martedì 1 aprile 2025

Lech Walesa: Putin va fermato ora ( da Corriere della Sera, intervista di Maria Serena Natale)

 

Intervista a Lech Walesa: «Putin non può più tornare indietro, va fermato ora» | Guarda il video

Il sogno dell’Europa unita e le responsabilità della politica nel declino della democrazia rappresentativa, la risposta all’espansionismo putiniano e al disimpegno trumpiano, il senso della Storia e della lotta per una giusta causa, ieri come oggi: in quest’intervista esclusiva al Corriere della Sera il Nobel per la pace e primo presidente della Polonia libera Lech Walesa riflette sulle sfide del presente, dal destino dell’Ucraina all’avanzata di autoritarismi ed estremismi, che richiedono idee e slancio nuovi, in un’ottica insieme europea e globale. In quello spirito pragmatico che diede forza e concretezza alla pacifica rivoluzione del primo sindacato indipendente del blocco comunista, Solidarnosc, ponendo da Danzica le basi per la fine della Guerra fredda.

Presidente Lech Walesa, cosa resta oggi di quella fame e di quella fede nella democrazia?

«La cosa fondamentale è capire i tempi nei quali viviamo. All’epoca di Solidarnosc il sistema limitava tutte le libertà e la domanda era: come liberarci da questa prigionia? Abbiamo distrutto il vecchio sistema ma l’abbiamo fatto perché volevamo costruire il nuovo, anche se venivamo da un passato sporco nel quale nessuno aveva fiducia nel prossimo e non ci si rispettava a vicenda. Su un sistema che non è più attuale occorre costruire qualcosa di nuovo basato su altri principi. La domanda è: riusciremo a individuare le soluzioni positive per tutti, riusciremo a liberarci da quelle negative che ci danneggiano tutti, e quando? In altre parole, l’epoca degli Stati, l’epoca dei blocchi contrapposti è disintegrata ma il nuovo, cioè la globalizzazione e l’unione degli Stati, non è ancora nato. Quindi noi siamo nel mezzo. Io definisco il periodo nel quale viviamo "epoca della parola": serve un dialogo che si domandi quale volto debba avere il prossimo futuro».

Quindi non vede un ritorno alle vecchie sfere d’influenza e alle spartizioni basate sulla forza come in passato, quali sono allora oggi i pericoli maggiori per il mondo?

«Dobbiamo uscire dalla logica dei blocchi, della gestione territoriale, concentrarci sullo sviluppo della tecnologia e della globalizzazione. Civiltà come la nostra sono esistite prima di noi con delle altissime tecnologie, pensi alla civiltà egizia, pensi alle Piramidi, eppure queste civiltà così avanzate sono sparite. Viviamo tempi nuovi nei quali tutto è cambiato, che richiedono concetti e idee che devono essere assimilati e poi messi in pratica. Invece ci muoviamo nell’epoca nuova usando strumenti ormai obsoleti, la cosa peggiore è che pensiamo in modo vecchio. C’è chi vuole rimanere fermo sulle proprie posizioni o addirittura tornare indietro, regredire».

L’Europa era un sogno nuovo. L’Europa oggi si riarma, è sulla strada giusta?

«Solidarnosc ci ha mostrato come, a partire dalla comprensione del proprio tempo, lottare e vincere. Allora avevamo una situazione molto peggiore perché avevamo sia l’Unione Sovietica sia il Patto di Varsavia, abbiamo adottato giusti metodi di lotta e per questo abbiamo vinto. I metodi applicati oggi non hanno possibilità di vittoria nella lunga durata. Non si tratta di Putin o di Stalin, è il sistema politico che genera questo tipo di banditismo. Sì, Putin spara, ma la questione centrale non è Putin che spara, è convincere ogni singolo russo che noi ci battiamo nel suo interesse, nell’interesse dei russi perché, se continueremo su questa strada, tra quindici anni la Russia rialzerà la testa e rappresenterà la stessa minaccia questa volta per i nostri nipoti. Dobbiamo applicare metodi semplici nella nostra battaglia per arrivare alla vittoria. Ma, ripeto, i nostri metodi».

Cos’è che dobbiamo fare?

«Essere persuasivi in modo semplice. Per esempio, stilare l’elenco di tutte le persone uccise in questa atroce guerra e mostrarlo alla popolazione in modo che capisca: oggi il tuo vicino non c’è più, è morto nella guerra che è stata innescata, domani verranno a prendere tuo figlio, ragiona, rifletti. Ti stiamo suggerendo una soluzione: in uno Stato come il tuo, la Russia, un mandato presidenziale non può durare più di cinque anni e non si può ripetere più di due volte. Facciamo propaganda della verità, che sia l’invito a prendere coscienza del fatto che il tuo vicino è morto e tra qualche giorno morirà un tuo figlio o un nostro fratello. Rivolgiamoci direttamente ai cittadini russi: vivi in un bellissimo Paese, perché la Russia è un bellissimo Paese, un Paese meraviglioso gestito male, concedici la tua fiducia e vedrai che le cose andranno meglio, che nel tuo Paese torneranno benessere e prosperità. Ecco cosa propongo, i metodi più semplici per toccare il cuore di ogni singolo russo spiegandogli come stanno le cose, spiegandogli anche le nostre intenzioni, il nostro agire, la nostra ferma volontà di corrergli in aiuto, in aiuto reale».

