martedì 7 luglio 2026

La storia di Paul Kletzki. Quel baule sotto l'Hotel Metropol di Francesco Lotoro

 

Quel baule sotto l’Hotel Metropoledi Milano

Quel baule sotto l’Hotel Metropoledi Milano

Nel 1921 il compositore e direttore d’orchestra ebreo polacco Paul Kletzki (nell’immagine) si trasferì a Berlino dove studiò composizione con Friedrich Koch presso la Hochschule für Musik. Nel 1925 fu invitato da Wilhelm Furtwängler a dirigere i Berliner Philharmoniker, e nel novembre 1928 sul medesimo podio diresse il proprio Konzert für Violine und Orchester g-moll op.19 (violinista Georg Kulenkampff).
A seguito dell’ascesa al potere del nazionalsocialismo, Kletzki subì episodi di antisemitismo tra i quali la distruzione delle lastre di rame delle sue musiche pubblicate dalle case editrici Simrock di Amburgo e Breitkopf & Härtel di Lipsia; nel 1933 riparò a Venezia e infine a Milano dove dall’autunno 1935 insegnò composizione e orchestrazione presso la Scuola Superiore di Musica.
Nel 1936, avvertendo il pericolo in quanto ebreo apolide, Kletzki nascose i propri manoscritti musicali in un baule di legno borchiato in metallo nei sotterranei dell’Hotel Metropole di Milano e fuggì in Unione Sovietica dove si cimentò nei panni di direttore d’orchestra della Filarmonica di Leningrado e tra il 1937 e il 1938 come direttore della Filarmonica di Charkov; era cambiato il regime ma non l’antisemitismo che parimenti li accomunava e così, sotto Stalin, Paul Kletzki assistette giorno dopo giorno alla progressiva sparizione dei professori d’orchestra ebrei dalle fila della Filarmonica.
L’ebreo Kletzki realizzò che prima o poi sarebbe toccato anche a lui e pertanto fuggì nuovamente per fare ritorno a Milano dove riprese la docenza presso la Scuola Superiore di Musica ma nel 1938, a causa delle leggi razziali fasciste e con la perdita della cattedra, riparò a Clarens in Svizzera; nell’ottobre 1939 completò la sua Sinfonia n.3 op.31, nel 1940 gli fu conferita la cattedra di direzione d’orchestra presso il Conservatorio di Losanna ma qualcosa si ruppe in lui, definitivamente.
Nel 1942 Kletzki smise di comporre, dichiarò che lo shock causato dal nazionalsocialismo gli aveva distrutto lo spirito e la volontà di creare ma il destino aveva in serbo per lui qualcosa forse di più doloroso che smettere di scrivere musica; nel 1946 a Parigi, mentre dirigeva un grande concerto sinfonico e si accingeva ad attaccare il monumentale movimento lento della sua Sinfonia n.3 op.31, l’ambasciatore polacco (invero con discutibile tempismo) lo avvicinò al podio e gli riferì a bassa voce che i suoi genitori, la sorella e suo fratello Mieczysław avevano tutti perso la vita nei lager.
Disgrazia su disgrazia, tempo dopo gli comunicarono che l’Hotel Metropole di Milano presso il quale nel 1936 aveva nascosto i suoi manoscritti era andato completamente distrutto a causa dei bombardamenti Alleati; Kletzki, al quale null’altro ormai poteva fare più male, ritenne la sua produzione musicale interamente perduta ma nel 1965 gli giunse notizia che, durante alcuni scavi edilizi nell’area dove una volta sorgeva l’Hotel Metropole, alcuni operai rinvennero intatto un baule di legno borchiato in metallo, quello delle sue opere musicali.
Dopo aver comunicato la bella notizia a Kletzki, le autorità di Milano provvidero con un trasporto speciale a fargli recapitare il baule presso la sua residenza svizzera di Clarens ma accadde qualcosa di imprevisto; Kletzki non volle per nessuna ragione al mondo aprire quel baule, accampò scuse del tipo che dopo tanti anni avrebbe trovato soltanto polvere e muffa e, persino sotto insistenza della moglie Yvonne, non retrocesse di un millimetro.
Quella che Paul Kletzki portava nell’anima non era una ferita rimarginabile con il tempo ma una devastazione incolmabile; quando mente e cuore dicono ‘stop’, nulla è possibile.
Tra i più grandi direttori del secolo scorso (tanti anni fa il mio maestro Aldo Ciccolini mi confidò di aver imparato la vera arte del pianoforte dopo averlo visto dirigere durante le prove di un concerto a Zagabria), il 5 marzo 1973 Paul Kletzki morì in Gran Bretagna stroncato da un malore durante una sessione di prove con l’orchestra filarmonica di Liverpool; a quel punto la vedova Yvonne si sentì libera di aprire il famoso baule, le partiture di Kletzki erano intatte, leggibili dalla prima nota all’ultima e nel 2000 furono donate alla Zentralbibliothek di Zurigo.
Nel 1940 nel Ghetto di Cracovia il cantautore ebreo polacco Mordechaj Gebirtig scrisse in un suo canto: «È bene che l’uomo impari a sopportare il dolore con dignità, è bene che l’uomo sappia cosa significhi essere un ebreo (‘S iz gut der mentsh zol lernen leydn mit koved dem tser, ‘s iz gut der mentsh zol visn vos dos heyst a yid tsu zayn)»; non concedere al nemico la soddisfazione di aver causato disperazione a un intero popolo e vantarsi di ciò, restare tenacemente saldi diventa un atto rivoluzionario per negare al carnefice il potere di distruggere lo spirito della vittima.
Talora insopportabile, la sofferenza può diventare un percorso di autoguarigione e comprensione della propria storia e identità, sapere cosa significhi essere ebreo è sinonimo di millenaria resilienza; se l’uomo non può scegliere di non soffrire può tuttavia scegliere come farlo per preservare la propria dignità e umanità da implacabili attacchi di deumanizzazione.
Paul Kletzki decise di non aprire quel baule poiché esso non conteneva soltanto la propria storia musicale bensì quella di un intero popolo, e ci sono momenti della storia durante i quali alcuni bauli debbono rimanere gelosamente tenuti sotto chiave perché l’oylem goylem, il mondo stupido e decerebrato come quello attualmente in corso, non sarebbe capace di capire.
Per imperscrutabili meccanismi antropologici, l’uomo sa esattamente quando aprire i bauli della conoscenza; una volta aperti troverà in essi la nostra storia, la storia del popolo ebraico.
La storia di Paul Kletzki.


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