mercoledì 7 gennaio 2026

Trump, Putin, Netanyahu porteranno il mondo alla catastrofe - seconodo Walter Massa, presidente ARCI ( da L'Unità, di Umberto De Giovannangeli)

 

netanyahu-trump-putin

Il 2026 si apre con l’attacco degli Usa a Caracas e l’arresto del presidente Maduro e della moglie. È la dottrina “Monroe”. L’ordine della prepotenza annienta il diritto internazionale.

Quello che è accaduto in Venezuela nelle ultime ore è di una gravità spaventosa, non solo per il popolo venezuelano ma per l’intero sistema delle relazioni internazionali. E dunque per il mondo intero. L’uso diretto della forza in suolo straniero, l’arresto di un capo di Stato, l’idea che una potenza possa intervenire ovunque ritenga minacciati i propri interessi, segnano un ulteriore passo verso la dissoluzione del diritto internazionale. A farlo, aggiungo senza ipocrisie, è il governo degli Stati Uniti, il paese che i nostri media continuano ancora a definire “la più grande democrazia del mondo”. La gravità sta anche nel fatto che non siamo davanti a un’eccezione, ma a una tendenza ormai strutturale: la normalizzazione della prepotenza come criterio di governo del mondo. Vale per gli Stati Uniti, per la Russia, per Israele e domani varrà per la Cina, che certamente non resterà a guardare. E poi, via via, per tutti coloro che si sentiranno abbastanza forti da imporsi sul vicino di casa o sul nemico. È un paradigma che abbiamo già conosciuto nella storia, ma che oggi viene esplicitato senza più maschere. Quando il diritto viene sostituito dalla forza, nessuno è davvero al sicuro.

Oggi il Venezuela domani potrebbe accadere a tutti. Trump, annota Lucio Caracciolo, ha abolito la sovranità nazionale.

È una lettura che coglie nel segno. La sovranità nazionale viene evocata solo quando serve a giustificare chiusure, muri, politiche autoritarie all’interno. Il nostro Paese ne è un esempio evidente. Sul piano internazionale, invece, viene svuotata, calpestata, resa negoziabile in base ai rapporti di forza. Il messaggio che arriva dalle nuove autocrazie è chiarissimo: esistono Paesi di serie A – i nostri e quelli dei nostri alleati – e Paesi a sovranità limitata, tutti gli altri. Popoli che possono decidere del proprio futuro e popoli che devono adeguarsi. Questo è il vero punto politico della vicenda venezuelana, al di là di Maduro e del suo governo. Non a caso oggi chi si sente il nuovo capo del mondo parla disinvoltamente di Groenlandia, Messico, Colombia, persino di Cuba, ridotta alla fame da settant’anni di embargo statunitense. È una regressione pericolosissima, che alimenta instabilità, conflitti e una spirale di violenza sempre più difficile da fermare.

Ieri il Cile, oggi il Venezuela. Per gli Usa il Sudamerica resta il cortile di casa. Trump pensa questo e per questo pensa che l’Ucraina sia il cortile di casa di Putin. Una lettura maliziosa?

Non direi maliziosa, piuttosto coerente anche se non tutto ciò che è accaduto è sempre paragonabile a ciò che accade oggi. Se si accetta l’idea che alcune potenze abbiano “zone di influenza” legittime, allora tutto diventa giustificabile: colpi di Stato, invasioni, interventi militari, repressioni. Sempre a discapito della democrazia, anche dove esiste ed è radicata. Il problema non è solo Trump, Putin o Netanyahu. Il problema è una cultura politica che considera la forza come strumento ordinario di regolazione dei conflitti e che cancella il principio dell’autodeterminazione dei popoli. È per questo che, come Arci, continuiamo a dire che Ucraina, Palestina e America Latina non sono questioni separate, ma capitoli di una stessa crisi globale. O si difende il diritto internazionale sempre, oppure lo si perde ovunque. E in tutto questo l’Europa ha una responsabilità enorme: perché non è solo assente, è subalterna. Ha rinunciato a essere un soggetto politico autonomo e ha accettato di ridursi a spazio economico e militare, incapace di iniziativa diplomatica e di visione. Come si può commentare ciò che è accaduto in Venezuela richiamandosi genericamente al diritto internazionale, come ha fatto la presidente della Commissione? In quale universo parallelo vive Ursula von der Leyen?

La Palestina è uscita dai radar mediatici, come se non si continuasse a morire a Gaza e in Cisgiordania, ma in Italia l’attenzione è tutta concentrata sui presunti finanziamenti ad Hamas.

