Cominciamo col dire che la decisione dei figli di Abbado - Daniele ed Alessandra - di spedire l'archivio del loro padre alla Biblioteca nazionale di Berlino, a portata di mano dei Berliner Philharmoniker, che lo ebbero direttore per molti anni, nonostante che abbia qualche ragione di opportunità, non ci piace affatto, per le ragioni che i due rampolli che un pò conosciamo, direttamente o indirettamente, hanno addotto a sostegno di tale decisione.
No Milano perchè, in fondo, il loro padre, dopo essersi formato ed aver mosso i primi passi ed aver avuto il primo importante incarico alla Scala, andò via sbattendo la porta, molti anni fa, e non ci è più tornato, salvo una fugace apparizione nel 2012 .
No Bologna, dove Abbado ha trascorso gli ultimi anni della sua vita, e dove ha messo su l'ultima sua creatura 'giovanile', l'Orchestra Mozart; ma qui non abbiamo capito perchè.
E no Ferrara, dove Claudio Abbado per anni, a cominciare dagli anni Ottanta ha avuto una sua residenza con l'Orchestra europea, altra sua creatura musicale, ma dove ha trovato lavoro a sua figlia Alessandra... ed anche qui la ragione non ci è chiara.
Per Milano s'è ascoltata anche la voce di Filippo Del Corno, compositore ed assessore alla cultura del gabinetto Pisapia, e ovviamente in buoni rapporti con gli eredi del maestro, nonchè esponente dei salotti buoni della capitale lombarda, che ovviamente ha detto di essere d'accordo con la decisione autonoma degli eredi del maestro - che ha anche altri due figli più piccoli, rispetto a Daniele ed Alessandro - perchè, in buona sostanza, Berlino 'fa buona guardia'.
Cioè - ed è lì'unica ragione che capiamo e possiamo condividere - andando a Berlino tutto il lascito 'musicale' (soprattutto partiture, libri, corrispondenza poca) di Claudio Abbado sono sicuri che verrà catalogato, come sottoscritto dagli affidatari, e digitalizzato, cosa che in Italia, con i chiari di luna attuali, nessun'altra istituzione avrebbe garantito nei modi e tempi assicurati dai tedeschi.
Noi stessi, si parva licet... ,quando abbiamo deciso di donare ad una biblioteca una decina di lettere manoscritte che Stockhausen ci scrisse ai tempi della nostra direzione di Piano Time, abbiamo subito deciso per la biblioteca musicale dell'Istituto Storico Germanico di Roma, perchè siamo sicuri che quelle lettere in quello straordinario centro di cultura e di studio saranno conservate e rese accessibili nella migliore maniera possibile.
Ma noi che non abbiamo ricevuto nessun favore nè dal celebre istituto romano, del quale però in tante occasioni abbiamo potuto verificare di persona l'efficienza e la cortese sollecitutdine, nè da nessun altro, essendo liberi di fare dono delle nostre cose a chicchessia, abbiamo scelto secondo un nostro personale insindacabile parere.
I figli del maestro, specie i due più grandi, Daniele il regista e Alessandra la manager, non possono dire altrettanto. perchè- senza timore di essere smentiti - in Italia, in nome del padre, hanno ricevuto opportunità come in nessun altro paese, neppure in Germania. E allora avrebbero dovuto tentare altre possibili strade, giustificare altrimenti la scelta senza quel tipico atteggiamento riprovevole di chi sputa nel piatto nel quale ha mangiato e continua a mangiare.
E la figlia Alessandra - come abbiamo scritto alcuni giorni fa - perchè ora che suo padre è morto, non continua a lavorare per l'ultimo suo progetto rappresentato dalla 'Mozart' - dove lei ha trovato lavoro per anni - che ora faticosamente si tenta di far risorgere?
E Daniele, regista, lavora all'estero come in Italia? Ce lo dica se sbagliamo.
Spunta poi una collaborazione con l'Accademia di Santa Cecilia, guidata dal loro parente Michele Dall'Ongaro che dovrebbe avere un accesso 'privilegiato' all'ARCHIVIO BERLINESE. Ma come fa se, notizie degli ultimi tempi, il personale della Bibliomediateca ceciliana è stato ridotto all'osso al punto che neanche la normale attività di consultazione e studio è oggi garantita?
sabato 5 marzo 2016
La Fondazione Claudio Abbado - figli ed esecutore testamentario - sceglie Berlino per trasferirvi l'archivio del musicista. Bocciata l'Italia
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giovedì 3 marzo 2016
Dell'Utri a telefono con Massimo Marino De Caro. Lo scandalo della biblioteca dei Girolamini
" A Ma' fammi il prezzo", questo si ascolta in una telefonata intercorsa fra Marcello Dell'Utri e Massimo Marino De Caro, il ladrone, condannato, della Biblioteca dei Girolamini di Napoli.
Finalmente il Senato ha autorizzato la magistratura ad utilizzare le registrazioni delle intercettazioni telefoniche nel processo che vede imputati ancora il De Caro ed il senatore, già in carcere per un altro reato, per la sparizione di numerosi preziosissimi volumi dalla storica biblioteca napoletana.
