martedì 6 gennaio 2026

Augias: Musica e Spiritualità ( da Cultweb,di Gabriella Dabene)

 

Corrado Augias si prepara a guidare un viaggio affascinante attraverso il rapporto tra musica e spiritualità. Il giornalista, scrittore e conduttore televisivo terrà un ciclo di tre incontri all’Auditorium di Santa Cecilia a Roma, a partire dall’11 gennaio 2026, insieme al direttore d’orchestra e pianista Aurelio Canonici, con cui collabora anche in televisione. L’obiettivo è esplorare come i grandi compositori abbiano trovato melodie, armonie e ritmi capaci di far percepire agli ascoltatori una dimensione trascendente.

“Vogliamo raccontare in che modo la musica ha raccontato il sacro”, spiega Augias. “Una galoppata dal canto gregoriano fino ai giorni nostri. E poi parleremo dalla musica euro-americana a quella sudamericana e afro-americana”. Gli incontri si svolgeranno l’11 gennaio, l’8 febbraio e il 26 aprile 2026, ciascuno dedicato a un aspetto specifico del divino nella musica.

In occasione di questi appuntamenti, Augias ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in cui ha affrontato il tema della musica sacra con la consueta schiettezza. Le sue dichiarazioni più discusse riguardano lo stato della musica liturgica cattolica contemporanea: “Nei Paesi protestanti c’è la pratica della coralità, che noi non abbiamo. I cori cattolici sono delle lagne tremende”.

Il divulgatore ha poi spiegato il suo pensiero sulla modernizzazione della liturgia: “Al Vaticano sembrava si avvicinasse la gente alla fede con i giovanotti muniti di chitarra, secondo una presunta modernità. Ma è stato un passo indietro. Il sacro va avvicinato col sacro, devi sentire che stai varcando una soglia e vai in un’altra dimensione”. Secondo Augias, il tentativo della Chiesa di rendere più accessibile la liturgia attraverso forme musicali pop ha tradito l’essenza stessa della musica sacra.

La critica si estende anche alla gestione culturale del Paese. “La musica non è una priorità in questo Paese”, afferma Augias. “Io apprezzo la campagna di Riccardo Muti per una maggiore diffusione musicale, a partire dalla musica corale, però bisognerebbe impegnarsi nella pratica, non solo nel dire come vanno male le cose ma cercare di farle andare meglio, e la sua benemerita orchestra giovanile non basta”. Il riferimento è all’impegno del maestro Muti per promuovere l’educazione musicale in Italia, considerato comunque insufficiente di fronte alla portata del problema.

Augias individua le radici di questa disattenzione nella storia culturale italiana: “Le colpe nascono prima, con Giovanni Gentile e Benedetto Croce, a cui poco importava della musica, tradendo una tradizione, che nel caso di Croce è più grave, se pensiamo all’importanza della Scuola napoletana, quando Napoli era capitale della musica”. Un paradosso per un Paese che ha dato i natali a compositori come Palestrina, Marenzio, di Lasso e che vanta una tradizione musicale secolare.

Sulla capacità della musica di rappresentare il divino, Augias riflette: “La musica, essendo un’arte immateriale, impalpabile, volatile, può rappresentare il sacro come le pare. Anche sulla letteratura è in vantaggio, poiché la scrittura deve scendere in dettagli realistici e si rischia la goffaggine”. Questa natura incorporea della musica la rende il mezzo espressivo più adatto per evocare dimensioni trascendenti.

Particolarmente toccante è la riflessione personale sulla spiritualità. “Io sono ateo”, dichiara senza esitazione. “Però attenzione, ateo non vuol dire privo di spiritualità. E non c’entra con l’aderire a una religione, ma sentire un afflato, un empito con quelle entità con cui devo percorrere questi pochi anni che devo stare qua, possono essere la visione di un albero o il concetto di fratellanza, una spiritualità sana, ai confini con l’umanesimo”.

