L'Italia si trova oggi di fronte a una doppia sfida che potrebbe ridisegnare il panorama economico nazionale: da un lato i dazi minacciati dall'amministrazione Trump, dall'altro un'Europa che continua a sabotare se stessa con barriere interne anacronistiche. È il quadro che emerge dal Focus Censis-Confcooperative "L'Italia stretta tra dazi e dipendenza strategica", uno studio che quantifica i rischi per il nostro sistema produttivo.
I numeri sono impietosi: 68.280 posti di lavoro a rischio e 18 miliardi di euro di produzione che potrebbero evaporare. Stiamo parlando del 25% dell'intero export italiano verso gli Stati Uniti, un dato che dovrebbe far suonare tutti i campanelli d'allarme.
In questo balletto di annunci di Trump lo studio disegna uno scenario preoccupante per il tessuto produttivo nazionale. E le prime vittime sarebbero proprio quei settori che rappresentano l'eccellenza del Made in Italy: il food con 6.380 posti a rischio, la fabbricazione di macchinari (5.000 posti), la produzione di metalli (4.950) e il tessile-abbigliamento (4.800).
Ma l'effetto domino non si fermerebbe qui. Anche settori apparentemente lontani dal commercio internazionale subirebbero il contraccolpo, come i servizi legali e contabili (2.630 posti), dimostrando come in un'economia interconnessa nessuno sia davvero al sicuro.
Se i dazi americani rappresentano una minaccia esterna, l'Europa si sta infliggendo ferite ancora più profonde con le proprie mani. Il paradosso è evidente: mentre combattiamo il protezionismo di Trump, manteniamo barriere interne che secondo il FMI equivalgono a un dazio del 44% sugli scambi di beni tra Stati membri e del 110% sui servizi, come segnalato da Mario Draghi e dalla premier Meloni.
All'Europa continua a mancare una visione politica ed economica di sistema. Se riuscisse ad abbattere le barriere interne, la produttività aumenterebbe del 7% nel lungo periodo, riducendo il gap con l'economia americana. Un traguardo che richiederebbe però quella maggiore integrazione normativa e infrastrutturale che l'Unione continua a rimandare.
L'assenza di un mercato pienamente integrato rende l'Europa più fragile. Secondo la Bce, quando uno shock colpisce un singolo Paese dell'eurozona deve essere assorbito per il 70% dallo stato membro, negli Stati Uniti solo per il 25% per il singolo stato federale.
Per limitare gli effetti di questa duplice morsa bisogna lavorare su due fronti. Da un lato l'azione, dall'altra occorre aprire nuovi mercati, con la consapevolezza che quello statunitense non è né facile né veloce da sostituire.
Ma è anche arrivato il momento di guardare in casa propria. Prima di lamentarci dei dazi americani, dovremmo abbattere quelli europei. Prima di accusare Trump di protezionismo, dovremmo completare quel mercato unico che dopo 30 anni rimane ancora un miraggio.
Perché, alla fine, il peggior nemico dell'Europa potrebbe essere l'Europa stessa.
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