Abbiamo scritto già tante volte del caso della Biblioteca napoletana. Riassumendo. Il ministro Galan, dipendente di Dell'Utri ai tempi del suo lavoro in Publitalia, su indicazione di Dell'Utri, noto bibliofilo, assume al Ministero il De Caro come esperto, e poi lo nomina alla direzione della biblioteca napoletana, sempre per interessamento di Dell'Utri. Perchè mai tanto fervore da parte di Dell'Utri? Quella telefonata e forse tante altre lo spiegano.
Innanzitutto Galan merita una censura ed è assai strano che non venga chiamato in causa anche per quest reato, lui ex ministro dell cultura, già condannato per un giro di mazzette in Veneto, ai tempi della sua presidenza alla Regione. Può un ministro nominare alla direzione di una famosa biblioteca un signore, che millanta titoli e competenze inesistenti, ma di cui egli non si accerta preventivamente, perchè glielo raccomanda il suo ex capo ed amico della cui passione bibliofila, Galan era perfettamente a conoscenza? E' come nominare un falsario a dirigere la zecca o il poligrafico dello Stato. Chi può garantire che egli non si porti via giorno dopo giorno una o due o tre matrici per stamparsi, di notte, a casa, un pò di soldi falsi, per arrotondare lo stipendio? Certo che no, allora meglio non nominarlo.
Galan invece lo nomina, e De Caro per ingraziarsi Dell'Utri che fa? Non sappiamo bene cosa abbia fatto, ce lo dirà la magistratura alla fine del processo. Ma certo quella telefonata, almeno quella, farebbe intendere che De Caro, seppure ad un prezzo di favore, sta vendendo a Dell'Utri, un libro raro, non di sua proprietà, ma che egli ha rubato alla biblioteca sulla cui integrità egli dovrebbe vigilare.
De Caro ed un sacerdote che assieme a lui dirigeva la biblioteca - e forse anch'egli non del tutto all'oscuro del traffico di libri - già condannati a pagare alcune decine di milioni di Euro, a quanto ammonterebbe il danno per i libri rubati, trafugati e rivenduti, ora assieme a Dell'Utri tornano in tribunale per chiudere definitivamente il processo, e speriamo che, a sentenza avvenuta, in carcere ci restino ancor per molto.
Finalmente il Senato ha autorizzato la magistratura ad utilizzare le registrazioni delle intercettazioni telefoniche nel processo che vede imputati ancora il De Caro ed il senatore, già in carcere per un altro reato, per la sparizione di numerosi preziosissimi volumi dalla storica biblioteca napoletana.
Abbiamo scritto già tante volte del caso della Biblioteca napoletana. Riassumendo. Il ministro Galan, dipendente di Dell'Utri ai tempi del suo lavoro in Publitalia, su indicazione di Dell'Utri, noto bibliofilo, assume al Ministero il De Caro come esperto, e poi lo nomina alla direzione della biblioteca napoletana, sempre per interessamento di Dell'Utri. Perchè mai tanto fervore da parte di Dell'Utri? Quella telefonata e forse tante altre lo spiegano.
Innanzitutto Galan merita una censura ed è assai strano che non venga chiamato in causa anche per quest reato, lui ex ministro dell cultura, già condannato per un giro di mazzette in Veneto, ai tempi della sua presidenza alla Regione. Può un ministro nominare alla direzione di una famosa biblioteca un signore, che millanta titoli e competenze inesistenti, ma di cui egli non si accerta preventivamente, perchè glielo raccomanda il suo ex capo ed amico della cui passione bibliofila, Galan era perfettamente a conoscenza? E' come nominare un falsario a dirigere la zecca o il poligrafico dello Stato. Chi può garantire che egli non si porti via giorno dopo giorno una o due o tre matrici per stamparsi, di notte, a casa, un pò di soldi falsi, per arrotondare lo stipendio? Certo che no, allora meglio non nominarlo.
Galan invece lo nomina, e De Caro per ingraziarsi Dell'Utri che fa? Non sappiamo bene cosa abbia fatto, ce lo dirà la magistratura alla fine del processo. Ma certo quella telefonata, almeno quella, farebbe intendere che De Caro, seppure ad un prezzo di favore, sta vendendo a Dell'Utri, un libro raro, non di sua proprietà, ma che egli ha rubato alla biblioteca sulla cui integrità egli dovrebbe vigilare.
De Caro ed un sacerdote che assieme a lui dirigeva la biblioteca - e forse anch'egli non del tutto all'oscuro del traffico di libri - già condannati a pagare alcune decine di milioni di Euro, a quanto ammonterebbe il danno per i libri rubati, trafugati e rivenduti, ora assieme a Dell'Utri tornano in tribunale per chiudere definitivamente il processo, e speriamo che, a sentenza avvenuta, in carcere ci restino ancor per molto.
'Portoghesi' alla buvette di Montecitorio e bambini senza mensa nelle scuole italiane perchè poveri
Quando al ministro Franceschini hanno chiesto di munirsi di scontrino alla cassa prima di consumare la sua colazione alla buvette di Montecitorio, il ministro si è risentito. Non ha detto nulla, ma sul suo volto si leggeva la risposta: 'lei non sa chi sono io, per chi mi ha preso?'.
