Brindisi in giallo per Michele Mari e il suo romanzo I convitati di pietra (Einaudi). È lui il vincitore dell’ottantesima edizione del Premio Strega, nonostante il testa a testa con Matteo Nucci e il suo Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli) — arrivato secondo — abbia in più momenti fatto salire le temperature e agitare i ventagli in seta degli ospiti della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, promotrice del premio insieme a Strega Alberti Benevento. La finale del più importante concorso letterario d’Italia, intitolato quest’anno Quasi una vita (dall’omonimo libro di Corrado Alvaro vincitore nel 1951) si è chiusa l'8 luglio a Roma, ospitata eccezionalmente in piazza del Campidoglio — e non nella storica sede di Villa Giulia— in onore dell’anniversario a cifra tonda.
Serata caldissima all’ombra delle architetture monumentali della Grande Bellezza, ma pronostico rispettato, dunque: Mari d’altronde era ormai da mesi «il favorito», guidava la sestina con 280 voti, 38 più di Nucci. Scarto che l'8 luglio si è rivelato incolmabile, con il distacco mantenuto fino all’ultimo voto degli Amici della Domenica: 190 i voti finali per Mari e 152 quelli per Nucci. Non solo. Lo scrittore milanese, già un mese e mezzo fa aveva incassato lo Strega Giovani — replicando la parabola della doppietta di riconoscimenti messa a segno nel 2025 da Andrea Bajani con L’anniversario (Feltrinelli) — e alla vigilia della finale romana, due giorni fa, aveva candidamente ammesso: «La vittoria? Sì, un po’ ci credo, ma sempre con prudente scaramanzia».
Neanche il polverone di polemiche scatenato dalla presunta lite avvenuta durante una tappa dello Strega Tour con Teresa Ciabatti — finalista con Donnaregina (Mondadori) — per alcuni pareri che Mari avrebbe espresso su Michela Murgia (scomparsa nel 2023) è riuscito a comprometterne la corsa per la vittoria, nonostante per alcuni momenti il confronto con Nucci avesse fatto pensare a un testa a testa. All’amica Murgia Teresa Ciabatti, presentando il suo libro, ha dedicato un affettuoso ricordo, sottolineando «la tenacia e la mancanza di paura».
A consegnargli il premio è stato Andrea D’Angelo, vicepresidente di Strega Alberti Benevento, alla presenza del ministro della Cultura Alessandro Giuli (assente lo scorso anno, quando in polemica con la Fondazione Bellonci disse di essere considerato «un Nemico della Domenica» perché non aveva ricevuto i libri candidati) e del sindaco di Roma Roberto Gualtieri in una serata condotta da Pino Strabioli e Gloria Campaner (trasmessa in diretta televisiva da Rai 3) che ha seguito lo scrutinio degli ultimi cento voti, uno dopo l’altro, presieduto da Andrea Bajani.
Così Mari, alla sua prima candidatura, è entrato per direttissima nell’Albo d’Oro dello Strega con un romanzo in cui si demolisce il feticcio generazionale della rimpatriata scolastica, trasformando l’amicizia in un ring dove si consumano sotterfugi e macumbe. Un ambizioso ordigno narrativo, perfetto e crudele, innescato da una lingua colta e tagliente che sa imporsi per la precisione millimetrica in una trama a orologeria declinata in chiave distopica (la vicenda si allunga fino al 2050).
Mari incrocia la commedia nera e raccontando un gruppo di compagni di scuola. Terminato il liceo, gli studenti di una terza A milanese stringono un patto destinato a durare tutta la vita: ritrovarsi ogni anno a cena e versare una quota in una cassa comune che sarà vinta dagli ultimi tre superstiti. Un gioco goliardico, apparentemente innocente, che con il passare dei decenni assume i contorni di una lotteria biologica. Ogni funerale modifica la classifica, ogni assenza pesa come un avanzamento di graduatoria, ogni anno trascorso rende il premio più vicino e insieme più assurdo.
Un libro lontano anni luce dalla sensibilità umanistica di Matteo Nucci: il suo Platone non è un impolverato busto di marmo ma un corpo vivo, in un romanzo d’iniziazione che trasforma il pensiero filosofico in un corpo a corpo con l’esistenza contemporanea. Nucci ha scelto la strada più rischiosa per raccontare il filosofo: spostare il baricentro dalla filosofia alla vita, dall’opera all’uomo. Platone. Una storia d’amore non è un romanzo filosofico nel senso tradizionale del termine; è il tentativo di restituire carne, desiderio e vulnerabilità a una figura che ventiquattro secoli di storia hanno trasformato in un monumento. Piuttosto — curioso parallelo — I convitati di pietra sembra legarsi al Tempo di uccidere, romanzo di Ennio Flaiano che nel 1947 inaugurava il palmarès dello Strega, attraverso un filo rosso fatto di cinismo, claustrofobia e scommesse spietate con il destino. Entrambi guardano alla sventura umana con il distacco chirurgico dell’entomologo, dimostrando che la grande letteratura non ha per forza bisogno di buoni sentimenti per vincere, ma di una spietata, magnifica verità formale.
Netto il distacco tra Mari e gli altri finalisti, con la classifica che ha lasciato indietro Bianca Pitzorno con La sonnambula (Bompiani) — per lei sono state 84 le preferenze espresse — poi Alcide Pierantozzi in gara con Lo sbilico (Einaudi), con 78 voti — vincitore però della prima edizione del Premio Strega Deutschland — poi Teresa Ciabatti con Donnaregina (Mondadori) che ha raccolto 75 voti e infine Elena Rui con Vedove di Camus (L’orma) — approdata in sestina grazie alla «clausola di salvaguardia» del regolamento Strega che garantisce la presenza in finale di almeno un romanzo pubblicato da un editore medio-piccolo —, per lei i voti sono stati 64. Il totale dei voti espressi, 643 (pari all’80,4 per cento degli aventi diritto).
Complessivamente il premio è stato assegnato dal voto di ottocento aventi diritto: quattrocentosessanta Amici della domenica, duecentoquarantacinque votanti dall’estero selezionati da trentacinque Istituti Italiani di Cultura nel mondo, che contribuiscono alla formazione della giuria esprimendo ciascuno sette giurati tra studiosi, trenta voti collettivi espressi da scuole, università e circoli di lettura delle Biblioteche di Roma, infine sessantacinque voti di lettori forti scelti nel mondo delle professioni e dell’imprenditoria.
I titoli di questa edizione hanno rappresentato una varietà di temi: Pitzorno ha indagato l’identità femminile, il confine tra razionalità e irrazionale, con La sonnambula; Pierantozzi la malattia mentale e la scrittura autobiografica in Lo sbilico; Teresa Ciabatti il male, la criminalità organizzata, la maternità, il trauma in Donnaregina; Elena Rui il mito degli intellettuali del Novecento, la condizione femminile in Vedove di Camus.
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