lunedì 11 agosto 2025

E' più facile che Trump riesca a portare Zelensky in Alaska, CHE IL CENTrO DESTRA si accordi sul CANDIDATO PER LE REGIONALI IN VENETO (da Lettera43)

 

Veneto, la svolta di Salvini sulla lista Zaia e il futuro in bilico del Doge

A Ferragosto Donald Trump potrebbe portare Volodymyr Zelensky al vertice con Vladimir Putin in Alaska, dopo tre anni e mezzo di guerra. Ma, dopo due riunioni e diversi mesi di discussione, in Italia il centrodestra non avrà ancora il candidato alla presidenza della Regione Veneto, che, entro il 23 novembre, dovrà avviare la nuova fase dopo 15 anni di dominio di Luca Zaia. Impossibilitato quest’ultimo a correre, per il blocco del terzo mandato ai governatori, i leader di Fratelli d’ItaliaForza Italia e Lega non hanno ancora chiuso sul nome da proporre, né su chi si aggiudicherà la candidatura nell’unica Regione in cui si attende un’affermazione netta della coalizione della prossima tornata elettorale. La situazione di stallo è stata confermata da Matteo Salvini, che si è collegato sabato con la riunione a porte chiuse del consiglio della Liga veneta. Con Giorgia Meloni e Antonio Tajani «non c’è l’accordo sul nome né su chi spetterà la candidatura», ha confermato il segretario leghista. «Se avessimo una intesa di massima avreste già un nome», ha aggiunto, confermando che per il Carroccio mantenere la candidatura in Veneto, contesa anche da FdI e FI, rappresenta una sorta di “linea del Piave”.

I calcoli della Lega con Zaia: dai 10 ai 12 consiglieri in più

Da quanto emerso durante il direttivo regionale, la novità è però che Salvini avrebbe cambiato idea sulla lista Zaia. Non che abbia sollevato lui il tema, anzi non ne ha proprio parlato durante il suo intervento introduttivo. Stando a quanto riferito a Lettera43 da chi ha partecipato alla riunione, è stato ancora una volta il governatore uscente a elencare tutti i vantaggi di presentare una lista civica a suo nome, eventualità finora osteggiata dai partiti della coalizione (per l’evidente rischio che una lista di quel tipo possa drenare consensi, togliendoli a quelle di partito). «Come Liga possiamo ambire ad avere otto, massimo 10 consiglieri, e rischiamo di avere un presidente eletto con una maggioranza fragile», ha ammonito Zaia. «La mia lista invece porterebbe in dote alla Lega e al centrodestra dai 10 ai 12 consiglieri in più», ha sottolineato.

Luca Zaia con Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Lo spettro della corsa solitaria agitato da Salvini

E qualcosa deve essere cambiato – forse i sondaggi commissionati nelle settimane scorse – perché per la prima volta Salvini si è detto disponibile a perorare la causa con gli alleati. Disponibilità certificata nero su bianco in una nota fatta diffondere al termine della riunione in cui il capo di via Bellerio si è spinto a evocare, per la Lega, lo spettro della corsa solitaria, parlando della disponibilità raccolta da «158 candidati pronti a correre per tre liste».

Il candidato sarà il 32enne leghista Alberto Stefani?

Nessuno, nella coalizione, pensa realmente che il segretario leghista possa spingersi verso questa ipotesi. Ma l’irrigidimento delle posizioni denota un cambio di strategia da parte leghista. Finora tutta l’attenzione di Salvini è stata incentrata sul tentativo di cercare di non polemizzare con gli alleati del centrodestra. Tanto che dalle parti di Palazzo Balbi i suoi sforzi nel perorare la causa dell’eliminazione del blocco del terzo mandato sono stati giudicati a tratti troppo blandi. È vero che in Veneto si dà ormai per scontato che si voterà insieme con Puglia e Campania nell’ultima data utile, il 23 novembre, e quindi c’è tempo fino al 23 ottobre per presentare le liste. Ma se il candidato sarà, come desiderano i salviniani, il 32enne leghista Alberto Stefani, più tempo avrà per farsi conoscere meglio sarà. E si spiega quindi l’improvvisa fretta dei leghisti: dopo la pausa estiva, passato Ferragosto, bisogna cominciare subito a costruire la candidatura.