E' accaduto anche questo, e non solo a Franceschini, perchè ci è andato di mezzo anche l'ex ministro Lupi, fra i tanti ai quali il ragazzo del bar ha ricordato che alla buvette di Montecitorio, prima di consumare occorre munirsi di scontrino, come in qualunque altro bar. La socieà che la gestisce, a fine giornata, riscontra regolarmente enormi differenze fra la quantità di prodotti serviti e i pagamenti incassati per gli stessi. Dunque occorre provvedere per non chiudere in perdita.
Perchè, spesso in tanti bar (come alla buvette di Montecitorio), specie se trafficati, si registrano perdite, a causa dei 'portoghesi', cosiddetti, che non eludono solo i biglietti di tram o metropolitana, ma scesi dai mezzi di trasporto, pretendono di avere gratis anche la colazione o il semplice caffè al bar.
L'usanza cattiva ma diffusa va stroncata ovunque, e non ci meravigliamo che tale abuso sia di casa anche a Montecitorio. Permetteteci. Basta guardare in faccia tanti parlamentari per non togliersi dalla testa che fra loro ve ne siano che pretendono di consumare a 'sbafo' . Stiamo esagerando? Affatto. La cronaca ci ha fatto sapere di parlamentari e consiglieri regionali o assessori ecc... che hanno usato soldi pubblici anche per comprarsi le mutande e per pagare il caffè al bar. Vai a sapere se poi l'hanno davvero pagato o non hanno presentato scontrini di altri consumatori che il caffè l' avevano pagato. Allora? Ha fatto bene perciò la società che gestisce la buvette di Montecitorio - uno degli esercizi commerciali più a buon mercato - a pretendere, educatamente, ma con intransigenza, lo scontrino. E i parlamentari si offendano pure. Chissenefrega.
Perchè l'altra faccia di quella stessa medaglia che vede in primo piano approfittatori con le tasche piene ed i portafogli gonfi, racconta di episodi indegni di un paese civile. Racconta di scuole del nord, una alle porte di Milano, dove il sindaco ha vietato la mensa ai ragazzini delle elementari se i genitori non hanno pagato la retta. Nell'ordinanza non si guarda in faccia a nessuno, non si fanno sconti nemmeno ai più poveri. Non sono esenti dal pagamento neanche quelle famiglie che vivono momenti drammatici, si dice. Durissimo l'amministratore che, magari, poi spende e spande in altri casi i soldi pubblici.
Per fortuna che a fronte dell'intransigente sindaco, c'è l'azienda che produce e distribuisce i pasti ai bambini delle scuole pubbliche che ha deciso, a sue spese, di fare accedere alla mensa tutti i bambini. Che significa che tante volte i cittadini sono più saggi di chi li governa, e senza dubbio più onesti di tanti disonesti governanti.
E' accaduto anche questo, e non solo a Franceschini, perchè ci è andato di mezzo anche l'ex ministro Lupi, fra i tanti ai quali il ragazzo del bar ha ricordato che alla buvette di Montecitorio, prima di consumare occorre munirsi di scontrino, come in qualunque altro bar. La socieà che la gestisce, a fine giornata, riscontra regolarmente enormi differenze fra la quantità di prodotti serviti e i pagamenti incassati per gli stessi. Dunque occorre provvedere per non chiudere in perdita.
Perchè, spesso in tanti bar (come alla buvette di Montecitorio), specie se trafficati, si registrano perdite, a causa dei 'portoghesi', cosiddetti, che non eludono solo i biglietti di tram o metropolitana, ma scesi dai mezzi di trasporto, pretendono di avere gratis anche la colazione o il semplice caffè al bar.
L'usanza cattiva ma diffusa va stroncata ovunque, e non ci meravigliamo che tale abuso sia di casa anche a Montecitorio. Permetteteci. Basta guardare in faccia tanti parlamentari per non togliersi dalla testa che fra loro ve ne siano che pretendono di consumare a 'sbafo' . Stiamo esagerando? Affatto. La cronaca ci ha fatto sapere di parlamentari e consiglieri regionali o assessori ecc... che hanno usato soldi pubblici anche per comprarsi le mutande e per pagare il caffè al bar. Vai a sapere se poi l'hanno davvero pagato o non hanno presentato scontrini di altri consumatori che il caffè l' avevano pagato. Allora? Ha fatto bene perciò la società che gestisce la buvette di Montecitorio - uno degli esercizi commerciali più a buon mercato - a pretendere, educatamente, ma con intransigenza, lo scontrino. E i parlamentari si offendano pure. Chissenefrega.
Perchè l'altra faccia di quella stessa medaglia che vede in primo piano approfittatori con le tasche piene ed i portafogli gonfi, racconta di episodi indegni di un paese civile. Racconta di scuole del nord, una alle porte di Milano, dove il sindaco ha vietato la mensa ai ragazzini delle elementari se i genitori non hanno pagato la retta. Nell'ordinanza non si guarda in faccia a nessuno, non si fanno sconti nemmeno ai più poveri. Non sono esenti dal pagamento neanche quelle famiglie che vivono momenti drammatici, si dice. Durissimo l'amministratore che, magari, poi spende e spande in altri casi i soldi pubblici.