E come si fa quando i russi sono prigionieri di un Paese chiuso dov’è difficile anche far arrivare le informazioni? Ai tempi della Guerra fredda c’erano le radio…

«Ma guardi, noi avevamo una situazione molto peggiore perché avevamo da un lato l’Unione Sovietica ed eravamo dentro il Patto di Varsavia, eppure ce la siamo cavata, i modi ci sono».

Anche l’Europa unita può dissolversi?

«Ma certo, se permettiamo a Putin e Trump di guidare il gioco illudendoci di avere un dialogo mentre loro non ci ascoltano per niente. Ripeto: facciamo quello che sappiamo fare, continuiamo a farlo, discutiamo e cerchiamo di raggiungere una soluzione giusta».

Come si parla con Putin? Lei sosteneva che bisognava farlo, lo disse anche al nostro giornale, già nel 2014 dopo l’annessione russa della Crimea.

«Sì, c’è stato un momento nel quale Putin voleva un dialogo normale con noi polacchi e che risposta ha ricevuto da parte nostra? “Sei un bandito, hai provocato la catastrofe di Smolensk” (il disastro aereo del 2010 nel quale morirono 96 persone dirette dalla Polonia in Russia, compreso l’allora presidente polacco Lech Kaczynski, ndr). Dobbiamo riconoscere i nostri errori e uscirne tutti insieme».

Secondo Lei cosa vuole Putin?

«Putin si trova in una situazione senza via d’uscita perché ha fatto talmente tanto male, causato la morte di talmente tante persone che non può più tornare indietro, può essere fermato solo con la forza e con la solidarietà (tra europei, ndr), non si può retrocedere e non si può dargliela vinta».

E con Donald Trump come si parla?

«Con Trump? La cosa migliore è non parlare con Trump, osservare quello che fa ed eventualmente rispondere ma continuare sulla nostra strada con convinzione, fare quello che sappiamo fare».

Morire per Danzica si diceva prima della Seconda guerra mondiale e poi siamo tornati ciclicamente a domandarci: morire per Sarajevo, per Aleppo, per Kiev, per cosa? Lei la vita l’ha rischiata davvero, a Danzica e fuor di metafora: una causa può valere una vita?

«Guardi, il segreto sta nel trovare una giusta argomentazione, un’argomentazione non teorica ma pratica, molto pragmatica. Teoricamente tutto quello che è scritto nella parola “comunismo” è bellissimo, è positivo, ma non corrisponde poi alla realtà, mentre il capitalismo pur essendo un concetto non del tutto positivo si applica alla realtà. Noi dobbiamo assolutamente continuare sulla nostra strada con grande convinzione, nella convinzione sta la speranza di cambiare le cose».

Eppure l’Occidente ha perso potere di attrazione, perché?

«Le ragioni fondamentali sono due: l’eccessivo benessere e la mancanza di idee su come dovrebbe essere il nostro futuro comune. Dobbiamo cambiare il nostro modo di affrontare le questioni, che dovrebbe avere un carattere sia continentale per alcuni aspetti sia globale per altri, perché né gli Stati Uniti d’America né la Cina né altri risolveranno i problemi di natura globale che affliggono il mondo. Ripeto, se non affronteremo in questa ottica il nostro prossimo futuro scompariremo come tutte quelle civiltà che ho citato prima. La nostra generazione ha avuto il privilegio o il destino se preferisce di poter capire cosa è giusto e cosa non lo è e noi invece di agire chiudiamo gli occhi di fronte a queste grandi sfide, per questa ragione il populismo e le varie demagogie hanno la meglio. E, ripeto, in questo senso urge un dibattito globale. Opporsi vuol dire fare quel che ci compete, sottolineare e rafforzare la solidarietà europea, rafforzare il nostro fare e il nostro essere».

Come spiega e come pensa si possa rispondere all’avanzata delle destre estreme che, non solo nel Centro-Est ma anche nell’Europa occidentale, non temono più di risvegliare nostalgie per i nazionalismi del passato? La Polonia si avvia ad elezioni presidenziali che sono ormai una corsa a tre, con il candidato della destra più radicale in predicato di arrivare al ballottaggio.