Quando gli viene chiesto se abbia mai cercato protezione in Dio, risponde con lucida coerenza: “Come fai a cercarla, se non ti sta a sentire? Se credi in Dio sai che ha tutto preordinato, i suoi piani sono eterni e immutabili. Cosa gli vai a chiedere? Fammi vincere la Lotteria Italia, o evitami una disgrazia?”. Sull’aldilà è altrettanto diretto: “Non lo immagino, sono convinto che quando me ne andrò finirà tutto. Vorrei scomparire in silenzio, non so se ci riuscirò”. Poi aggiunge con un sorriso: “Magari qualche nipote, per amore, mi tradirà”.

Corrado Augias
Corrado Augias (fonte: YouTube La7)

Tra i compositori che secondo Augias hanno meglio rappresentato il sacro, emerge naturalmente Bach, che siglava le proprie opere con “SDG”, Soli Deo Gloria. Ma il divulgatore colloca anche Beethoven in questa dimensione spirituale: “Io metterei proprio il quarto movimento della Nona, anche quella in fondo è musica sacra, quando il coro canta: cercate un padre affettuoso sopra il cielo stellato. Quello di Beethoven, che era malato e non solo per la sordità, è un eroismo umano che lo avvicina a Dio”.

Augias cita anche un’opera del Novecento come esempio di musica non sacra che raggiunge la sacralità: “Un sopravvissuto di VarsaviaSchönberg con forte impatto emotivo mescola il kaddish, gli ordini in tedesco di un sergente delle SS e il lamento di un prigioniero”. Un brano che trasforma l’orrore della Shoah in testimonianza spirituale.

Il rapporto personale di Augias con la musica affonda le radici nell’infanzia. Ricorda il suo primo concerto, a circa dieci anni: “La Pastorale di Beethoven a Massenzio, quella tempesta con tanto di tuoni e lampi fu una folgorazione”. Aveva studiato pianoforte, ma le difficoltà economiche familiari interruppero questo percorso. “In casa non avevamo una lira e non potevamo permettercelo, una famiglia sbandata, mio padre era ufficiale dell’Aeronautica ferito in Africa, rimpatriato d’urgenza. Insomma non era aria e mi è rimasto questo rimpianto”.

L’esperienza come assistente di Roman Vlad nelle conversazioni musicali alla Filarmonica Romana gli ha insegnato l’arte della divulgazione: “Percepivo il momento in cui perdeva il pubblico, smarrendosi nei tecnicismi. Nelle mie conversazioni vedo che la gente mi ascolta”. Il segreto, secondo Augias, sta nel trovare il giusto equilibrio tra competenza e accessibilità, evitando sia la banalizzazione sia l’eccesso di tecnicismo.

Il ciclo di incontri a Santa Cecilia si articolerà in tre appuntamenti tematici. “Cantare Dio” (11 gennaio) esplorerà opere dal Barocco al Novecento: Pergolesi con lo Stabat Mater, Bach con la Passione secondo Matteo, Mozart con l’Ave Verum Corpus, fino a Mahler con la Terza e Quarta Sinfonia. “La musica e l’eterno” (8 febbraio) si concentrerà su brani che descrivono la dimensione dell’eternità, dalla Nona di Beethoven al Preludio del Lohengrin di Wagner, fino al Parsifal. “Il grande teatro della morte” (26 aprile) metterà a confronto diversi Requiem, da Mozart a Verdi, da Brahms a Fauré, includendo anche brani sinfonici come la Patetica di Čajkovskij e Morte e trasfigurazione di Strauss.

L’iniziativa si inserisce in un momento in cui il dibattito sulla cultura musicale in Italia rimane acceso. La questione sollevata da Augias sui cori cattolici non è nuova: in una precedente intervista aveva già affermato che “cambiare la liturgia per riavvicinare il popolo dei fedeli alla Chiesa è stato un errore. Il sacro ha bisogno di una musica che sia sacra davvero”. Il paragone usato era stato ancora più caustico: “Quando c’è quello che schitarra pare una parodia del festival di Sanremo”.

Dietro queste dichiarazioni c’è la convinzione che la musica sacra autentica, dal canto gregoriano ai grandi compositori classici, possieda una capacità unica di elevare lo spirito. “Quando senti il gregoriano, quando senti i cardinali intonare il Veni creator spiritus, senti di stare davanti a qualcosa che ti trascende”, aveva spiegato. Una dimensione che le chitarre moderne nelle chiese, secondo lui, non riescono a evocare.

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