giovedì 16 aprile 2026

Giù le mani da Marina Berlusconi (da Il Riformista di Anna Paola Concia). Anche da Marina 'proprietaria' di FI che comanda il partito a suon di fideiussioni bancarie? Su questa Marina è consentito 'mettere le mani' ( P.A.)

 

Giù le mani da Marina Berlusconi. E non lo dico da donna di destra. Ma come si permettono? In Italia una donna non fa in tempo ad affacciarsi nello spazio pubblico che viene subito bersagliata con un’aggressività sproporzionata. Nel caso di Marina Berlusconi si aggiunge un elemento ulteriore: un riflesso pavloviano, quasi condizionato, legato al cognome che porta.

Il nome Berlusconi continua a provocare in certi ambienti una reazione automatica. Marina lo ha scritto con chiarezza: c’è un’ossessione. E ha ragione. Una parte della cultura politica e mediatica italiana è cresciuta contro Silvio Berlusconi, costruendo identità, fortune e carriere sull’opposizione permanente alla sua figura. Oggi quel bersaglio non c’è più. Ma appena il nome Berlusconi torna a sfiorare il dibattito pubblico, anche in forme del tutto diverse, scatta lo stesso meccanismo. Marina non è il padre, non fa politica come il padre, non usa i toni del padre. Eppure basta la sua presenza per riattivare antichi automatismi. Sembra quasi nostalgia dell’avversario perduto. Con una differenza sostanziale: contro di lei emerge qualcosa di ancora più sgradevole. Non solo ostilità politica, ma un sottotesto misogino. La parola giusta è: cavernicolo. Una mentalità arcaica che fatica ad accettare donne autorevoli, autonome, influenti. Marina Berlusconi incarna esattamente questo profilo: una donna di potere economico e culturale, alla guida del maggiore gruppo editoriale italiano. Non una figura simbolica, ma una protagonista reale. Ed è proprio questo che disturba alcuni.

Il dissenso verso le sue idee è legittimo. Il tentativo di ridurla a caricatura no. Il fenomeno, del resto, non riguarda solo lei. Accade a Giorgia Meloni, accade a Elly Schlein, accade a ogni donna che occupi uno spazio visibile. Posizioni opposte, storie diverse, ma ritroviamo lo stesso trattamento. Cambiano i bersagli, resta identico il metodo. Quando una donna emerge, spesso non si discute ciò che dice ma come appare. Si commentano l’età, il corpo, il tono di voce, l’abbigliamento, il carattere. Se è determinata è aggressiva, se è prudente è debole, se è elegante è frivola, se è riservata è fredda. Un catalogo di stereotipi che agli uomini viene largamente risparmiato. Nessuno apre un profilo di Mario Draghi o Mario Monti soffermandosi sul fisico, sugli anni, sulla palestra o sul guardaroba. Per le donne invece questi elementi diventano spesso il primo filtro di giudizio. È un modo per spostare il confronto dal merito alla superficie. E così si fa per Marina Berlusconi si è insistito su dettagli irrilevanti: l’età, la forma fisica, lo stile di vita. Come se una donna di sessant’anni dovesse giustificare il fatto di essere in forma, lavorare, parlare, contare. Come se la cura di sé fosse una colpa o una frivolezza.

Il punto vero è un altro: Marina Berlusconi interviene nel dibattito pubblico parlando di libertà, diritti, liberalismo, Europa. Lo fa spesso con accenti non allineati, talvolta critici anche verso il centrodestra. Si può essere d’accordo o no. Ma il confronto dovrebbe misurarsi sulle idee, non su pregiudizi di genere. Le donne di potere, evidentemente, fanno ancora paura. Per questo si tenta di ridimensionarle, ironizzarle, sminuirle. È una tecnica antica: colpire la persona quando non si vuole affrontare il contenuto. In Italia questo vizio resiste più del dovuto ed è stato amplificato dai social, dove l’insulto rapido sostituisce spesso l’argomento. Ma il problema non nasce online: viene da lontano. È culturale prima ancora che politico. Ancora troppe donne si trovano ad affrontare le forche caudine appena si espongono. Quelle che quasi nessun uomo conosce nella stessa misura. Finché non si spezzerà questo schema, continueremo a parlare di leadership femminile come di un’eccezione, invece che di una normalità democratica.

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