Alberto Stefani (foto Imagoeconomica).

Per il Doge possibile futuro da sindaco di Venezia

Durante la riunione del direttivo veneto, riferiscono le stesse fonti a L43, è stato poi deciso che Zaia si candiderà capolista, della sua lista nel caso vi fosse un via libera, o della lista Lega in caso contrario. È stato lo stesso Zaia a garantire questo impegno nel suo intervento alla riunione. Ma qui si apre l’altro nodo non ancora completamente sciolto e collegato al dossier: il futuro del Doge. Le ipotesi sul campo, di cui Zaia ha parlato anche in un colloquio privato con Meloni, a metà giugno, sono diverse. A primavera scade il mandato di Luigi Brugnaro come sindaco di Venezia. E al leghista non dispiacerebbe affatto traslocare da Palazzo Balbi a Ca’ Farsetti. Zaia non lo nasconde, anche se preferisce non parlare del suo futuro apertamente. E un segnale in questo senso sono le recenti interviste tutte concentrate sul futuro della città lagunare.

Luigi Brugnaro e Luca Zaia (foto Imagoeconomica).

Fa gola anche il ministero di Lollobrigida…

Le altre ipotesi di cui si è parlato in coalizione rispetto al futuro di Zaia prevedono, da una parte, un’uscita dalla politica di governo, come un ruolo in una partecipata di Stato, o, dall’altra, la candidatura alle suppletive alla Camera o al Senato per subentrare a Stefani o a Raffaele Speranzon, se il candidato in Veneto dovesse andare a Fratelli d’Italia. Ma Zaia si sentirebbe stretto in un ruolo che non vede adatto a lui. E non è tanto il tema, spesso usato dai suoi detrattori, di una ipotetica reticenza a un rientro a Roma, dove manca attivamente dal 2010. Perché, invece, il governatore leghista – e di questo ne ha parlato con la premier – nella capitale ci verrebbe a nuoto circumnavigando la penisola se gli offrissero il ministero dell’Agricoltura, attualmente occupato dal meloniano Francesco Lollobrigida.

Francesco Lollobrigida e Luca Zaia, in primo piano (foto Imagoeconomica).

Ma servirebbe il passo indietro di un altro leghista

Un altro dicastero che non dispiacerebbe a Zaia è quello di Adolfo Urso, Imprese e Made in Italy. A quel punto Meloni dovrebbe proporre a Salvini di lasciare a FdI un posto di rilievo attualmente occupato da un leghista nella squadra di governo. Non sono molte le possibilità, essendo intoccabili Giancarlo Giorgetti all’Economia e Salvini stesso ai Trasporti: rimarrebbe giusto l’Istruzione dove siede Giuseppe Valditara, escludendo dalla partita i ministeri senza portafoglio di Roberto Calderoli (Affari Regionali e Autonomie) e Alessandra Locatelli (Disabilità). Ma l’entusiasmo manifestato più volte da Meloni a Zaia rispetto a un suo eventuale ingresso nella compagine di governo si scontra con la nota ritrosia della presidente del Consiglio ad apporre cambiamenti così vistosi nella squadra.

Giuseppe Valditara e Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Meloni non vuole dar vita a rimpasti di governo

Se c’è una cosa che Meloni non vuole – così attenta alle scadenze e ai record di durata – è un rimpasto che dia vita a un Meloni II. E quindi Zaia potrebbe doversi “accontentare” di Venezia. Forse il leghista si è ormai rassegnato all’idea. Ed è per questo che con i suoi, in privato, sembra ormai tifare per un candidato di FdI in Veneto. Sarebbe meno difficile, poi – manuale Cencelli alla mano – aggiudicarsi la corsa in laguna.

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