Per fortuna che a fronte dell'intransigente sindaco, c'è l'azienda che produce e distribuisce i pasti ai bambini delle scuole pubbliche che ha deciso, a sue spese, di fare accedere alla mensa tutti i bambini. Che significa che tante volte i cittadini sono più saggi di chi li governa, e senza dubbio più onesti di tanti disonesti governanti.
All'Auditorium di Roma, non solo la 'Festa del Cinema'. ma anche cinema tutto l'anno. E l'Opera e Santa Cecilia si accordano per un mini abbonamento comune
L'ultima novità, da Musica per Roma, è che una delle sale dell'Auditorium, la più piccola delle tre, intitolata a Goffredo Petrassi - piccola relativamente, perchè ha comunque 700 posti circa - sarà adibita tutto l'anno a sala cinematografica e ospiterà anche manifestazioni che ruotano attorno al cinema, come incontri, dibattiti e magari la proiezione in diretta della prossima consegna degli Oscar e perchè no, anche delle premiazioni dei grandi festival cinematografici come Cannes, Berlino, Venezia.
Qualche dubbio l'annuncio del nuovo amministratore delegato di Musica per Roma lo suscita, se pensiamo alla crisi che investe, e non da oggi, le nostre sale cinematografiche, producendo una drastica riduzione di numero e capienza. Forse a Roma sarà l'unica sala con una capienza così alta, mentre oggi vanno assai di moda le 'multisale' che proiettano nel corso dell'intera giornata e più film contemporaneamente. A noi sembra una mossa sbagliatissima.
Mentre giudichiamo positivamente, seppure in grandissimo ritardo, l'accordo sottoscritto dall'Opera di Roma e dall'Accademia di Santa Cecilia, per un abbonamento cumulativo a 5 spettacoli, fra rappresentazioni e concerti, previsti fra aprile e maggio, per cinque poltrone di platea - a soli - loro dicono così - 230,00 Euro. Che non sono affatto un prezzo calmierato.
Sperano i firmatari dell'accordo, di portare all'Opera o Santa Cecilia pubblico nuovo e giovane. Come se 50 euro circa a spettacolo fosse un prezzo modico alla portata di molte tasche. Noi sosteniamo da tempo che i prezzi dei biglietti per l'opera e i concerti sono ancora alti; e quelli dell'opera altissimi, al punto da scoraggiare molti possibili spettatori, precludendo l'accesso al melodramma ad una cospicua fetta di popolazione che potrebbe, invece, essere interessata.
E quando ci vien detto che i prezzi dei biglietti per l'Opera sono abbastanza allineati, se non più bassi, a quelli delle altre nazioni, è facile rispondere che purtroppo allineati non sono anche gli stipendi italiani a quelli delle nazioni vicine.
L'altro ieri a proposito di una azienda con sede in Svizzera che intende spostare la sua attività in Italia -avendo molti lavoratori frontalieri - leggevamo che gli stipendi in Svizzera - dove ovviamente la vita costa più che in Italia, ma non nella misura giustificata dalla enorme divaricazione degli stipendi - sono mediamente di 4000 Euro, mentre in Italia, per i medesimi lavori, raggiungono a malapena i 2000 Euro, attestandosi piuttosto mediamente fra 1500-2000 Euro.
I responsabili dell'Opera e di Santa Cecilia ci dicano quale 'nuovo', 'giovane' pubblico ha i soldi per frequentare le rispettive manifestazioni , cinque nel giro di poco più di un mese, tirando fuori dalle tasche la bella somma di 230,00 Euro. Ce lo dicano?
P.S. Piera Detassis a capo della Festa del Cinema ha precisato che la Sala Petrassi dell'Auditorium non sarà una sala cinematografica tout court, bensì sarà adibita per manifestazioni 'speciali' cinematografiche. Ma allora c'era proprio bisogno di fare tutto il casino che s'è fatto al punto da spingere gli operatori del settore cinematografico a denunciare questa scorretta, ma inutile, invasione di campo?
Qualche dubbio l'annuncio del nuovo amministratore delegato di Musica per Roma lo suscita, se pensiamo alla crisi che investe, e non da oggi, le nostre sale cinematografiche, producendo una drastica riduzione di numero e capienza. Forse a Roma sarà l'unica sala con una capienza così alta, mentre oggi vanno assai di moda le 'multisale' che proiettano nel corso dell'intera giornata e più film contemporaneamente. A noi sembra una mossa sbagliatissima.
Mentre giudichiamo positivamente, seppure in grandissimo ritardo, l'accordo sottoscritto dall'Opera di Roma e dall'Accademia di Santa Cecilia, per un abbonamento cumulativo a 5 spettacoli, fra rappresentazioni e concerti, previsti fra aprile e maggio, per cinque poltrone di platea - a soli - loro dicono così - 230,00 Euro. Che non sono affatto un prezzo calmierato.
Sperano i firmatari dell'accordo, di portare all'Opera o Santa Cecilia pubblico nuovo e giovane. Come se 50 euro circa a spettacolo fosse un prezzo modico alla portata di molte tasche. Noi sosteniamo da tempo che i prezzi dei biglietti per l'opera e i concerti sono ancora alti; e quelli dell'opera altissimi, al punto da scoraggiare molti possibili spettatori, precludendo l'accesso al melodramma ad una cospicua fetta di popolazione che potrebbe, invece, essere interessata.
