Il 13 aprile, a Bruxelles, sarebbero potuto essere bianco o nero. Sarebbe potuta essere un'Europa tornata di nuovo a 27 o un'Unione di fatto monca, con l'Ungheria con un piede e mezzo fuori.
Si sapeva che la conferma di Viktor Orban, o la sua sconfitta, avrebbero avuto effetti deflagratori che sarebbero andati ben oltre i confini del Paese mitteleuropeo, incidendo su dossier cruciali come l'allargamento all'Ucraina, il prestito da 90 miliardi per Kiev, il futuro bilancio pluriennale.
L'Ue e le elezioni in Ungheria
Ci sono due aspetti che si intersecavano nelle elezioni sulle rive del Danubio. Uno strettamente politico, e riguarda il futuro del sovranismo europeo. L'altro legato alla gestione degli affari comunitari. L'ultimo Consiglio europeo, a fine marzo, ha sancito formalmente il veto di Ungheria e Slovacchia al prestito per Kiev, dopo che entrambi avevano dato via libera a dicembre.
Per il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa si è trattato di un passo grave, che è andato a minare il principio di leale collaborazione tra i 27. A Bruxelles hanno però deciso di attendere il voto del 12 aprile prima di qualsiasi contromisura. Hanno accantonato temporaneamente la strada dei prestiti bilaterali, che avrebbe certificato la sconfitta dell'Ue come organismo unitario. E hanno evitato di evocare il bazooka dell'articolo 7 dei Trattati, che toglie il diritto di voto a un Paese membro all'interno del Consiglio.
Magyar e il futuro dell'Europa
Peter Magyar, lo sfidante di Orban, è un politico legato a doppio filo con il Ppe. Potrebbe puntare tutto su difesa e aiuti a Ucraina, musica per le orecchie di Ursula von der Leyen. Ma il ruolo di Magyar andrebbe ben oltre la sua strategia politica. Con Orban fuori dai giochi verrebbe meno il tramite tra l'America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. Cadrebbe la punta di diamante dell'asse di Visegrad, che oggi può contare anche sul ceco Andrej Babis e sullo slovacco Robert Fico. A Bruxelles si dicono fiduciosi che, con un Ungheria tornata nei ranghi, anche il potere di veto di Bratislava e Praga venga nettamente ridimensionato. E poi c'è lo scenario strettamente politico. Dopo anni di costante ascesa, la sconfitta di Orban sarebbe il primo vero passo falso del sovranismo europeo. I segnali, dalla Danimarca all'Olanda, ci sono già stati. Il riverbero del voto magiaro avrebbe ben altra ampiezza.
Lo stesso leader del Ppe, Manfred Weber, potrebbe avere qualche difficoltà in più nel collaborare con il gruppo dei Patrioti - dove milita Fidesz - all'Eurocamera. La fine dell'era di Orban sarebbe inoltre una dura risposta al trumpismo e a un'America che, nel Vecchio Continente, un numero crescente di persone vede ormai ostile. A Palazzo Berlaymont nessuno lo dice a taccuini aperti, ma in tanti sognano anche questo. E il risultato del voto ungherese sembra dare loro i segnali sperati.
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