L’illusione trentennale del maggioritario si è impietosamente infranta alla prova dei fatti. In questi tre decenni ci siamo raccontati la favoletta della governabilità a tutti i costi e dell’uomo solo al comando, barattando la democrazia dei corpi intermedi e della mediazione con una logica che potremmo tranquillamente definire «da stadio». Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ogni volta che si vota non si sceglie una rotta per il Paese, ma si celebra un rito fondato sulla distruzione preventiva di ciò che ha fatto chi è venuto prima. Si cancella la riforma precedente, si azzera la continuità e si trasforma l’Italia in un cantiere perenne, dove si demolisce senza mai edificare.
Giorgia Meloni a fine mandato senza aver fatto una riforma
I dogmi della stabilità a ogni costo sono miseramente falliti, perché hanno dimostrato un assunto inequivocabile: quand’anche il maggioritario abbia garantito formalmente la durata di un esecutivo, la stabilità non si è mai tradotta in cambiamento, riforme, crescita o modernizzazione. La prova plastica di questo cortocircuito è proprio l’esperienza del governo Meloni che, pur forte di una longevità assai rara nella storia recente, si avvia a chiudere la legislatura senza essere riuscito a portare a casa una vera riforma strutturale degna di questo nome. Al contrario, l’esperienza della Prima Repubblica ci offre la prova di una dinamica opposta. Nonostante la frequente instabilità e la brevità dei governi, quell’esperienza quarantennale fondata sul proporzionale ha saputo produrre benessere, modernizzare il Paese e garantire una visione condivisa capace di resistere al valzer delle poltrone, perché basata sulla sintesi, sulla mediazione e su una comune idea di nazione.
La legge elettorale
Oggi assistiamo, invece, a una deriva opposta e, per certi versi, anche pericolosa. La polarizzazione non solo blocca il Paese, ma assume una deriva sempre più radicale: il centrodestra si affanna a inseguire le pulsioni identitarie di Vannacci su sicurezza e immigrazione; il Partito democratico sta barattando la propria identità per trascinarsi a rimorchio della sinistra radicale dei Cinque Stelle e di Avs. È la politica ridotta a uno scontro tribale tra guelfi e ghibellini, dove il compromesso è un peccato mortale e la mediazione un tradimento imperdonabile. In questo scenario, è un bene che la legge elettorale già approvata in Senato non preveda il ballottaggio; ed è altamente auspicabile che, laddove si dovesse effettivamente votare con questo sistema, nessuno riesca a raggiungere il premio di maggioranza del 42%.
Archiviare il bipolarismo
Sarebbe un primo, fondamentale passo per archiviare questo bipolarismo muscolare, origine e causa dell’odierno bipopulismo, dal quale trae linfa lo scontro frontale tra fazioni che sta letteralmente bloccando l’Italia. Per uscire da queste sabbie mobili e restituire al Paese una prospettiva di crescita e pragmatismo, l’unica vera svolta riformista passa, infatti, per il ritorno a un sistema proporzionale, capace di rimettere al centro il Parlamento, riaprire gli spazi del confronto e ritrovare quell’assetto moderato di cui abbiamo disperatamente bisogno per tornare a correre.
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