E quando ci vien detto che i prezzi dei biglietti per l'Opera sono abbastanza allineati, se non più bassi, a quelli delle altre nazioni, è facile rispondere che purtroppo allineati non sono anche gli stipendi italiani a quelli delle nazioni vicine.
L'altro ieri a proposito di una azienda con sede in Svizzera che intende spostare la sua attività in Italia -avendo molti lavoratori frontalieri - leggevamo che gli stipendi in Svizzera - dove ovviamente la vita costa più che in Italia, ma non nella misura giustificata dalla enorme divaricazione degli stipendi - sono mediamente di 4000 Euro, mentre in Italia, per i medesimi lavori, raggiungono a malapena i 2000 Euro, attestandosi piuttosto mediamente fra 1500-2000 Euro.
I responsabili dell'Opera e di Santa Cecilia ci dicano quale 'nuovo', 'giovane' pubblico ha i soldi per frequentare le rispettive manifestazioni , cinque nel giro di poco più di un mese, tirando fuori dalle tasche la bella somma di 230,00 Euro. Ce lo dicano?
P.S. Piera Detassis a capo della Festa del Cinema ha precisato che la Sala Petrassi dell'Auditorium non sarà una sala cinematografica tout court, bensì sarà adibita per manifestazioni 'speciali' cinematografiche. Ma allora c'era proprio bisogno di fare tutto il casino che s'è fatto al punto da spingere gli operatori del settore cinematografico a denunciare questa scorretta, ma inutile, invasione di campo?
La RAI cambia musica? Questo scrivevamo tempo fa. Ma nulla è cambiato
Chi lavora in tv, ma anche in radio, in programmi di ogni genere, compresi i telegiornali, sa quanto pratici siano tutti quegli spezzoni e 'tappeti' musicali (una vera parolaccia se riferita ad una musica che si vuole rispettata) che servono a qualunque bisogna, come sottofondo od anche come breve sigla d'apertura e chiusura programmi.
Su spezzoni, siglette e tappeti musicali in tanti ci hanno mangiato, fino a ieri, talvolta anche musicisti di un certo mestiere, magari sotto falso nome per non farsi riconoscere. Negli armadi di telegiornali e redazioni ci sono - c'erano un tempo - dischi su dischi dai titoli poco accattivanti ma di pratica utilità: 'scena in riva al mare', ' giochi in un parco'. Questi dischi, ora inutili perché rimpiazzati dal digitale che richiede sempre meno spazio, costituivano la fonte di commenti sonori per servizi dell'ultimo minuto oppure, semplicemente, al confezionatore frettoloso e pigro che non aveva voglia di cercare o di domandare all'assistente musicale e preferiva fare da sè, offrivano un aiuto prezioso. E non era raro il caso, che il 'confezionatore frettoloso' conoscesse il vero nome degli autori di quelle musiche e sapeva anche che dagli oggi e dagli domani, una sigletta oggi, un sottofondo domani, nelle tasche del musicista conoscente od amico finivano bei soldini.
Alla fine della storia, fra sigle e tappeti, tutto questo traffico (abbastanza illecito) costava a RAI o Mediaset qualcosa come il 4% del fatturato. Una bella cifretta, che finiva nelle tasche di musicisti che altro non avrebbero nè saputo nè potuto fare oltre che improvvisare qualche secondo di musica e passarlo brevi manu al giornalista o all'autore amico e crocerossino.
Ora la RAI ha detto basta. D'ora in avanti le musiche utilizzate a tali scopi devono esser di proprietà, come diritti, della RAI e l'esecuzione, visto che la RAI ha anche una orchestra sinfonica e fior di musicisti, suoi dipendenti, affidata ai suoi musicisti. Da ciò un risparmio enorme per i diritti d'autore e per quelli di esecuzione.
Qualche avvisaglia di tale nuova politica, moralizzatrice, s'era avuta un paio d' anni fa quando Rai Trade, casa editrice musicale della Rai, aveva chiesto ad illustri musicisti ( Piovani, Morricone, Bacalov e forse anche Trovajoli, se non andiamo errati) di scrivere apposite musiche, editate dalla Rai stessa, per tali scopi. I quali naturalmente lo fecero e così la Rai ebbe anche modo di avere sigle siglette tappeti e tappetini 'd'autore'. E fece ancor più contenti quei musicisti che di diritti d'autore guadagnano già parecchio.
Dal 1 gennaio la musica in RAI è cambiata. E noi ne siamo contenti.
Da tempo denunciamo certe incongruenze, come quella della sigla dei programmi di Radio Tre, firmata Schubert/Berio, mentre invece sarebbe stato più opportuno suonare la sveglia al mattino e tante altre volte durante l'intera giornata con un bel Rossini, che so ...la sinfonia da 'La Gazza ladra' che non costava nulla, magari eseguita dall'Orchestra della RAI. Ed invece no, si voleva finanziare il musicista Berio, quando era in vita ed ora i suoi eredi che ne hanno beneficiato perciò per anni, con una musichetta che prima che di Berio era di Schubert. E Schubert non ha eredi che possono rivalersi sulla RAI, e neanche su Berio. Non abbiamo fatto caso se quelle sigla si ascolti ancora oppure no, come la disposizione RAI prescrive. Nelle prossime ore controlleremo e ne scriveremo.
