Lo strano caso di Mister C. e del goy predone

La letteratura musicale concentrazionaria nacque a Sachsenhausen; musica, teatro e danza di qualsiasi genere è stata creata in tutti i siti di detenzione, deportazione, prigionia e dovunque si creassero condizioni di perdita dei diritti civili ma a Sachsenhausen è nato il pensiero motore della teoretica musicale concentrazionaria, sistemi di catalogazione, elencazione, trasmissione del patrimonio artistico-musicale prodotto in cattività dall’apertura del famigerato gulag SLON sulle isole Solovki nel 1923 alla liberazione dell’ultimo musicista lettone da Vorkuta nel 1958.

Tutto ciò grazie al leggendario Aleksander Kulisiewicz (foto 2), prigioniero politico dalla memoria enciclopedica il quale intuì che, prima di ogni altro genere di documentazione storiografica, testo cantato e melodia sono casseforti della memoria, più attendibili di un saggio storico; nella loro sintesi contengono dati, nomi e a differenza della consueta trattazione conservano la quotidianità del lager, piccole storie che raramente passano dalle maglie della grande storia mentre costituiscono malta e mattoni delle pagine più drammatiche del XX secolo.
A fine maggio 1940 giunse a Sachsenhausen la notizia della ritirata delle truppe Alleate a Dunkerque e la loro evacuazione su barche e lance di salvataggio per guadagnare il largo dove li attendevano le fregate britanniche; la delusione per il crollo alleato e delle residue speranze di capovolgere gli esiti del conflitto dinanzi alla superiorità militare del Reich si accompagnò all’immancabile satira di scherno nei riguardi dei soldati britannici in fuga, nacque l’imitazione del gesto del rematore per deridere il britannico a gambe levate su barche di fortuna e che, con ben diverso significato, abbiamo visto negli ultimi Mondiali di calcio da parte dei tifosi norvegesi che mettevano in scena il popolare rowing o nella loro lingua “å ro”.

Sull’accattivante slow-foxtrot Czarny Jim di Henrik Wars, Kulisiewicz scrisse Mister C. laddove il misterioso C. protagonista della canzone è Winston Churchill (foto 3), il primo ministro britannico amante dei sigari che, tra la caduta della Francia e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti, incarnò l’ultima speranza dell’Europa di sconfiggere i tedeschi; Mister C. fu eseguita per la prima volta durante una serata musicale clandestina nel Block 3 di Sachsenhausen durante la quale furono messe in scena in diverse lingue le satire antifasciste più taglienti e oscene, nell’ultima strofa della canzone partiva il famigerato rowing di scherno sussurrando a ritmo di remo la parola “Dunkerque”.
Nella canzone è altresì citata in codice l’espressione “Vento dell’Est” che alludeva a un possibile, auspicato aiuto da parte dell’Unione Sovietica nonostante il patto di non aggressione tra Hitler e Stalin fosse all’epoca ancora in vigore; nel testo vengono abilmente mescolate le lingue tedesco e polacco e a un certo punto Kulisiewicz definisce Hitler «un führer così terribilmente grande, un goy-predone coi baffetti […] un popolo ebete gli urla: Heil! (“Taki straśnie wielgi führer, taki z pędzlem räuber-goj […] blödes Volk mu ryczy: Heil!)» laddove il Führer viene etichettato quale räuber-gojgrazie al sapiente uso del termine ebraico e yiddish “goj”, il non-ebreo per eccellenza.
Indubbiamente il lager inventò un lessico concentrazionario, una Lagersprache fisiologica conseguenza di inevitabili commistioni di lingue sulle quali aleggiava come spettro la lingua del nemico tedesco, si spaziava dal Lagerue usato dalle prigioniere italiane a Birkenau (riferito al Lagerruhe, il suono di sirena serale) allo häftlinků dei cechi (riferito allohäftling, detenuto civile); yiddish, ladino, s’faradi e altre sublingue ebraiche, poi, non fanno testo essendo esse stesse frutto di elevata contaminazione linguistica che in ghetti e lager tendono persino ad arricchire notevolmente il proprio lessico assimilando inediti contesti sociali e ambientali.
Ebrei e non, il lager offrì a chiunque la possibilità di esorcizzare il Reich con lingua, gesti, parole e – ovviamente – musica; in un’altra canzone di Sachsenhausen, Kulisiewicz declama con macabro sarcasmo che nel lager si sta così bene che si potrebbe marcire lì anche cent’anni (“W kacetusiu straśnie miło […] tu i sto lat by się gniło”), accompagnando l’annuncio con il ritornello scandito al passo di valzer e uno jodel tirolese parodistico esibendo a fine canzone il saluto nazista Heil! con il braccio destro teso che in pochi secondi si trasforma nel classico gesto dell’ombrello accompagnato spavaldamente da un potente e sguaiato fischio stile scaricatore di porto.
Gesti molto pericolosi, si poteva finire dinanzi a un plotone d’esecuzione per molto meno; ma il lager era anche questo, un grottesco sberleffo contro la morte e i suoi galoppini gestito a suon di musica e che si attenua soltanto un pochino dinanzi all’Altissimo al quale, in un canto nato nel Lazarett di Sachsenhausen, si implora con humor molto ebraico: “Padre nostro, dacci una breve agonia, sgozzaci o sparaci Tu stesso!”.
Il genio della musica Ludwig van Beethoven affermò che uno dei suoi ultimi capolavori, la monumentale 9. Sinfonie op.125 (quella dell’Inno alla Gioia, per intenderci), gli balenò nel cervello tutta quanta e con tutte le note chiare e distinte al loro posto…in appena 30 secondi; è un’affermazione che potrebbe lasciare chiunque incredulo se si ignora il modo di funzionare del tempo e del cervello di un musicista, entrambi operativi in modalità circolare anziché lineare.
Non stiamo ricordando qualcosa accaduta 80 anni fa, la stiamo rivivendo in una sorta di streaming fatto di codici musicali fissati sul pentagramma.
La musica è un teatro diffuso della Storia dove palcoscenico e platea tendono a fondersi al punto da non distinguere più chi suona e chi ascolta; a Sachsenhausen lo sapevano sin troppo bene.
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