mercoledì 15 aprile 2026

Extraprofitti. E' ora di tassarli, intanto quelli delle compagnie petrolifere (da Il Messaggero)

 

Trenta milioni di dollari l’ora: chi sta guadagnando davvero dalla guerra (grazie al petrolio)© Ansa

Trenta milioni di dollari all'ora: secondo un'analisi del Guardianle grandi compagnie petrolifere stanno traendo enormi profitti dalla guerra a spese dei consumatori. I principali gruppi mondiali del petrolio e del gas stanno accumulando guadagni enormi grazie alla guerra, mentre consumatori e imprese si trovano a sostenere costi sempre più elevati. Secondo le stime, i Paesi e le aziende più legati ai combustibili fossili –-tra cui Arabia Saudita, Russia e i colossi energetici globali - potrebbero ottenere fino a 234 miliardi di dollari di entrate aggiuntive entro la fine del 2026.

Nel primo mese del conflitto tra Stati UnitiIsraele e Iran, le 100 maggiori compagnie del settore avrebbero incassato oltre 30 milioni di dollari all’ora in profitti straordinari. Tra i principali beneficiari figurano giganti come Saudi Aramco, Gazprom ed ExxonMobil.

L’aumento delle tensioni ha spinto il prezzo del petrolio intorno ai 100 dollari al barile già a marzo, generando circa 23 miliardi di dollari di extra-profitti. Poiché il ritorno ai livelli produttivi precedenti richiederà tempo, il mantenimento di prezzi elevati potrebbe tradursi in centinaia di miliardi di guadagni aggiuntivi entro fine anno.

Questi dati, elaborati da Global Witness su base Rystad Energy, evidenziano come tali profitti derivino in larga parte dall’aumento dei costi sostenuti da cittadini e imprese: carburanti più cari, bollette energetiche più pesanti e un generale aumento del costo della vita. In molti Paesi, tra cui Italia, Brasile e Sudafrica, i governi sono intervenuti riducendo le accise sui carburanti per alleggerire la pressione sui consumatori, rinunciando però a risorse utili per i servizi pubblici.

Pressioni per una tassa sugli extraprofitti

Di fronte a questa situazione cresce il dibattito sull’introduzione di imposte straordinarie sugli utili generati dalla crisi. A livello europeo, diversi ministri delle finanze hanno chiesto misure in tal senso, sottolineando la necessità di redistribuire parte di questi guadagni per sostenere famiglie e imprese e contenere l’inflazione. Nel frattempo, la spesa dell’Unione Europea per l’importazione di combustibili fossili è già aumentata sensibilmente dall’inizio del conflitto.

Tra i principali vincitori di questa fase c’è Saudi Aramco, che potrebbe registrare decine di miliardi di dollari di guadagni aggiuntivi. Anche le grandi compagnie russe - Gazprom, Rosneft e Lukoil - beneficiano dell’aumento dei prezzi, contribuendo indirettamente alle entrate della Russia, cresciute in modo significativo grazie alle esportazioni energetiche. Le major occidentali non sono da meno: ExxonMobil, Shell e Chevron vedono crescere sia i profitti sia il valore di mercato, spinti dall’impennata dei prezzi dell’energia. In alcuni casi, anche i vertici aziendali hanno beneficiato direttamente della situazione, vendendo azioni a valori particolarmente favorevoli.

Uno choc destinato a durare

Secondo diversi osservatori internazionali, l’impatto della guerra sul mercato energetico globale sarà profondo e prolungato. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas rappresenta un ulteriore segnale della fragilità di un sistema ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili. Organismi internazionali e analisti sottolineano come questa dipendenza esponga Paesi e cittadini a crisi improvvise, rincari e instabilità geopolitica. Al contrario, lo sviluppo delle energie rinnovabili viene indicato come uno strumento fondamentale per ridurre tali rischi e garantire maggiore sicurezza energetica. Il settore petrolifero, del resto, resta da decenni tra i più redditizi al mondo, con profitti medi annuali enormi e il supporto di ingenti sussidi pubblici. Le crisi globali, come dimostrano gli eventi recenti, tendono a rafforzarne ulteriormente i margini.

Il nodo della transizione energetica

Molti esperti ritengono che le entrate straordinarie generate in queste fasi dovrebbero essere utilizzate per accelerare la transizione verso fonti energetiche più sostenibili, anziché consolidare la dipendenza da petrolio e gas. Finché trasporti, industria e sistemi di riscaldamento resteranno legati ai combustibili fossili, le economie continueranno a essere vulnerabili agli shock dei prezzi internazionali, indipendentemente dall’origine delle forniture.

Al contrario, gli investimenti in energie rinnovabili stanno già mostrando effetti concreti: nei Paesi che hanno aumentato la produzione da fonti pulite, l’impatto dei rincari risulta più contenuto, con risparmi significativi sulle importazioni di gas. Di fronte a questa crisi, i governi si trovano a dover bilanciare interventi immediati per contenere i costi e strategie di lungo periodo per ridurre la dipendenza energetica. La sfida è duplice: proteggere cittadini e imprese nel breve termine e, allo stesso tempo, costruire un sistema energetico più stabile, autonomo e meno esposto alle tensioni internazionali.

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