P.S. Le cose non sono affatto cambiate. Perchè quella musichetta di Berio - da Schubert- nessuno osa far tacere per far posto ad altra, magari di Rossini, perchè no, visto che Rossini non costerebbe un Euro, mentre Berio continua a costare?
Su spezzoni, siglette e tappeti musicali in tanti ci hanno mangiato, fino a ieri, talvolta anche musicisti di un certo mestiere, magari sotto falso nome per non farsi riconoscere. Negli armadi di telegiornali e redazioni ci sono - c'erano un tempo - dischi su dischi dai titoli poco accattivanti ma di pratica utilità: 'scena in riva al mare', ' giochi in un parco'. Questi dischi, ora inutili perché rimpiazzati dal digitale che richiede sempre meno spazio, costituivano la fonte di commenti sonori per servizi dell'ultimo minuto oppure, semplicemente, al confezionatore frettoloso e pigro che non aveva voglia di cercare o di domandare all'assistente musicale e preferiva fare da sè, offrivano un aiuto prezioso. E non era raro il caso, che il 'confezionatore frettoloso' conoscesse il vero nome degli autori di quelle musiche e sapeva anche che dagli oggi e dagli domani, una sigletta oggi, un sottofondo domani, nelle tasche del musicista conoscente od amico finivano bei soldini.
Alla fine della storia, fra sigle e tappeti, tutto questo traffico (abbastanza illecito) costava a RAI o Mediaset qualcosa come il 4% del fatturato. Una bella cifretta, che finiva nelle tasche di musicisti che altro non avrebbero nè saputo nè potuto fare oltre che improvvisare qualche secondo di musica e passarlo brevi manu al giornalista o all'autore amico e crocerossino.
Ora la RAI ha detto basta. D'ora in avanti le musiche utilizzate a tali scopi devono esser di proprietà, come diritti, della RAI e l'esecuzione, visto che la RAI ha anche una orchestra sinfonica e fior di musicisti, suoi dipendenti, affidata ai suoi musicisti. Da ciò un risparmio enorme per i diritti d'autore e per quelli di esecuzione.
Qualche avvisaglia di tale nuova politica, moralizzatrice, s'era avuta un paio d' anni fa quando Rai Trade, casa editrice musicale della Rai, aveva chiesto ad illustri musicisti ( Piovani, Morricone, Bacalov e forse anche Trovajoli, se non andiamo errati) di scrivere apposite musiche, editate dalla Rai stessa, per tali scopi. I quali naturalmente lo fecero e così la Rai ebbe anche modo di avere sigle siglette tappeti e tappetini 'd'autore'. E fece ancor più contenti quei musicisti che di diritti d'autore guadagnano già parecchio.
Dal 1 gennaio la musica in RAI è cambiata. E noi ne siamo contenti.
Da tempo denunciamo certe incongruenze, come quella della sigla dei programmi di Radio Tre, firmata Schubert/Berio, mentre invece sarebbe stato più opportuno suonare la sveglia al mattino e tante altre volte durante l'intera giornata con un bel Rossini, che so ...la sinfonia da 'La Gazza ladra' che non costava nulla, magari eseguita dall'Orchestra della RAI. Ed invece no, si voleva finanziare il musicista Berio, quando era in vita ed ora i suoi eredi che ne hanno beneficiato perciò per anni, con una musichetta che prima che di Berio era di Schubert. E Schubert non ha eredi che possono rivalersi sulla RAI, e neanche su Berio. Non abbiamo fatto caso se quelle sigla si ascolti ancora oppure no, come la disposizione RAI prescrive. Nelle prossime ore controlleremo e ne scriveremo.
P.S. Le cose non sono affatto cambiate. Perchè quella musichetta di Berio - da Schubert- nessuno osa far tacere per far posto ad altra, magari di Rossini, perchè no, visto che Rossini non costerebbe un Euro, mentre Berio continua a costare?
Morricone approfitta dell'Oscar per accusare la RAI. Sul Corriere, rispondendo ad Aldo Cazzullo
Questa volta Campo Dall'Orto non ha mantenuto la consegna del silenzio, ed il basso profilo di sempre, sentendosi accusare da Morricone, sulle pagine del Corriere, in una intervista ad Aldo Cazzullo. Nella quale il noto compositore dice che la RAI non può comportarsi come le peggio società nei confronti dei musicisti - il riferimento è ad una proposta di lavoro per Morricone che con la sua orchestra avrebbe dovuto registrare un pezzo per un programma di Negrin. La Rai aveva proposto a Morricone, per la registrazione in oggetto, un compenso di 10.000 Euro. Una vergogna che Morricone ritiene, giustamente, un insulto in piena regola, anche senza tirare in ballo i compensi fuori misura ed indecenti che continua a dare a pacioccone che ci istruiscono come si fanno gli gnocchi, o a presentatori e conduttori sedicenti - ci piacerebbe ad esempio sapere quanto danno alla 'regazza' di Masi, che di sabato e domenica riesce a farci piangere per la sua evidente incapacità.
