È morto, venerdì 31 luglio, il sacerdote ed educatore Don Antonio Mazzi, una delle figure più note del volontariato e dell’impegno sociale nel nostro Paese, fondatore della comunità Exodus che dagli anni ’80 è diventata un punto di riferimento per il recupero di ragazzi tossicodipendenti. Il presbitero, negli anni presenza costante anche in tv, è morto all’età di 96 anni a Milano.
Le sue condizioni di salute si erano aggravate nelle ultime settimane, durante le quali era stato ricoverato due volte in ospedale. Nei momenti di maggiore difficoltà aveva espresso soprattutto il desiderio di non essere lasciato solo. I ragazzi di Exodus, le collaboratrici e le persone a lui più vicine gli sono rimasti accanto fino alla fine nella Cascina del Parco Lambro, sede storica della comunità e sua casa per oltre quarant’anni.
Giovedì sera aveva guardato la televisione insieme ai ragazzi e chiesto aggiornamenti sulle attività in corso. Questa mattina è arrivata una nuova crisi, apparsa subito irreversibile. Quando i medici hanno proposto la sedazione, la sua famiglia e la comunità si sono strette intorno a lui.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, don Mazzi raccontava di essere stato un «ragazzo ribelle». La sua infanzia era stata segnata dalla morte prematura del padre e dai sacrifici della madre, rimasta vedova con due figli e poche risorse. Fu proprio lei ad affidarlo al seminario di Verona. Dopo gli studi di teologia e filosofia, approfondì psicologia, psicoanalisi e pedagogia per comprendere meglio i problemi dell’età evolutiva.
Trasferito a Milano nel 1979 per dirigere l’Opera don Calabria, entrò in contatto con la drammatica diffusione dell’eroina nell’area del Parco Lambro. Incontrava giovani dipendenti dalla droga, spesso in condizioni gravissime, in un luogo allora disseminato di siringhe. Da quell’esperienza nacque il Progetto Exodus.
Nel 1984 il Comune concesse la Cascina Molino Torrette, destinata a diventare la sede principale dell’organizzazione e un punto di riferimento per centinaia di ragazzi considerati ormai irrecuperabili. Il metodo di don Mazzi non si fondava soltanto sulla permanenza nelle comunità, ma sul movimento, sul lavoro, sullo sport e sulla condivisione delle responsabilità. Il nome Exodus richiamava proprio l’idea della vita come viaggio da affrontare insieme.