venerdì 31 luglio 2026

Claudio Villa, nato 100 anni fa. Amato dal pubblico, bistrattato dai critici. "Pavarotti? sembra un suo allievo" ( da Il Giornale, di Vittorio Feltri)

 

Balordi, miliardari e misteri Ecco il libro nero del Festival

Claudio Villa avrebbe compiuto cent’anni il primo gennaio scorso, e l’Italia lo ha celebrato come si onorano i parenti ingombranti: aprendo il cassetto del vecchio comò, esibendo per dovere il ritratto, rimettendolo al suo posto prima che cominci a fare domande. Francobollo, trasmissioni, convegni, cerimonie. Tutto corretto. Tutto inutile. Su queste rievocazioni aleggiava infatti quel tono patetico e folcloristico – Trastevere, lo stornello, la giacca luccicante, il nomignolo di «reuccio» pronunciato con un sorrisetto – che equivale a seppellire un uomo una seconda volta, con garbo. Mancava la sola domanda che contasse: ma lo avete ascoltato davvero?

Io l’ho fatto. E devo una confessione: quando era vivo non mi piaceva granché. Lo avevo relegato nel reparto delle polemiche e dei trionfi, gli uni e le altre così numerosi da divorare una carriera lunga più di quarant’anni. Vedevo il personaggio, non sentivo più la voce. Torto mio. Poi, qualche sera fa, ho tirato fuori il grammofono. Niente telefonini, niente diavolerie che comprimono la musica fino a ridurla a un rumore pulito. Ho posato la puntina sul disco, ho atteso il fruscio, e da quel piccolo temporale domestico è uscito Claudio Villa. Sono rimasto sbalordito. Una purezza assoluta, nessuno sforzo apparente, nessuna civetteria. Il canto saliva, ma non per mettersi in mostra: saliva per raggiungere qualcosa che noi non riuscivamo a dire. Il difetto, ho capito con enorme ritardo, non stava nella sua enfasi: stava nelle mie orecchie.

Allievo illustre

Questa è la qualità dei grandissimi, la stirpe di Enrico Caruso e di Beniamino Gigli: le gole italiane capaci di trasformare una vocale in un sentimento e un respiro in un destino. Bestemmio? Nemmeno per idea. Nel 1966 Rodolfo Celletti, critico musicale temutissimo, volle demolire un giovane tenore reduce dal trionfo londinese e scrisse: «Pavarotti? Sembra un allievo di Claudio Villa». Credeva di infliggere una ferita, consegnava un attestato. Perché era esatto: come il trasteverino, Luciano non usciva dal conservatorio ma dalla gavetta, dal pane guadagnato; e una volta diventato il più celebre artista lirico del pianeta avrebbe intonato il repertorio del presunto guitto, compresa quella «Un amore così grande» che Villa aveva consacrato. L’allievo, diciamo così, non rinnegò mai il maestro. Siamo noi ad averlo declassato a fenomeno di costume.

Nessun commento:

Posta un commento