Morricone ha detto che lui per la RAI, orgoglio del suo paese, potrebbe anche lavorare gratis, ma i musicisti non possono essere trattati come dei pezzenti, calpestandone con simili proposte anche la profesionalità.
E Campo Dall'Orto, chiamato direttamente in causa, si è subito fatto sentite: ha ragione Morricone - ha detto - la RAI deve comportarsi altrimenti ed essere specchio delle più alte qualità italiane. Non può registrare colonne sonore con un aggeggio elettronico, come farebbero in una radio cittadina, per risparmiare. La RAI deve risparmiare, è giusto che lo faccia, ma risparmi su altri capitoli di spesa milionarie, sulle quali sembra che la mannaia del calmiere non riesce ad abbattersi, neanche sotto Campo Dall'Orto.
Staremo a vedere cosa farà Campo Dall'Orto, sempre che decida di passare dalle parole ai fatti.
Certo è che la RAI ha sempre avuto un comportamento dissociato. Da un lato affama tutte le giovani menti che lavorano in azienda, dall'altro continua a coccolare, strapagandoli, quelli che contano, i raccomdandati, i figli di... e le amanti di... che sono già ricchi e che si arricchiscono ancora.
Non possiamo dimenticare una iniziativa di qualche anno fa, quando la RAI decise di mettere ordine nei tanti rivoli attraverso i quali rischiava di dissanguarsi con prodotti di infima qualità, pagando diritti d'autore per prodotti di scarsissima qualità. Allora decise che i cosiddetti tappeti sonori o le siglette di programmi e programmini venissero affidati a grandi nomi - e ci pare che anche Morricone fosse fra questi, oltre a Piovani, Bacalov ed altri. Decise di far scrivere loro le musiche necessarie e di editarle anche, in modo che i diritti che la RAI pagava per lo sfruttamento tornassero in parte, come editore, di nuovo nelle sue casse. Anche allora non si pensò di rivolgersi a giovani ma valenti musicisti, cercandoli non attraverso le solite conventicole, ma mettendo su una piccola 'factory' - si dice così, speriamo di non sbagliarci, visto che non consociamo il fottuto inglese !- affidata ad un tutor nella quale allevare nuovi musicisti.
Perciò se Campo Dall'Orto desidera dare un impulso nuovo alla RAI affidatagli, deve subito darsi da fare, molte sono le cose da cambiare, già ora.
P.S. Campo Dall'Orto ha telefonato a Morricone e lo ha invitato ad un incontro in RAI. Sembra che il maestro abbia accettato. E sembra ancora che il direttore generale della RAI proporrà a Morricone di lavorare ad un importante progetto RAI.
Morricone ha detto che lui per la RAI, orgoglio del suo paese, potrebbe anche lavorare gratis, ma i musicisti non possono essere trattati come dei pezzenti, calpestandone con simili proposte anche la profesionalità.
E Campo Dall'Orto, chiamato direttamente in causa, si è subito fatto sentite: ha ragione Morricone - ha detto - la RAI deve comportarsi altrimenti ed essere specchio delle più alte qualità italiane. Non può registrare colonne sonore con un aggeggio elettronico, come farebbero in una radio cittadina, per risparmiare. La RAI deve risparmiare, è giusto che lo faccia, ma risparmi su altri capitoli di spesa milionarie, sulle quali sembra che la mannaia del calmiere non riesce ad abbattersi, neanche sotto Campo Dall'Orto.
Staremo a vedere cosa farà Campo Dall'Orto, sempre che decida di passare dalle parole ai fatti.
Certo è che la RAI ha sempre avuto un comportamento dissociato. Da un lato affama tutte le giovani menti che lavorano in azienda, dall'altro continua a coccolare, strapagandoli, quelli che contano, i raccomdandati, i figli di... e le amanti di... che sono già ricchi e che si arricchiscono ancora.
Non possiamo dimenticare una iniziativa di qualche anno fa, quando la RAI decise di mettere ordine nei tanti rivoli attraverso i quali rischiava di dissanguarsi con prodotti di infima qualità, pagando diritti d'autore per prodotti di scarsissima qualità. Allora decise che i cosiddetti tappeti sonori o le siglette di programmi e programmini venissero affidati a grandi nomi - e ci pare che anche Morricone fosse fra questi, oltre a Piovani, Bacalov ed altri. Decise di far scrivere loro le musiche necessarie e di editarle anche, in modo che i diritti che la RAI pagava per lo sfruttamento tornassero in parte, come editore, di nuovo nelle sue casse. Anche allora non si pensò di rivolgersi a giovani ma valenti musicisti, cercandoli non attraverso le solite conventicole, ma mettendo su una piccola 'factory' - si dice così, speriamo di non sbagliarci, visto che non consociamo il fottuto inglese !- affidata ad un tutor nella quale allevare nuovi musicisti.
Perciò se Campo Dall'Orto desidera dare un impulso nuovo alla RAI affidatagli, deve subito darsi da fare, molte sono le cose da cambiare, già ora.
