacolare la capacità del futuro presidente di negoziare la fine del conflitto Russia-Ucraina».
Altre ancora, sostenendo che «l’Ucraina non dovrebbe aderire alla Nato, e invitarli ad entrare durante una guerra significa invitare la nostra nazione alla guerra. Volete truppe di terra americane in Ucraina? In caso contrario, dobbiamo respingere l'idea che l’Ucraina dovrebbe aderire Nato».
Cosa farà un uomo con queste credenziali sull’Ucraina, se davvero dovesse insediarsi alla Casa Bianca assieme a Donald Trump? Forse ripeterà che «la Casa Bianca ha detto più e più volte che non può negoziare con Putin, ma questo è assurdo. L’amministrazione Biden non ha un piano fattibile per far sì che gli ucraini vincano questa guerra. Prima gli americani affronteranno questa verità, prima potremo risolvere questo pasticcio e mediare la pace». O potrebbe sorprenderci?
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