«Che questa misura serva da avvertimento alle altre università», ha detto la settimana scorsa un portavoce della Casa Bianca annunciando il divieto alla Harvard University di accettare studenti stranieri. Parole non scelte a caso: l’importanza delle iscrizioni dall’estero non riguarda soltanto il più antico e prestigioso college degli Stati Uniti. In numerose università, in effetti, la percentuale di studenti stranieri è perfino più alta che ad Harvard. Ma minacciare di escluderli, allo scopo di ottenere un maggiore controllo politico sull’istruzione superiore, uno dei gangli vitali della società americana, rischia di causare un grave danno economico agli Usa, per non parlare della lesione del loro soft power nel mondo.
A Harvard, fra “undergraduate” e “graduate”, ovvero tra i normali corsi di laurea post-scolastici e i master post-laurea, gli studenti stranieri sono 6700, pari al 28 per cento del totale, con una crescita continua: erano il 19 per cento un decennio fa. In teoria contribuiscono dunque a quasi un terzo delle entrate che l’università ricava dalla retta annuale. In pratica contribuiscono molto di più, perché mentre la retta per gli studenti americani è di 60mila dollari l’anno, quella per gli studenti “internazionali”, come sono ufficialmente definiti, sfiora i 100mila.
In altre università il contributo degli iscritti dall’estero è ancora più alto. Una statistica pubblicata in questi giorni dal New York Times rivela quanto: alla Illinois Tech gli studenti stranieri sono addirittura la maggioranza, il 51 per cento, che ne fa l’università più internazionale d’America. Seguono nell’ordine, Carnegie Mellon con il 44 per cento di stranieri, Stevens Tech con il 42, Columbia, Northeastern e New School con il 40, Johns Hopkins con il 39, New York University con il 37, Clark con il 34, Rochester con il 33, Caltech con il 32, Chicago con il 31, il Massachussetts Institute of Technology (più noto con l’acronimo Mit) e la Boston University con il 30. A quota 28 per cento come Harvard ci sono la University of Southern California e la Washington University. Poco al di sotto, fra il 27 e il 24, Pennsylvania University, Brandeis, Rice, Cornell. Duke, Stanford, St. Louis, Princeton, Yale e Northwestern. Fra le altre università più famose, Georgetwon è al 20 per cento, Brown al 19, Berkeley al 17.
gli atenei con la maggiore incidenza straniera
Una crescita costante
Come ad Harvard, in tutte le università americane il numero di studenti stranieri è in aumento costante da due decenni: a livello nazionale oscillava intorno all’8 per cento nel 2000, è arrivato al 10 nel 2010, al 15 nel 2024. In tutto, quest’anno gli studenti stranieri sono un milione e 100 mila. La crescita si è velocizzata con la globalizzazione, che ha aumentato la ricchezza di Cina e India (i due Paesi con il maggior numero di iscritti ad Harvard, insieme al Canada), allargando la cerchia geografica di chi vuole mandare i propri figli a studiare nelle migliori università del mondo, sia pure a un costo esorbitante: una laurea e un master ad Harvard, ossia sei anni di studio, costano a uno straniero soltanto come retta 600mila dollari (530mila euro). Ma questa cifra è solamente una parte dei soldi che ciascuno studente porta agli Usa: ci sono anche le spese per l’alloggio, per il vitto, per tutto l’indotto che ruota attorno alla vita di un giovane in un college. Una stima del Nafsa (l’associazione internazionale degli istituti accademici superiori) calcola che l’anno passato, attraverso tutte queste voci, gli studenti stranieri abbiano fatto guadagnare all’economia americana 43 miliardi di dollari. E l’arricchimento portato dagli stranieri non si esaurisce necessariamente alla fine degli studi, perché molti finiscono per fermarsi a lavorare in America, versando denaro nelle casse dello stato in tasse, acquistando una casa e un’auto, facendo investimenti.
Un motore “soft”
Come aveva già fatto con gli avvocati, i media e altre istituzioni, Donald Trump ha messo nel mirino le università accusandole di essere troppo woke, troppo liberal, in sostanza antiamericane, a partire dall’accusa iniziale di non avere combattuto abbastanza l’antisemitismo durante le proteste di massa nei campus per le distruzioni israeliane a Gaza in risposta all’attacco di Hamas. Il presidente ha tagliato fondi federali ai college e chiesto una serie di misure, dai dati personali sugli studenti stranieri al curriculum di studi, che Harvard e altre università rifiutano, considerandole un’interferenza nella loro libertà di pensiero. Qualcuno, come per esempio la Columbia University, ha preferito acconsentire alle minacce della Casa Bianca. Harvard ha risposto facendo ricorso in tribunale contro l’amministrazione Trump.
In gioco non c’è solo l’indipendenza delle università. C’è anche il soft power, il fascino e l’influenza che l’America esercita sul resto del mondo: i 24 Capi di Stato e i 31 primi ministri stranieri usciti da Harvard, fra i quali i premier canadesi Pierre Trudeau e Mark Carney, la premier pakistana Benazir Bhutto, il premier greco Andrea Papandreou, il presidente messicano Felipe Calderon, il presidente cileno Sebastian Pinera, la presidente irlandese Mary Robinson, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, re Federico di Danimarca e l’imperatrice del Giappone Masako, hanno mantenuto un legame indissolubile con il Paese dei loro studi universitari.
Infine, il vantaggio del Pil americano nei confronti dell’Europa, superata del 50 per cento nell’ultimo decennio, è in gran parte frutto del predominio Usa nel settore del Big Tech, che in larga parte esce dalle università, dentro alle quali è sospinto dagli studenti stranieri: che sono la maggioranza nelle fiere delle start-up tecnologiche di Harvard. Trump si lamenta del surplus industriale della Cina sull’America, ma nei servizi è l’America a godere di un surplus, di cui il mondo accademico è il motore. Rallentarlo, in nome di una crociata ideologica, potrebbe assestare un duro colpo agli Stati Uniti.
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