P.S. Campo Dall'Orto ha telefonato a Morricone e lo ha invitato ad un incontro in RAI. Sembra che il maestro abbia accettato. E sembra ancora che il direttore generale della RAI proporrà a Morricone di lavorare ad un importante progetto RAI.
martedì 1 marzo 2016
Sveglia per Giannini e Renzi. I licei ad indirizzo musicale non hanno soldi per pagare gli insegnanti e tagliano le ore di lezione previste
Nella scuola sta accadendo di tutto, e sembra che - difficile da immaginare - dopo la Gelmini si possa fare ancora peggio. La Giannini spesso di prodiga per dimostrarlo. Sì.
Molti ordini di scuola in Italia sono in subbuglio per mille inadempienze, perchè il governo non riesce ad assicurare ai suoi studenti il minimo indispensabile per la loro formazione e li accatasta in luoghi fatiscenti che definire insalubri è un eufemismo.
Dopo il ciclone Gelmini che aveva il preciso scopo di 'razionalizzare' - che nella lingua dei vaneggiamenti voleva dire tagliare dove possibile ed anche dove era impossibile, costringendo perfino i genitori a portare da casa elementi di prima necessità di cui la scuola non aveva più i soldi per provvedervi, ora si arriva a tagliare le ore di lezione previste nel piano di studi, per mancanza di fondi con cui pagare gli insegnanti.
Accade a R-o-m-a, nei Licei ad indirizzo musicale, dove le ore destinate alla pratica musicale vengono dimezzate per la semplice ragione che mancano i soldi per pagare gli insegnanti. Un Liceo deve far ricorso al TAR: ricorrere al TAR per vedersi riconosciuto ciò che anche la Gelmini - ne siamo certi - avrebbe capito da sola, e cioè che non si possono tagliare, 'dimezzare' per la precisione, le ore di lezione perché mancano i fondi. Questi fondi non possono mancare, devono esserci o essere trovati comunque - non ci deve riguardare come - se consideriamo che molte categorie di privilegiati spendono e spandono con il tacito avallo di chi governa, che non riesce a scardinare privilegi immeritati, mentre poi taglia dall'oggi al domani i fondi per la scuola: il fiore all'occhiello di una nazione, nella loro bibbia propagandistica.
Il Tar dà ragione alla scuola e le ore previste dal piano di studi vengono reintrodotte.
Ma la commedia non finisce così. Troppo bello. Logica vorrebbe che alle scuole romane del medesimo indirizzo, con il medesimo problema, si applichi la decisione del TAr - una delle rare volte: sacrosanta - rimettendo in orario le ore di lezione ingiustificatamente cancellate. No. La seconda scuola - due a Roma i Licei del genere - deve far ricorso al TAR per vedersi ripristinare quelle ore di lezione in orario. E speriamo che il TAR dia ragione alla seconda scuola. Non c'è da meravigliarsi se decidesse diversamente da come ha fatto per la prima scuola. La giustizia , specie nei tribunali amministrativi, va a seconda dei quarti di luna.
E Giannini e Renzi? Nulla possono contro uno Stato che è completamente nel pallone?
Molti ordini di scuola in Italia sono in subbuglio per mille inadempienze, perchè il governo non riesce ad assicurare ai suoi studenti il minimo indispensabile per la loro formazione e li accatasta in luoghi fatiscenti che definire insalubri è un eufemismo.
Dopo il ciclone Gelmini che aveva il preciso scopo di 'razionalizzare' - che nella lingua dei vaneggiamenti voleva dire tagliare dove possibile ed anche dove era impossibile, costringendo perfino i genitori a portare da casa elementi di prima necessità di cui la scuola non aveva più i soldi per provvedervi, ora si arriva a tagliare le ore di lezione previste nel piano di studi, per mancanza di fondi con cui pagare gli insegnanti.
Accade a R-o-m-a, nei Licei ad indirizzo musicale, dove le ore destinate alla pratica musicale vengono dimezzate per la semplice ragione che mancano i soldi per pagare gli insegnanti. Un Liceo deve far ricorso al TAR: ricorrere al TAR per vedersi riconosciuto ciò che anche la Gelmini - ne siamo certi - avrebbe capito da sola, e cioè che non si possono tagliare, 'dimezzare' per la precisione, le ore di lezione perché mancano i fondi. Questi fondi non possono mancare, devono esserci o essere trovati comunque - non ci deve riguardare come - se consideriamo che molte categorie di privilegiati spendono e spandono con il tacito avallo di chi governa, che non riesce a scardinare privilegi immeritati, mentre poi taglia dall'oggi al domani i fondi per la scuola: il fiore all'occhiello di una nazione, nella loro bibbia propagandistica.
Il Tar dà ragione alla scuola e le ore previste dal piano di studi vengono reintrodotte.
Ma la commedia non finisce così. Troppo bello. Logica vorrebbe che alle scuole romane del medesimo indirizzo, con il medesimo problema, si applichi la decisione del TAr - una delle rare volte: sacrosanta - rimettendo in orario le ore di lezione ingiustificatamente cancellate. No. La seconda scuola - due a Roma i Licei del genere - deve far ricorso al TAR per vedersi ripristinare quelle ore di lezione in orario. E speriamo che il TAR dia ragione alla seconda scuola. Non c'è da meravigliarsi se decidesse diversamente da come ha fatto per la prima scuola. La giustizia , specie nei tribunali amministrativi, va a seconda dei quarti di luna.
E Giannini e Renzi? Nulla possono contro uno Stato che è completamente nel pallone?
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