«Queste forze populiste e demagogiche dominano perché non c’è un’opposizione efficace, anzi esorto le altre forze a mettersi al lavoro e costruirne una. Oggi le persone non credono più nella democrazia e quindi non la difendono in maniera giusta. Dobbiamo salvarla. Per quanto riguarda i partiti per esempio propongo semplici punti da includere nei programmi: limiti ai mandati, chi viene eletto può essere destituito, trasparenza sui finanziamenti nel senso più ampio possibile contro la disonestà così diffusa tra i politici. Così si salva la democrazia facendo sì che le persone tornino ad appassionarsi e a difenderla. Oggi chiamiamo democrazia libere elezioni e liberi commenti sulla stampa ma la democrazia non è solo questo. Bisogna ridefinire che cosa vuol dire oggi la sinistra, che cosa vuol dire oggi la destra, in base a quale fondamento e a quali principi l’Europa e gli europei si riuniranno di nuovo, su quali basi vogliamo costruire la globalizzazione, quale sistema economico possa rispondere ai nostri tempi moderni».

Dopo lo scontro Trump-Zelensky ha firmato con altri ex dissidenti una lettera aperta nella quale accosta l’approccio intimidatorio del presidente americano alle tecniche di controllo e manipolazione della Polonia comunista: “I procuratori e i giudici incaricati dalla potentissima polizia politica ci spiegavano che erano loro ad avere tutte le carte in mano e noi nessuna. Ci chiedevano di cessare le nostre attività, sostenendo che migliaia di persone innocenti stavano soffrendo a causa nostra. Ci privavano di libertà e diritti civili perché ci rifiutavamo di collaborare e mostrare gratitudine”. Come siamo arrivati a questo nel mondo libero per il quale combattevate?

«Nella lettera ho scritto quello che penso e lo confermerò sempre perché quello che sta facendo quel signore (Donald Trump, ndr) è contrario a qualsiasi nostro ideale, è una regressione, è inammissibile. Personaggi come Trump, o come Kaczynski da noi, disturbano il nostro progredire, il nostro andare avanti, ma in qualche modo ci aiutano anche a individuare le soluzioni giuste, ci indicano come procedere per non sbagliare. Abbiamo reso la nostra democrazia una caricatura di se stessa. I politici ragionano in termini di mandato e di distretti elettorali, oggi non abbiamo politici con una visione bensì molti politici in televisione».

L’Italia è alla ricerca di un equilibrio molto difficile tra atlantismo ed europeismo: quale consiglio darebbe a Giorgia Meloni in questa fase?

«Le risposte vengono da sole, il mondo si è diviso da solo, però guardiamo all’Europa. L’Europa ha abolito le frontiere, ogni persona con un’istruzione, con una professione valida può lavorare dove desidera: è una risposta, questa, vero? L’Europa ha generato due guerre e molte rivoluzioni, osserviamo come ha cercato di superarle. Questo dovrebbe servire da esempio ad altri continenti, ma per dar seguito a dei cambiamenti reali. L’Europa è andata molto avanti, gli altri non abbastanza. L’America sta regredendo».

Cosa si sente di dire al presidente ucraino Volodymyr Zelensky che da eroe nazionale si ritrova oggi leader sotto attacco, a cosa può ambire?

«Gli direi: “Buongiorno, come stai? Vai avanti così. Non accettare un compromesso senza valore, non puoi tornare indietro”. Mi domando come fare per salvare le persone che perdono la vita in questa guerra».

Presidente Walesa vediamo sulla sua camicia la Madonna nera di Czestochowa e la scritta “Konstytucja”, cosa significano?

«Abbiamo avuto in Polonia un tempo non molto lontano nel quale la Costituzione è stata aggredita e cambiata, andava difesa. Questa mia scritta richiama all’attenzione quanti dovrebbero vegliare sulla nostra Costituzione, che oggi resta molto complicato riportare alla forma precedente. È importante essere vigili e reattivi, fare in modo che le vittorie elettorali non si traducano in cambiamenti alla Costituzione. In questo abbiamo ancora molto da migliorare e voglio ricordarlo a tutti».

E la Vergine di Czestochowa?

«Era sempre con me e mi guidava verso la vittoria. Mi sono trovato più volte in situazioni estremamente complesse, per esempio, voi non lo ricorderete, ma cercate di immaginare come io abbia potuto cacciare l’esercito russo, prima dalla Polonia e poi da tutte le democrazie dell’Est. Senza la Madonna non ce l’avrei fatta. Nella mia vita ho tantissimi, davvero tantissimi momenti nei quali ho profondamente sentito il suo appoggio. E quando oggi torno ad analizzare alcuni fatti che mi sono accaduti mi dico: non è possibile, non sarebbe potuto mai accadere, eppure.. Io avevo due strumenti in mano: ho creduto profondamente in tutto quello che ho fatto e ho avuto fede, fede in Dio”.

msnatale@corriere.it

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