Qualunque teatro del mondo, in qualunque momento, gli aprirebbe le porte; questa volta è stato lui a sceglierlo, dove ad ascoltarlo ci sarà un pubblico che in larga parte neppure lo conosce. Sabato Riccardo Muti porta la sua Orchestra Cherubini nel teatro del carcere di Opera; con loro il coro La Nave di San Vittore, composto da detenuti e alcuni volontari che li seguono, cui si uniranno gli Ex Scaligeri di buona volontà e il soprano Rosa Feola, per spaziare da Vivaldi al Va’ pensiero e l’Ave Maria dall’Otello.
Maestro, perché?
«Con l’iniziativa Vie dell’amicizie del Ravenna Festival avevamo iniziato a suonare in situazioni di grave disagio; nel 1997 andammo a Sarajevo con aerei militari, suonammo in uno stadio ristrutturato per l’occasione, uno scrittore che collaborava con un giornale clandestino pubblicò un articolo in cui ci ringraziava perché avevamo ridato dignità alla madre, che era venuta allo stadio e aveva pianto di commozione. Un conto è suonare per una buona causa tra un pubblico selezionato, un altro è suonare davanti a chi vive quel disagio. Da qui nasce l’idea di suonare nelle carceri, dapprima a Ravenna, quindi a Bollate e nelle carceri minorili di Chicago».
Che esperienza è stata?
«Mi ha segnato nel profondo. All’inizio vieni guardato con sospetto, percepisci la domanda “che vuole questo da noi?”, però stranamente c’è sempre un silenzio curioso — ricordo che, quando a Molfetta, in terza media, ci portavano a teatro, capitava che facessimo una tale caciara da costringere gli attori a implorarci di farli almeno terminare in qualche modo —. Via via che suonavo al pianoforte e raccontavo, come a Bollate, o a Chicago, dove riecheggiavano le note di Macbeth, i ragazzi erano sempre più colpiti, coinvolti. Ho toccato con mano come, a parte casi clinici, non c’è nessuno di irrecuperabile: possono aver ucciso e commesso crimini orribili, ma se gli si pone davanti, nel modo giusto, una bellezza, hanno un cuore che la sa riconoscere e può ancora palpitare per essa. Anche perché non di rado i veri colpevoli siedono impuniti su comode poltrone, queste persone sono vittime che hanno trovato un modo sbagliato per sopravvivere».
Com’è stato trovarsi davanti un pubblico che non la tratta come un mito vivente?
«Mi sembrava di essere tornato ai tempi del ginnasio o delle medie. Potevo essere totalmente me stesso, non percepivo nessuna attesa, nessuna aspettativa, per cui tutto poteva svolgersi nel modo più semplice e naturale possibile».
Come li ha conquistati?
«Non cercando lo show. Mi ha colpito, penso soprattutto ai ragazzi di Chicago, come non fossero presi dalle musiche più scintillanti — country, jazz, rap — ma da quelle più profonde. Quando abbiamo portato Macbeth, alcune ragazze detenute hanno letto dei passaggi di Shakespeare: pagine che, parlando di loro, destavano una comprensione profonda; anche a Opera alcuni detenuti leggeranno dei loro testi».
Ha poi parlato con loro?
«Sempre. Il momento delle domande è bellissimo; quando abbiamo portato dei ragazzi di Chicago in teatro, all’intervallo li ho incontrati e abbiamo discusso. Fanno domande profonde, talvolta anche divertenti. La prima che mi hanno rivolto nel carcere minorile maschile è stata: “Quanto guadagni?”».
Glielo ha detto?
«Prima gli ho spiegato quante ore passo, ogni giorno, alla mia età, a studiare e ristudiare le partiture».
Davanti a tanto bisogno, non si sente impotente?
«No. Più che un senso di impotenza ho sentito la necessità di fare di più per queste persone».
A Opera hanno creato un laboratorio di liuteria: suonerete gli strumenti fabbricati dai detenuti...
«Col legno dei barconi affondati: legni di morte che diventano strumenti di bellezza».
L’opera che allestirebbe in carcere?
«Simon Boccanegra. Verdi gli fa dire: “E vo gridando: pace! E vo gridando amor”. Ne abbiamo bisogno tutti».
Sabato alle 18 Riccardo Muti porta la sua Orchestra Giovanile Cherubini nel carcere di Opera. Dirigerà anche il coro composto da detenuti e volontari dell’Asso-ciazione Amici della Nave, a cui si uniscono coristi del gruppo «Ex Scaligeri di buona volontà». L’orchestra imbraccerà gli strumenti fabbricati dai detenuti con il legno dei barconi dei migranti. In scaletta il Concerto in La maggiore per archi e cembalo di Vivaldi e varie pagini operistiche di Verdi, dalla Sinfonia e dal «Va’ pensiero» del «Nabucco» all’Ave Maria da «Otello».

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