«Alle 23.50 si è concluso al Cremlino il colloquio con il presidente dell’Ossetia del Sud, Alan Gagloev». In precedenza, alle 23.15 era stato congedato il collega dell’Abkhazia. Ma nessuna persona sana di mente può credere che l’intervento di Vladimir Putin alle due di notte sia stato dovuto al protrarsi dei suoi impegni istituzionali con gli ultimi due dei 29 capi di Stato giunti a Mosca per le celebrazioni del 9 maggio.
Con tutta evidenza, quel messaggio alla nazione è stato deciso e scritto all’ultimo minuto. C’è stato un invito inatteso a una conferenza stampa, che poi è stata rinviata di mezz’ora e poi di un’altra ora, e poi è diventata la semplice lettura di una serie di foglietti, che Putin consultava spesso, non soltanto per leggere, ma per cambiare e modificarne il testo. Il presidente russo ama farsi attendere, ma non era questa l’occasione. Ci sono stati molti ripensamenti sul da farsi, e questo, almeno agli occhi di osservatori esterni, è comunque un segnale del momento di incertezza che sta attraversando il Cremlino, uno stato d’animo ben diverso dalla granitica convinzione di appena dieci giorni fa, quando sembrava che la Russia potesse disporre a piacimento dell’erratica e remissiva strategia applicata dagli Usa nei suoi confronti.
Quasi una improvvisazione, confermata dal fatto che Putin ha detto che avrebbe chiamato oggi Erdogan, per chiedergli la disponibilità a tenere i negoziati in quel di Istanbul. È ben difficile credere che questa fretta nella risposta sia stata causata dal timore per la minaccia delle nuove sanzioni occidentali. Ormai la Russia è vaccinata, e ha trascorso tre anni a raccontare alla sua gente che le misure punitive decise dall’Occidente non le facevano neanche il solletico, anzi. Inoltre, non c’è più molto che gli alleati europei e americani possano più mettere su questo tavolo: le sanzioni sono un’arma ormai spuntata.
Possibile invece che Putin abbia voluto mettere in risalto la debolezza dell’ultimatum giunto da Kiev, del quale non ha evidentemente gradito tempi e modi, e lo ha fatto ampiamente capire, citando solo i Paesi presenti alla parata del 9 maggio come «volenterosi della pace», oltre alla «nuova amministrazione americana».
Un cessate il fuoco di trenta giorni senza un negoziato, non serve a molto. Così, la Russia ha rilanciato la proposta di un tavolo per un'eventuale pace, ma senza tregua. È un altro paradosso di questa fase così convulsa: fino a ieri, era il Cremlino che offriva a ripetizione stop parziali alle armi, prima a Pasqua poi per la Festa della Vittoria, ma evitava qualunque forma di negoziato, limitandosi a prendere tempo con il maldestro inviato americano Steve Witkoff. All’improvviso, adesso le posizioni si ribaltano, ed è Putin che per la prima volta offre un negoziato, con una data e una sede specifica, per minimizzare la portata della proposta ucraina e degli alleati europei. Ma senza mostrare alcun segno di volersi muovere dalle posizioni massimaliste tenute finora, giudicate irricevibili persino dal ministro degli Esteri Usa Marco Rubio. Non sappiamo quanto ancora gli americani abbiano voglia di gestire il dossier ucraino, ma la Russia evidentemente teme che la finestra sull’intesa più che cordiale avviata da Trump stia cominciando a chiudersi.
E non può più limitarsi a rimanere ferma. Per questo, ha scompaginato le carte, mettendo Kiev in una posizione oggettivamente difficile, perché si tratta di una offerta difficile da rifiutare. Al tempo stesso, Putin rassicura il nuovo amico americano, che continua a pretendere una risoluzione del conflitto in tempi brevi. La suggestione che il Cremlino abbia agito dopo ieri notte dopo essersi consultato con la Casa Bianca che chiedeva un passo immediato non appare del tutto infondata. Trump chiedeva un atto concreto, Putin lo ha fatto. C’è una frase molto importante, tra quelle pronunciate da Putin la scorsa notte: «Siamo intenzionati a negoziati seri con l’Ucraina, un obiettivo che richiede la fine del conflitto, per stabilire una pace lunga e durevole». Può significare molto o nulla, ma è come se il Cremlino per la prima volta non escludesse la possibilità di inserire il cessate il fuoco temporaneo richiesto dai suoi nemici ucraini e occidentali all’interno dei negoziati. Con qualche cautela, la si potrebbe definire come una forma di compromesso. Forse, la Russia ha più bisogno della pace di quanto non voglia far apparire.


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