È una rimozione colpevole. A Gaza, in Cisgiordania, in Ucraina si continua a morire ogni giorno. Cambiano i riflettori, ma non cambia la realtà delle bombe, delle vittime civili, della distruzione sistematica. Il racconto pubblico si restringe, si sposta su singoli casi, per evitare di affrontare la questione centrale: l’assenza di una politica alternativa alla guerra. Un’assenza che riguarda tutti: governi nazionali, istituzioni internazionali, Unione Europea compresa. L’attenzione ossessiva del governo italiano sulle indagini in corso sui finanziamenti a tre associazioni palestinesi è parte di questa strategia. Serve a delegittimare un movimento di solidarietà ampio, popolare, trasversale, che per mesi è stato incontrollabile. È una tecnica già vista: spostare il fuoco dalla tragedia umanitaria alla criminalizzazione di chi protesta. Come Arci non abbiamo accettato e non accetteremo questa narrazione. Continuiamo a stare dalla parte dei diritti del popolo palestinese e di quello ucraino, senza ambiguità. Senza farci intimidire.

Il mondo solidale e pacifista è nel mirino della destra e non solo. Il “caso Hannoun viene brandito per criminalizzare chi ha manifestato contro il genocidio a Gaza. Come presidente dell’Arci si sente sotto accusa?

È evidente che c’è un tentativo di intimidazione politica e culturale. Non riguarda solo l’Arci, ma un intero campo di società civile: associazioni laiche e cattoliche, movimenti, Ong, sindacati, cittadine e cittadini. Non ci sentiamo sotto accusa e non abbiamo alcuna intenzione di scusarci. Sentiamo invece una grande responsabilità. Non accetteremo che la solidarietà venga trasformata in sospetto, che la critica alla guerra venga equiparata alla complicità con il terrorismo. È un terreno scivoloso che il nostro Paese ha già conosciuto e che continueremo a respingere, perché riguarda la qualità stessa della nostra democrazia.

Si tagliano le spese sociali, aumentano quelle per gli armamenti. Papa Leone XIV ha parlato di pace “disarmata e disarmante”.

Quelle parole colpiscono perché vanno al cuore del problema. L’aumento delle spese militari non è inevitabile: è una scelta politica precisa, che sottrae risorse a welfare, scuola, sanità, cultura. La retorica della sicurezza serve a giustificare un modello di sviluppo fondato sulla guerra e sull’industria bellica. Come Arci pensiamo l’opposto: la sicurezza vera nasce dalla giustizia sociale, dai diritti, dalla cooperazione tra i popoli. Parlare oggi di pace “disarmata e disarmante” è un atto profondamente politico. Così almeno intendo le parole del Pontefice.

Il 2026 si preannuncia impegnativo. Quali i propositi dell’Arci e cosa chiede alla sinistra?

Continueremo a fare ciò che facciamo da quasi settant’anni: tenere insieme partecipazione, cultura, solidarietà e conflitto sociale. Rafforzare territori, anche quelli più dimenticati, circoli, reti internazionali, dare voce a chi non ce l’ha. Non è impresa facile soprattutto di questi tempi, non tanto perché non emerga il bisogno, non solo per l’incapacità ad intercettarlo ma anche in Europa, negli USA e in Israele la nuova dottrina bellica prevede il restringimento dello spazio civico, sia sul piano legislativo con restrizioni sempre più illiberali come le richieste di Israele alle Ong per poter operare a Gaza, sia sul piano economico. E’ bene denunciare che sia nel 2025 e anche nel 2026 i tagli dell’amministrazione USA ai fondi UsAid si stanno ripercuotendo anche sul nostro paese, limitando la nostra azione e il nostro lavoro associativo. Alla sinistra – ma forse più a chi ha a cuore la democrazia, il diritto internazionale e la Costituzione – chiedo una cosa semplice e difficile: tornare a parlare di pace, di uguaglianza, di diritti sociali senza inseguire l’agenda della paura e senza ambiguità. E a noi cittadine e cittadini europei, vorrei chiedere di avere la consapevolezza che è necessario un nuovo patto europeo che nasca da città, territori, associazioni, movimenti, cultura. un patto nuovo che guarda anche a sud al Mediterraneo e che prova finalmente a fare i conti con la visione neocolonialista che ci sta attraversando. Un patto che non può nascere nei palazzi, ma dalle società vive, da chi ogni giorno tiene insieme diritti, convivenza e pace nei territori. Un’Europa sociale e di pace, non una potenza armata, divisa e senz’anima.  O si ricostruisce un orizzonte alternativo alla guerra permanente, oppure si diventa subalterni a un mondo sempre più ingiusto e violento.

Nessun commento:

Posta un commento