Il giorno dopo, un popolo senza più certezze si è risvegliato contando i morti per terra e i barattoli di cibo nella dispensa. Nei quartieri più centrali di Caracas si fa la fila ai supermercati per accaparrarsi qualsiasi cosa e prepararsi al peggio, nonostante nessuno sia in grado di dare una definizione precisa a questo peggio: se un regime incattivito e impaurito ma rimasto in piedi, oppure un Paese controllato da Donald Trump che quando parla del petrolio venezuelano dice «il nostro petrolio».
Quale sia la risposta si vedrà a breve, ma intanto i chavisti rispondono in massa alla chiamata d’orgoglio fatta dal governo: affollano plaza La Candelaria e l’avenida Urdaneta nella capitale, organizzano messe per il presidente catturato, urlano il nome di Maduro, vogliono l’immediato rilascio. Gli altri stanno chiusi in casa. L’opposizione che spera nel cambiamento, non festeggia, non può. Il blitz di Trump non ha unito il Paese spaccato.
Alcune delle vie più chiassose di Caracas sono mute. Manca l’acqua e l’elettricità nei quartieri attorno a Fuerte Tiuna, il compound da cui Maduro e la moglie sono stati prelevati. Gruppi di giovani vanno a ricaricare i telefonini nelle stazioni della metro. «Temo che ci sarà un’esplosione sociale e torneremo a come eravamo prima, senza nulla», dice a Efe un ragazzo di Chacao, uno dei distretti metropolitani di Caracas, che aspetta la riapertura del mercato. Blackout nei pressi del porto di La Guaira e dello scalo La Carlota, anch’essi bersagliati dall’aviazione americana. La polizia fa le ronde tra le case.
«Nessuna vittima tra i soldati delle nostre forze speciali», ha detto Trump. Almeno 80, invece, i cadaveri arrivati negli ospedali venezuelani, nelle ore successive all’operazione americana secondo quanto riferisce il New York Times: per lo più militari ma anche qualche civile. Un centinaio di feriti è stato distribuito in tre strutture sanitarie. Una donna di 87 anni è morta d’infarto dopo essere stata colpita a una gamba durante i raid.
Il giorno dopo la domanda che si pongono 28 milioni di venezuelani è la stessa che si pone il mondo intero: e ora? «Bisogna vedere cosa farà Cabello», sostiene Antonio, abitante di Caracas e attivista politico anti-Maduro, che racconta a Repubblica della città sfregiata, dove però si continua ad aver timore di parlare in pubblico di certe cose. Diosdado Cabello, chavista radicale e ministro dell’Interno, potente e duro, la figura più temuta. I venezuelani aspettano le sue mosse, per dare una risposta a una delle tante domande inevase: gli apparati venezuelani stanno parlando con gli americani per gestire la transizione? E come? «Bisogna vedere cosa farà Cabello», ripete Antonio, che ci spera. «Da lui si capirà se siamo davvero a una svolta, come si augura il popolo venezuelano in cui il 75 per cento è a favore della libertà. La cosa migliore sarebbe se Edmundo Gonzales Urrutia prendesse il potere, come avevano stabilito le presidenziali del 2024». In piazza però in queste ore ci va chi crede ancora alla rivoluzione bolivariana e risponde all’appello lanciato da Nicola Maduro Guerra, 35 anni, membro del Congresso ma, soprattutto, figlio del presidente arrestato. «Vogliono farci apparire deboli, ma noi non mostreremo alcuna debolezza. La storia dirà chi sono stati i traditori, la storia lo rivelerà», dice Maduro Jr in un file audio diffuso sui social network.
Il governo chavista ha traballato ma la vicepresidente Delcy Rodriguez ha assunto le funzioni di presidente ad interim per «assenza temporale forzata» di Maduro: formula che evita l’obbligo di convocare le elezioni entro trenta giorni. «C’è una calma nella mia strada che non avevo mai visto prima, eppure vivo a Las Mercedes, che di solito è affollato. Sull’autostrada del Este passano poche macchine. La maggior parte dei negozi è chiusa, sono aperte solo alcune farmacie, la gente se può sta chiusa in casa», afferma Antonio. Per adesso Rodriguez, Cabello e il ministro della Difesa Padrino Lopez si mostrano uniti e compatti. In tv denunciano l’«aggressione militare americana», chiamano all’«unità delle forze rivoluzionarie», ribadiscono che «esiste uno solo presidente, e si chiama Nicolas Maduro». Ma tutto è incerto, tutto vacilla.
I guerriglieri colombiani che operano al confine con il Venezuela si dicono pronti ad affrontare i «piani imperiali» di Trump. E i dissidenti delle FARC (che hanno firmato un accordo di pace e smobilitazione nel 2016) «verseranno fino all’ultima goccia di sangue combattendo contro l’impero americano, se necessario». Gli effetti del blitz voluto dalla Casa Bianca si cominciano a vedere. Quel che accadrà nei prossimi giorni non è previdibile.
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